mercoledì 12 ottobre 2016

Marino, scontrini a parte



Giovanni Orsina
Se la politica si maschera da antipolitica
La Stampa, 31 ottobre 2015

Sono vent’anni che viaggiamo sull’ottovolante della «politica dell’antipolitica»: dovremmo esserci abituati, ormai. Ma l’Italia, per quanto si pensi di averla capita, riesce sempre a riservare qualche sorpresa, spingendosi a estremi di assurdità che ci si illudeva non fossero umanamente raggiungibili. L’unica cosa che non dovrebbe sorprendere è che all’assurdo in questo caso si sia arrivati a Roma: una città tanto cinica quanto permeabile che da quasi un secolo e mezzo si imbeve di tutti i più nefasti umori del Paese.
In che senso la surreale vicenda del sindaco Ignazio Marino può essere considerata la quintessenza della «politica dell’antipolitica»? La sua candidatura, ottenuta con elezioni primarie, e poi la sua ascesa al Campidoglio, nella primavera del 2013, avvengono in una fase di profonda crisi del Partito democratico: terribilmente deluso dai risultati delle elezioni del febbraio di quell’anno, che pensava di poter vincere a mani basse; atterrito ma anche attratto dal grillismo; dilaniato sulle opzioni non soltanto strategiche, ma perfino identitarie – proprio fra le primarie e il voto a Roma cade la rielezione di Napolitano al Quirinale, con lo psicodramma Pd che porta al siluramento di Franco Marini prima e poi Romano Prodi.
È in questo clima che il più «tradizionale» dei partiti italiani – l’erede in fin dei conti dell’unica cultura politica e organizzativa che sia davvero riuscita a sopravvivere alla tempesta di Mani Pulite, quella postcomunista – ha presentato a Roma un candidato col quale, per la sua estraneità ai meccanismi di potere, sperava di poter affrontare la concorrenza grillina.
La politica ha cercato così di sconfiggere l’antipolitica sul suo stesso terreno – «mascherandosi» da antipolitica. L’operazione però non è riuscita. E via via che il suo fallimento s’è venuto facendo sempre più palese, sono esplose le sue contraddizioni interne. Il Partito democratico ha accarezzato l’idea di espellere al più presto il «marziano» per la sua conclamata incapacità politica e i gravi danni amministrativi e d’immagine che essa stava causando. Tuttavia, soprattutto dopo che la magistratura ha svelato la cosiddetta mafia capitale, non ha resistito alla tentazione di continuarne a sfruttare la marzianità antipolitica. Non per caso, pure quando alla fine, assai tardivamente, il Pd s’è deciso a sfiduciare il sindaco, lo ha fatto sul terreno antipolitico degli scontrini, non su quello politico dell’inettitudine amministrativa. Più in generale, anche l’interpretazione che l’opinione pubblica ha dato della crisi s’è divisa lungo il crinale del rapporto ambiguo fra politica e antipolitica: da un lato chi ha attribuito la responsabilità per il fallimento all’antipolitica, reclamando il ritorno alla politica; dall’altro invece chi ha ritenuto che fosse stata proprio la politica a boicottare la marzianità virtuosa.
Quel che è più curioso in questa vicenda, e che la rende emblematica della più generale situazione italiana, a ogni modo, è quanto simili siano la posizione di Marino e quella del personaggio che lui stesso ha definito ieri il «mandante» del suo «accoltellamento»: Matteo Renzi. Anche Renzi è stato eletto segretario con le primarie da un Partito democratico in crisi d’identità e di linea politica; e anche Renzi è stato scelto perché estraneo all’apparato e ritenuto in grado di cavalcare l’antipolitica e affrontare la sfida grillina. Insomma: di certo non gli farebbe piacere sentirselo dire, ma Renzi è un po’ il «Marino d’Italia» – anche se con ben altre capacità politiche, per nostra buona fortuna.
La similitudine può forse contribuire a spiegare per quale ragione il presidente del Consiglio, che in genere tende alla brutalità ben più che al temporeggiamento, ha durato così gran fatica a sciogliere il nodo romano. E ancor di più può aiutarci a comprendere la solitudine di Renzi. I problemi che ha col partito, sul cui apparato non può appoggiarsi più di tanto, ma che non può nemmeno controllare con le «sue» primarie, che sono indirizzate o proprio dall’apparato, oppure da un’elettorato volubile e imprevedibile. E di conseguenza le difficoltà che incontra quando si tratta di selezionare una nuova classe politica – ad esempio di scegliere i candidati per le elezioni amministrative che si svolgeranno nella prossima primavera in alcune delle più importanti città d’Italia. Renzi infatti non può ricorrere più di tanto a politici di lungo corso e amministratori esperti, perché lui stesso è dove è grazie alle primarie e alla rottamazione antipolitica – oltre che a motivo delle condizioni isteriche dell’opinione pubblica. E deve quindi rivolgersi a marziani di questo o quel «pianeta non politico». Col rischio di non riuscire poi a controllarli e la quasi certezza di non poter mettere radici stabili sul territorio. E col problema aggiuntivo che i marziani tendono a preferire di restarsene su Marte: chi ha voglia di mettersi a fare il politico, oggi, o di misurarsi con l’amministrazione di città, almeno in alcuni casi, impossibili?