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mercoledì 19 febbraio 2025

Chiamata alle armi per l'Europa




Giuliano Ferrara
L’Europa sbertucciata dai traditori illiberali dell’occidente può fare qualcosa di diverso che mettersi in mutande e prendere bacchettate
Il Foglio. 19 febbraio 2025

versione adattata con la soppressione di qualche epiteto e con l'aggiunta del neretto

Una combriccola di mascalzoni, truffatori, venditori di fumo travestiti da uomini di stato e portavoce del popolo e della pace, si è impadronita per la via più pericolosa, quella elettorale o plebiscitaria, del potere a Washington. Ora, mentre lavorano per smantellare la Costituzione americana e la divisione dei poteri, mentre prendono a bacchettate sulle dita gli alleati di quasi ottant’anni di storia transatlantica, vincitori con loro della Guerra Fredda contro il mondo sovietico, intendono molestare e umiliare un popolo coraggioso che da tre anni si batte per la sua sopravvivenza e identità politica, per la tutela di un pezzo di sovranità europea. Con un milione di caduti sul terreno. Con tre lunghi inverni al freddo, sotto minaccia di una potenza dieci volte superiore, male armati e sottoposti a linee rosse anti escalation debilitanti. Questi cosacchi hanno fatto per l’Europa più di Jean Monnet e soci, infinitamente più degli imbelli partecipanti al summit di Parigi che chiede ossequiosamente alla combriccola, riunita in Arabia Saudita con il tiranno di Mosca, “garanzie per la sicurezza”. Si ripete: garanzie per la sicurezza. Dopo un cessate il fuoco che sarà travestito da pace giusta e da recupero della prosperità mondiale, previa estrazione di terre rare a compenso degli stanziamenti in armi del Congresso di Washington e dei sostegni della presidenza Biden, verso un nuovo ordine mondiale caratterizzato dalla convergenza tra una democrazia illiberale occidentale e le grandi autocrazie euroasiatiche. Nominate le cose per quel che esse sono, resta da capire se ci saranno una variante ucraina e una variante europea, in questo gioco in sé fragile, meschino, potenzialmente irrilevante, per deviare e invertire il corso della storia. Anzi, la variante ucraina c’è già stata. Si chiama Zelensky. Il presidente per caso che non accettò di essere trasferito in esilio negli Stati Uniti e chiese armi e munizioni per difendere la patria. Quando i russi, in assenza di deterrenza e consapevoli della condizione vassalla e mercificata della controparte europea, si erano pappati già la via di Kyiv con i loro carri e i loro galeotti e mercenari e puntavano all’en plein mentre lasciavano sul terreno le stragi di Bucha e la capitale al buio. Dunque una variante ci fu. E potrà manifestarsi di nuovo, come dimostra la poca voglia del presidente ebreo e attore comico di fare una danza yiddish al cospetto dei superpotenti d’Arabia. Nel tempo Zelensky è divenuto la testimonianza di un tentativo di riscossa occidentale ed europea, poi logorato e costretto a una specie di petulanza accattona dalla malmostosa inefficacia della volontà di potenza riluttante degli alleati occidentali, oggi sfidato a presentarsi alle elezioni come il presidente guerriero che ha perso il combattimento e che deve levarsi di torno, previa nuova bacchettata sulle dita, per fare largo ai soliti pupazzi che girano attorno alle cupole d’oro della Piccola Russia dai tempi del Maidan.
Mentre da Bin Salman arriva il negoziatore dei fondi russi pronto a nuovi affari sulla pelle degli ucraini e degli ignavi che li hanno tenuti al fronte senza dargli la possibilità di vincere in loro stessa difesa. Quelli stessi che ora si fanno un vanto di riunirsi in vertice informale e straordinario, di dividersi tra resistenti a chiacchiere e mediatori a chiacchiere, e mentre mollano l’Europa dell’est e la credibilità dell’Unione e della Nato, mentre si apprestano a fare da corifei al ritorno della pace demoniaca, chiedono appunto garanzie di sicurezza, manco fossero tutti statuine di Chamberlain e Daladier.
Manca la variante europea. Tutti forse pensano che sia il momento di non muovere le acque, di riflettere con ponderazione, di aggiustare un meccanismo che il bambino capriccioso e narcisista espressione dell’opinione pubblica maggioritaria in America ha spaccato e ridotto in pezzi. Forse molti sono inquieti per via di Vance e Peter Thiel, credono che i tech-ottimisti, alla Milei, abbiano la forza anche politica di imporsi a un mondo che non si riconosce più in sé stesso, in una storia predigitale, fatta di lezioni e libri, di trattati e ambascerie, di politica secondo la vecchia scuola, di aristocrazie del potere imperiale e del denaro e di patti che promuovono il progresso sociale e l’inserimento ordinato delle masse nello stato, che generano le istituzioni liberali della democrazia e le proteggono. Invece il bluff dei pokeristi di Washington e dei torvi potenti di Mosca va chiamato. La variante europea è in una leadership che si faccia avanti dicendo che quando si stracciano i patti i patti vanno considerati in disuso o rivisti, che se si gioca con le alleanze e sui confini di un’area come quella dell’Europa, liberi tutti. In casi come questi si convocano gli ambasciatori e si mobilitano le Forze armate, ci si intromette con simmetrica violenza nella politica americana o in quel che ne resta, si mandano segnali di combattività politica, si impegnano spese e armi, non si chiedono ai traditori di Europa e Occidente garanzie di sicurezza. Questo lasciatelo fare a chi ha paura della propria ombra e affoga nell’ipocrisia. Il povero Starmer a Washington a farsi fare la ramanzina dall’amico di Musk, che lo vuole in galera per complicità in stupro. Ma raccontatela meglio, la favola della sovranità europea e dell’ambiguità strategica e del legame speciale. Germania, Regno Unito, Francia, perfino quella povera Italia che sopporta un vicepresidente del Consiglio con la maglietta di Putin, sputtanato da un sindaco di destra ai confini polacchi, possono fare qualcosa di diverso dal corteggiare un re nudo, sculacciato con la copertina di Forbes, mettendosi in mutande.

sabato 25 gennaio 2025

Le conseguenze economiche e sociali del rimpatrio forzato



Maurizio Ambrosini
Quei migranti in fila: due su tre erano entrati in modo regolare negli Usa
Avvenire, 25 gennaio 2025

Un Donald Trump definito “vulcanico” o “pirotecnico” ha dimostrato immediatamente di voler far seguire alle promesse elettorali i fatti. Nel diluvio di ordini esecutivi firmati appena dopo il suo nuovo insediamento alla Casa Bianca il capitolo immigrazione si staglia in primo piano. Trump ha imposto una rigida sterzata in senso restrittivo su entrambi i versanti delle politiche migratorie: quello degli ingressi e quello dell’integrazione sociale. In ambo i casi le sue decisioni hanno assunto profili esorbitanti. Cercano di forzare le prerogative presidenziali, inaugurando una prevedibile stagione di conflitti con giudici, governi locali, attori umanitari della società civile. Attaccando minoranze politicamente deboli, il neo-eletto presidente sembra voler affermare un principio: il leader eletto dal popolo sovrano rivendica poteri pressoché illimitati, che né la Costituzione, né le istituzioni internazionali, né le convenzioni sui diritti umani possono condizionare.

Sul fronte della gestione degli ingressi e dei confini, Trump ha rilanciato uno dei suoi programmi più noti: il muro al confine con il Messico. Ora ha mobilitato l’esercito, accreditando l’idea che l’immigrazione non autorizzata equivalga a un’invasione armata e rappresenti una minaccia esiziale per il suo Paese. Per alzare la tensione parla continuamente di assassini, criminali, trafficanti di droga. Non ha ascoltato i consiglieri militari che hanno cercato di spiegargli che forse l’esercito, con il tipo di addestramento che riceve e i letali armamenti di cui dispone, avrebbe altri compiti.

Ma 11 milioni d’immigrati irregolari già vivono e lavorano negli Stati Uniti. Tra l’altro, due su tre sono entrati in modo regolare, senza violare i confini. Anche questi, famiglie comprese, per “The Donald” sono pericolosi criminali da catturare e deportare. Inasprendo una linea già introdotta nel primo mandato, ha ordinato l’avvio di raid della polizia federale per rintracciarli, il primo a Chicago: una di quelle “città santuario”, come si definiscono, che si oppongono alle deportazioni. E ieri ha esibito la fotografia dei primi immigrati (presunti) irregolari, incatenati che venivano caricati su un aereo.

Più in generale ci si interroga sugli effetti che potrebbero avere queste misure sul mercato del lavoro, tanto rilevante è l’apporto degli immigrati non autorizzati in diverse occupazioni, dai servizi domestici all’agricoltura, dai ristoranti alle costruzioni. Lo ha ricordato nel suo accorato appello la vescova episcopaliana. Ma sono due le misure emblematiche che rivelano il furore ideologico della politica trumpiana. Il primo è l’annuncio che la caccia agli immigrati non si fermerà neppure alle porte delle chiese, considerate finora luoghi di asilo inviolabili. Il secondo è la cancellazione del programma di reinsediamento di oltre 10.000 rifugiati, in gran parte famiglie vulnerabili, già selezionati nei campi profughi del mondo insieme all’Unhcr e pronti a partire per iniziare una nuova vita negli Stati Uniti.

Non meno importanti, e per certi aspetti inedite, sono le decisioni di Trump in materia di politiche per l’integrazione. Sono stati aboliti i programmi per favorire l’inclusione e la diversità culturale, e chiusi gli uffici pubblici che se ne occupavano, con immediate ripercussioni anche nelle grandi aziende private. È stata persino licenziata la comandante della Guardia Costiera, colpevole di troppo impegno sull’argomento. Ma ancora più dirompente è un’altra misura: l’abolizione dello ius soli, incorporato nella Costituzione degli Stati Uniti. Non si comprende come un ordine esecutivo presidenziale possa modificare la Costituzione, ma a quanto sembra di questi dettagli Trump non si cura. Un giudice si è già opposto, e le autorità locali protestano: privi di cittadinanza, i nuovi nati graveranno sui loro bilanci.

Trump non teme di dividere la società statunitense, fomentando rancore e conflitti sociali. Pensa probabilmente che gli giovino, compattando dietro di lui il Paese inquieto che l’ha votato. Forse non si rende conto che renderà più caotica, divisa e disuguale la società statunitense.

martedì 21 gennaio 2025

La resistenza dello spirito americano




Moira Donegan 
editorialista del Guardian USA
Attenzione Trump: lo spirito americano è instancabile
Ama la libertà e l'uguaglianza, aborrisce la tirannia, apprezza il farsi gli affari propri e odia, soprattutto, sentirsi dire cosa fare. Questo perseguiterà Trump abbastanza presto
The Guardian, 25 gennaio 2025

... C'è qualcosa di spezzato nell'anima quando tali spettacoli non possono più scioccarti. Ma confesso che non scioccano più me. L'America è governata, ora, da uomini che sono estremamente trasparenti psicologicamente: il loro risentimento e la loro avidità, la loro disperata, ricercata necessità, la loro insicurezza e la loro rabbia verso coloro che la provocano; queste cose trasudano da questi uomini, come un tanfo. Sono uomini malvagi, e patetici: mentalmente piccoli, moralmente brutti. Sono implacabilmente prevedibili.

Moira Donegan

Ecco un'altra previsione: questi uomini non riusciranno in tutti i loro piani. Non deporteranno così tante persone come dicono che faranno; non cambierà la legge tanto quanto promettono di fare; non cattureranno, non possono catturare le istituzioni così completamente, o seppellire il dissenso con altrettanto successo. Non possono fare tutto ciò che mirano a fare. Perché la politica non è finita; perché le nostre istituzioni non sono tutte crollate; e perché le istituzioni esistenti non sono gli unici metodi di resistenza e rifiuto.

Il movimento trumpista salito al potere lunedì si affida a un'America stanca e sconfitta, troppo indebolita per fare altro che sottomettersi alle loro richieste e ai loro piani. Ma lo spirito americano è instancabile: ama la libertà e l'uguaglianza, aborrisce la tirannia, apprezza il farsi gli affari propri e odia, soprattutto, sentirsi dire cosa fare. Quando Trump è stato in carica l'ultima volta, gli americani hanno scoperto, alla fine, che non gli piaceva. Non gli piacerà nemmeno ora, e questa avversione, per quanto tardiva, avrà conseguenze politiche.


Alexandra Schwartzbrodt
, Investitura di Trump: l'incubo
Libération. 21 gennaio 2025

Nous étions nombreux, devant notre écran, à avoir la sensation d’être bloqués dans une boucle temporelle, cherchant désespérément le bouton qui nous permettrait de mettre fin au cauchemar, car c’est bien d’un cauchemar qu’il s’agit. Et, à moins que toutes ces ambitions au sommet s’entrechoquent et finissent par s’annuler, nous n’en sommes qu’au début. Depuis de nombreuses semaines, notre correspondant et nos envoyés spéciaux racontent les Etats-Unis et l’entreprise Trump en construction. Oui, une véritable entreprise avec ses actionnaires, ses chefs de département, ses commerciaux mus essentiellement par des objectifs financiers et un besoin d’asseoir à n’importe quel prix la puissance américaine sur le monde. Face à ce triste spectacle, les Européens, déjà affaiblis politiquement, semblent comme figés d’effroi et d’impuissance dans la lumière des phares. S’ils veulent résister au séisme qui s’annonce, ils n’ont d’autre choix que de faire preuve de sang-froid, d’intelligence, et surtout d’unité.

lunedì 13 gennaio 2025

Cecilia Sala: il baratto


Mario Del Pero
, Trump e il sì al baratto, da Starlink alla Cina, giallo sulle contropartite, Domani, 13 gennaio 2025

Pochi avrebbero immaginato una risoluzione così rapida della crisi innescata dall’arresto di Mohammad Abedini e, quello contestuale, di Cecilia Sala a Teheran. Il governo italiano sembrava trovarsi in un vicolo cieco, stretto tra gli obblighi imposti dall’alleanza con gli Stati Uniti e la loro richiesta di estradizione di Abedini, e quelli imposti dalla necessità di fare tutto il possibile per giungere alla veloce liberazione di una propria cittadina ingiustamente detenuta. E invece la vicenda si è conclusa fortunatamente in poco tempo con quello che appare essere a tutti gli effetti un baratto dal quale paiono per il momento uscire vincitori Italia e Iran.

I termini di questo baratto e, soprattutto, i fattori che lo hanno permesso sono oggi impossibili da definire. Alcune cose le scopriremo probabilmente nelle settimane e nei mesi prossimi. Altre, se ci va bene e le fonti sono state prodotte e conservate (cosa di cui è lecito dubitare, ahimè), ce le diranno gli archivi tra qualche decennio. Gli elementi di cui disponiamo ci permettono per il momento di avanzare al massimo delle ipotesi. Sulla base delle quali possiamo provare a delineare tre scenari, che non si escludono necessariamente e possono anzi intrecciarsi tra loro.

L’INIZIATIVA  AUTONOMA

Il primo è quello di una iniziativa autonoma del governo italiano. Che forse aveva accondisceso con troppa leggerezza alla richiesta statunitense di arrestare Abedini, senza comprenderne appieno le possibili conseguenze. E che si è poi attivato per trovare una soluzione.

Magari sfruttando l’interregno della transizione presidenziale statunitense, con un’amministrazione in uscita ancora in carica, ma oggettivamente indebolita, e una che deve assumere le proprie funzioni. Una ipotesi non peregrina o irrealistica, questa, perché la storia delle relazioni tra gli Usa e i loro alleati minori è stata spesso segnata dalla capacità dei secondi di sottrarsi ai vincoli imposti dall’alleanza e di sfidare Washington, soprattutto su questioni e dossier non vitali per il primo. E nella quale nello scacchiere mediorientale l’Italia è riuscita spesso a sfruttare la sua capacità di preservare buoni rapporti e dialogare con gran parte degli attori dell’area, Iran incluso.

Via libera americano 

Il secondo scenario è invece quello in cui gli Usa hanno dato sostanzialmente il via libera all’Italia, autorizzando il baratto. Lo possono aver fatto per una pluralità di ragioni, che vanno dalla volontà di non indebolire un alleato importante e leale – pensiamo solo alla fedeltà atlantica dimostrata da Meloni e al capitale politico che ha speso sulla questione del sostegno all’Ucraina – alla consapevolezza che magari Abedini fosse un pesce piccolo che non valeva il costo di una protratta crisi diplomatica.

O, nel caso di Trump che una qualche voce in capitolo probabilmente l’ha avuta, lo possono avere fatto dietro l’impegno a future contropartite, soprattutto rispetto alle tante pressioni che arriveranno all’Europa dopo il 20 maggio, dalla richiesta di contribuire fattivamente a disaccoppiare le proprie economie da quella cinese a quella di abbandonare progetti di regolamentazione delle attività di grandi corporation statunitensi nel Vecchio Continente sino alle controverse aperture a Musk e al suo Starlink.

Dialogo Iran-Usa

Il terzo e ultimo scenario riduce il peso specifico dell’Italia e rimanda all’ipotesi che decisivo possa essere stato invece un qualche dialogo tra Iran e Stati Uniti. Dialogo che sappiamo esservi stato in questo quasi anno e mezzo di guerra in Medio Oriente, come del resto durante tutto il periodo dell’amministrazione Biden. E nel quale la vicenda Abedini-Sala rappresenterebbe solo uno dei tanti tasselli di un mosaico assai più complesso, fluido e parziale, rispetto al quale pesano le dinamiche interne al regime iraniano, il lascito di Biden al suo successore e i progetti di quest’ultimo in Medio Oriente.

https://ilmanifesto.it/lultimo-mistero-del-caso-abedini-e-nelle-sue-valigie

domenica 12 gennaio 2025

Meloni. Il piano inclinato



Andrea Malaguti, Meloni-Musk. Parigi vale ancora una messa? 
La Stampa, 12 gennaio 2025

Problema. Ci si può fidare? Meloni si fida. Crosetto anche. Nel dubbio, ho fatto una breve telefonata all'amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani. L'ho trovato in macchina, di ritorno da Thales, dove era andato ad occuparsi di aerospazio, business che entro il 2030 muoverà all'incirca mille miliardi e che è meglio non lasciarsi scippare. Cingolani, uomo con idee chiare e pensieri rapidi (in questo piacerebbe a Musk), non ha e non può avere una posizione politica rispetto a scelte consegnate al governo. Ma due considerazioni, che sintetizzo malamente, le fa. Le anticipo con una piccola agenda. Ci sono molte società, provider, che controllano satelliti (anche se nessuna a livello di Starlink). Questi provider gestiscono delle «costellazioni» che vendono «banda», che sarebbe il corrispondente celeste delle frequenze televisive. Chi compra «banda» accede al satellite e cripta un segnale di cui è l'unico titolare. Dunque – salvo hacker e criminali – se anche noi comprassimo satelliti da Starlink, investendo circa 1,5 miliardi, Musk non sarebbe in grado di accedere ai nostri dati. Mentre noi utilizzeremmo la banda per migliorare i collegamenti internet, mappare le ambasciate e mille altre cose. La Difesa? Si muove già oggi in autonomia, attraverso propri satelliti. E qui arriviamo alle considerazioni. La prima: «Se ci fosse un accordo in essere noi di Leonardo lo sapremmo. In questo momento un accordo non c'è. I satelliti però sono necessari. Da qualcuno li devi comprare. Musk li ha. L'Europa è indietro a causa di procedure complesse». Ovvero: abbiamo le capacità, tanto più in Italia, ma investiamo pochi soldi e siamo soffocati dalla burocrazia. La seconda: «L'Europa si deve muovere compatta e in tempo reale. Il senso di urgenza sta crescendo esponenzialmente. L'alternativa è dire: non ho le mie costellazioni e rinuncio alla sfida». Dunque, per quello che riguarda i satelliti una strada esiste: usiamo pro tempore quelli di Musk, prepariamo le nostre costellazioni e poi ognuno per la sua strada. Questo in teoria. Ma, in pratica, che cosa farà Meloni? Fino a che punto spingerà il compromesso? Fino a che punto si consegnerà? Da quale parte del tavolo ci farà sedere se non sarà più possibile stare su entrambe? Siamo sulla soglia di un ennesimo, eppure inedito, matrimonio nella cattedrale americana, l'organo sta suonando l'inno nunziale, ma a questa messa ha davvero senso partecipare per dire sì? —

mercoledì 8 gennaio 2025

La mente di un costruttore immobiliare



Aggiornamenti sulla transizione presidenziale: un imbaldanzito Trump parla di prendere la Groenlandia e il Canale di Panama con la forza
, New York Times, 7 gennaio 2025

Era un modo per ricordare che la definizione di "America First" data dal signor Trump è tutt'altro che isolazionista. Egli arriva alla politica estera americana con la mente di un costruttore immobiliare, con una propensione per arraffare territorio. Ha insistito che non si sarebbe lasciato scoraggiare dal trattato firmato con Panama, che è stato ratificato dal Senato nel 1978 per 68 a 32, appena oltre i due terzi dei voti richiesti dalla costituzione. Ha affermato che il ritorno del controllo del Canale a Panama era una cattiva idea - sostenendo che era riluttante a dirlo mentre la nazione stava seppellendo l'ex presidente Jimmy Carter, che aveva negoziato l'accordo. Egli ha poi ripreso, ripetutamente, a criticare il giudizio del sig. Carter. "Era una persona molto bella," ha detto il signor Trump. "Ma quello è stato un grosso errore," ha aggiunto. "Ci è costato l'equivalente di un trilione di dollari."

https://www.nytimes.com/live/2025/01/07/us/trump-news?smid=url-share


martedì 7 gennaio 2025

Verso il no all'estradizione





Alessandro Mantovani e Giacomo Salvini, Sala, Meloni accelera con Biden: verso il no all'estradizione in Usa, Il Fatto Quotidiano, 7 gennaio 2025

Diverse fonti governative confermano che la decisione politica c’è. L’Italia non intende estradare negli Stati Uniti l’ingegnere iraniano Mohammad Abedini Najafabadi, arrestato il 16 dicembre a Malpensa su richiesta di Washington e detenuto nel carcere milanese di Opera. L’obiettivo è favorire così la liberazione di Cecilia Sala, la giornalista di Chora Media e del Foglio imprigionata il 19 dicembre nel terribile penitenziario di Evin, alle porte di Teheran. Giorgia Meloni sabato sera è volata a sorpresa in Florida dal presidente eletto Donald Trump, nel villone Mar-a-lago a Palm Beach: un omaggio al presidente eletto, che le evita il bagno di impresentabili da Orbán in giù all’insediamento del 20 gennaio, e un primo sondaggio su Abedini e Sala. Viva irritazione del ministro degli Esteri Antonio Tajani, neppure informato del viaggio benché all’incontro ci fossero gli ambasciatori e il Segretario di Stato in pectore Marco Rubio.

FONTI GOVERNATIVE italiane accreditano una disponibilità del tycoon, specie se la partita si chiuderà prima del 20 gennaio e dunque con Joe Biden ancora alla Casa Bianca, senza macchiare con un “no” la relazione tra Meloni e Trump. Il 38enne Abedini è accusato di aver fornito ai pasdaran iraniani tecnologie per i droni esportate dagli Usa in violazione dell’embargo, sa molte cose che interessano a Washington ma non è il capo del programma nucleare iraniano. Proprio Biden il 9 sarà a Roma nell’ultima visita al papa e al presidente Sergio Mattarella: giovedì pomeriggio Meloni parlerà con lui a Palazzo Chigi. Sono in corso contatti e negoziati con gli Usa e con l’Iran, il Paese leader dell’occidente e quello che guida l’asse della Resistenza nel Medio Oriente. Materia delicata, tanto più che c’è il silenzio stampa chiesto dalla famiglia Sala in accordo con il governo. Ieri il sottosegretario con delega ai Servizi Alfredo Mantovano ha riferito al Copasir, il comitato parlamentare che si occupa dei Servizi. Nulla di concreto trapela, men che meno sull’iniziale gestione lenta e burocratica del caso. Non si capirà, almeno fino all’eventuale via libera Usa, se Palazzo Chigi abbia deciso di usare i poteri che il codice assegna in materia di estradizione al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Quello, in particolare, di far revocare ai giudici della Corte d’appello di Milano l’ordine di carcerazione di Abedini. Probabilmente si arriverà al 15 gennaio, quando la stessa Corte esaminerà la richiesta dell’avvocato Alfredo De Francesco di trasferire l’iraniano in un’abitazione del consolato, con la garanzia dell’ambasciata che non fuggirà. Altrimenti i tempi si allungheranno, nella speranza che siano almeno alleggerite le condizioni della detenzione di Sala a Evin: il 1° gennaio in drammatiche telefonate ai familiari, la giornalista 29enne ha raccontato di un isolamento assoluto, con la luce al neon accesa 24 ore su 24, in una cella senza neppure un materasso, nella quale non aveva ancora ricevuto il pacco dell’ambasciata italiana con i generi di conforto, i libri e la

Teheran L’Iran: “No legami con Abedini” Il 15 i giudici di Milano decidono sugli arresti domiciliari. Soluzione in mano a Nordio

mascherina per dormire. Gli Usa hanno tempo fino al 28 gennaio per completare la richiesta di estradizione, poi toccherà alla Procura generale che avrà un altro mese, infine alla Corte d’appello. Se Abedini sarà dichiarato estradabile sarà comunque Nordio a prendere la decisione definitiva. L’estradizione, per quanto regolata dal trattato Italia-usa, secondo il codice può essere rifiutata per motivi di interesse nazionale.

La Farnesina interpreta come una conferma del dialogo in corso la dichiarazione resa ieri dal portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Baghaei, che separa i due casi di Sala e Abedini. “L’arresto della giornalista italiana per violazione delle leggi islamiche – ha detto – non ha nulla a che fare” con quello dell’ingegnere. Ha parlato di “un’indagine in corso” su Sala e si è rimesso a eventuali “comunicazioni del portavoce della magistratura”. Non è una novità che le indagini in Iran si facciano dopo gli arresti, un’accusa formalizzata non c’è ancora, ma nella sua prassi di scambiare cittadini occidentali con i suoi detenuti (o con altre concessioni) la Repubblica islamica ha più volte rinunciato ad accuse anche pesanti. Mentre “la misura presa dagli Usa contro Abedini – ha detto ancora Baghaei – è una sorta di presa di ostaggi”.

lunedì 6 gennaio 2025

Lo sblocco


Marco Galluzzo, L'apertura Usa sul caso Sala. La premier: è andata bene
Corriere della Sera, 6 gennaio 2025

ROMA «È andata bene, sono più che soddisfatta, siamo pronti a lavorare insieme in modo costruttivo e con un clima di reciproca fiducia». Dal muro di riserbo che Palazzo Chigi ha eretto sulla visita lampo di Giorgia Meloni in Florida, nella residenza privata di Donald Trump, filtra comunque il sollievo e il giudizio positivo del capo del governo. È stata poco meno di cinque ore a una cerimonia che aveva lei come ospite d’onore, accolta con tutto il rispetto che si deve ad un Paese alleato, ma fra decine se non centinaia di ospiti che erano lì nello stesso momento per una serata privata in cui si è proiettato anche un film, ovviamente sui difetti della giustizia americana.
I
l rientro a Roma di Giorgia Meloni è accompagnato dallo stesso clima che ha contraddistinto la missione americana: la regola del silenzio, una regola che ha stressato non poco anche il sistema istituzionale del nostro Paese. [...]
Uno schema che appare dettato anche dalle esigenze del caso di Cecilia Sala. E se pochissimo filtra come consuntivo della visita, il bilancio che affiora è positivo. A Palazzo Chigi rimarcano diverse cose, e in primo luogo che il confronto ha avuto un taglio esclusivamente politico e generale, visto che esistono ragioni legali per le quali un presidente eletto non può affrontare con capi di Stato stranieri, o con altri interlocutori, dossier concreti di politica interna o estera prima del giuramento. Per gli americani è un regola aurea, e per averla violata ci ha rimesso la testa, nel 2017, Michael Flynn, che ammise di aver trattato con la Russia prima ancora che Trump si insediasse. Una lezione che nel team di transizione americano hanno imparato, e sul quale la delegazione italiana è stata caldamente consigliata.
Ma se la cornice è questa non è comunque di buon senso immaginare che Meloni abbia trascorso poco meno di cinque ore a casa di Trump senza un confronto su diversi dossier. Sicuramente ci sono stati anche momenti di un faccia a faccia, lontano dalla delegazioni. Se Meloni e Trump non si sono chiusi nello studio di lavoro del presidente eletto, risulta al Corriere che hanno trascorso non poco tempo da soli. Ed è plausibile che un’eco di alcuni temi affrontati in modo generale di fronte ai rispettivi team ci sia stato, e siano stati approfonditi argomenti specifici: il primo in cima alla lista è il caso Sala, forse la ragione principale, anche se non l’unica, per la quale la premier ha deciso di compiere una visita quasi top secret. Almeno sino a quando non è diventata pubblica.
E proprio sul caso Sala, senza rivelare dettagli particolari, si coglie nel governo un moderato ottimismo. Le istruttorie in corso nella nostra amministrazione, alla Giustizia e agli Esteri, e nelle interlocuzioni con gli americani, autorizzano a nutrire un’aspettativa su una linea non radicale da parte degli Stati Uniti. Formalmente e sino al 20 gennaio il dossier è gestito dall’amministrazione Biden, che sarà a Roma in visita al Papa e alla stessa Meloni fra pochi giorni, ma una valutazione incrociata delle carte è in corso e la visita lampo di Meloni sembra aver confermato le impressioni che circolano ai vertici del nostro sistema. Abedini, l’ingegnere iraniano arrestato dalla nostra magistratura, ragione del ricatto politico che Teheran ha messo in piedi con la detenzione della giornalista italiana, non sembra una pedina di primo piano o imprescindibile, anche secondo la valutazione del team di transizione fra le due amministrazioni degli Stati Uniti. Un punto che appare consolidare una fiducia maggiore, nel governo, sull’intera vicenda.


sabato 4 gennaio 2025

Salvare Cecilia si può



Corrado IntrieriPer riportare a casa Cecilia Sala servirebbe un atto di vero sovranismo. Come a Sigonella, Domani, 4 gennaio 2025

La vicenda della cronista arrestata in Iran è terribilmente complicata. Per risolverla il governo Meloni dovrebbe dare una prova di vero sovranismo, ispirandosi alla condotta del premier socialista durante la crisi di Sigonella 

La vicenda di Cecilia Sala si è terribilmente complicata, dopo che le prime mosse del governo si sono rivelate fallimentari.

Immediatamente dopo l’arresto della giornalista si è imposto il silenzio alla stampa italiana, che incredibilmente ha omesso ogni informazione alla pubblica opinione in nome dello stato di necessità e della illusoria speranza che i «buoni rapporti con Teheran» vantati dal ministro degli Esteri garantissero una sorta di soluzione “aumma aumma” della questione. 

I contorni del problema

Così non è stato e la questione è esplosa nella sua drammaticità. Adesso vediamone i contorni tecnici dopo tante parole al vento: l’Iran ha illustrato la posta in gioco, la libertà di Cecilia Sala contro quella di Mahammad Abedini, il tecnico accusato dagli Usa di terrorismo e traffico di armi belliche con cui sono stati uccisi soldati americani.

Mentre l’italiana è detenuta senza accuse precise ed un provvedimento motivato di arresto, senza che si abbia notizie che la stessa, detenuta in condizioni umilianti, risulti assistita da un legale di fiducia, autonomo ed indipendente, Abedini è detenuto dietro un’espressa richiesta di estradizione, secondo una legittima procedura contemplata dal codice italiano, e ha potuto nominare un legale italiano, godendo delle garanzie di legge.

È invero difficile ipotizzare che l’iraniano possa essere scarcerato in tempi brevi: il suo legale ha richiesto gli arresti domiciliari ma i giudici dovranno valutare se tale misura sia sufficiente a scongiurare il pericolo di fuga che come si ricorderà si verificò nel caso di una presunta spia russa e che originò un’iniziativa disciplinare del guardasigilli Carlo Nordio verso i magistrati che concessero gli arresti domiciliari. Vanno considerati diversi problemi, compresa la sicurezza di chi dovrà provvedere alla sorveglianza in modo costante ed effettivo.

L’alleggerimento della detenzione, peraltro, non risolverebbe il problema di fondo di Abedini che resterebbe comunque in attesa della decisione della Corte di Appello di Milano sulla estradizione in Usa.


Andrea Colombo, La scelta che spetta al governo: dare un dispiacere agli Usa
il manifesto, 4 gennaio 2025

 La revoca delle misure cautelari per chi è sottoposto a una richiesta di estradizione «è sempre disposta se il ministro della Giustizia ne fa richiesta». In ogni caso, la decisione finale sull’estradizione spetta solo al guardasigilli.

Non è un’informazione segreta e sensibile, di quelle che a pubblicarle sui giornali si rischia di rovinare manovre diplomatiche e mettere a rischio la sorte di qualcuno. È il Codice di procedura penale: materiale pubblico, facilmente reperibile.

È anche la risposta all’interrogativo che il governo si pone trafelato da oltre 15 giorni, prima con massima discrezione e sottovoce, poi con frenesia un po’ isterica, da ieri di nuovo zitti zitti perché altrimenti si fa danno: come chiudere presto e bene la drammatica vicenda di Cecilia Sala, riportando a casa la nostra collega.

Se la liberazione di Cecilia Sala è indissolubilmente legata a quella di Mohammad Abedini, la via maestra per ottenerla, l’unica sicura, la sola accettabilmente rapida, è una decisione tempestiva e coraggiosa non del solo ministro della Giustizia ma del governo e dunque, in primo secondo e terzo luogo, di chi lo presiede. Nella politica sia nazionale che internazionale temporeggiare è spesso consigliabile. Qualche volta capita che sia invece necessaria la drasticità e in quei casi nessun leader politico è mai felice. Però capita.

Affermare che la materia è competenza della magistratura non è una menzogna ma è una di quelle verità adoperate come scudo e usbergo. Certo la magistratura deciderà sull’estradizione ma con i suoi tempi e sono lunghi: istruttoria, appello, Cassazione. Se non sono anni sono mesi. Parecchi. L’Iran non ha fretta. Il diplomatico svedese Johan Floderus è rimasto in carcere due anni prima di essere scambiato con Hamid Nouri, condannato all’ergastolo per un massacro da migliaia di vittime. L’operatore umanitario belga Olivier Vandecasteele ha scontato un anno e passa prima di uscire in cambio della liberazione del diplomatico condannato per terrorismo Asadollah Assadi. Ma c’è anche chi ha aspettato in carcere 5 o 6 anni prima che venisse individuata la moneta di scambio.

Almeno su questo, per la verità, il governo sembra avere le idee chiare: bisogna fare presto, anticipare l’insediamento di Donald Trump. Con lui alla Casa Bianca tutto diventerebbe più difficile. Non è che manchi molto: due settimane o poco più.

Se il codice assegna al ministro ogni decisione finale in materia d’estradizione non è per capriccio. È perché la materia è sempre e comunque essenzialmente politica. Invocare la magistratura è un mettersi al riparo. Ma anche da quel punto di vista il guardasigilli, e la premier che di fatto ha la più sonora voce in capitolo, avrebbero argomenti solidi.

Il traffico per cui Mohammed Abedini è finito in manette si è svolto alla luce del sole, non lungo i percorsi oscuri dei trafficanti d’armi. Pesa per la giustizia degli Usa la destinazione: i Guardiani della Rivoluzione, organizzazione terrorista su quella sponda dell’Atlantico ma non su questa, né per l’Italia né per l’Europa. Non è un giudizio di merito sui Guardiani o su Abedini. È anche questo un principio legale che regola l’estradizione, quello della «doppia incriminazione». Richiede che «il fatto posto in essere dall’estradando sia penalmente illecito sia per l’uno che l’altro Stato». Per chi chiede l’estradizione e per chi deve concederla.

La controindicazione è chiara. Agli Usa una scelta del genere non farebbe piacere. È assolutamente normale, pienamente comprensibile, che a qualsiasi governo italiano, di destra sinistra o centro, spiaccia spiacere a Washington. Non ne fu lieto neppure Bettino Craxi ma al momento giusto, a Sigonella, seppe non esitare. Il leader socialista, decisionista e “patriottico” com’era, aveva grandi difetti ma anche qualche dote. Non ci sarebbe nulla di peggio di una leader con i suoi difetti ma senza le sue doti.

mercoledì 2 ottobre 2024

La ballata del Cerutti




Michela Nacci ha scritto molti anni fa un bel libro sull'antiamericanismo in Italia al tempo del fascismo. Stephen Gundle si è occupato dei comunisti italiani tra Hollywood e Mosca. Qualcuno un giorno ragionerà sul modo in cui dopo la seconda guerra mondiale è stata metabolizzata l'influenza americana. In molti casi c'è stata una assimilazione creativa, spesso ironica e scherzosa. Si pensi alla canzone Tu vuò fa l'americano, o al film Un americano a Roma. Anche Giorgio Gaber ha dato un suo contributo in materia, in particolare con la ballata del Cerutti. La ballata è una forma molto antica di poesia, nasce come lauda religiosa con Guittone d'Arezzo e Jacopone da Todi. Si ritrova come componimento di ispirazione amorosa in Cavalcanti e Petrarca. Giorgio Gaber e Umberto Simonetta nel 1960 producono a loro volta una ballata, ma a quel punto si tratta di una canzone in musica e gli antecedenti significativi non risalgono ai secoli Due e Trecento. Pochi anni prima, tra il 1955 e il 1958, erano uscite in America due canzoni che recavano il nome di ballate, dedicate una a Davy Crockett e l'altra a Tom Dooley, personaggi famosi di rilievo nazionale. Gaber e Simonetta si rifacevano in modo esplicito a questi precedenti, senza però offrire una replica pedestre. Quello che in origine era il frammento solenne di una epopea nazionale diventava la rimembranza umile e preziosa di una epopea domestica. Senza dubbio il Cerutti Gino è anche lui, a suo modo, un personaggio memorabile, ma lo è solo per un ristretto giro di amici. 
Il personaggio celebrato da Gaber e Simonetta è tutto sommato uno come tanti, un giovane di  vent'anni, scansafatiche e squattrinato, che frequenta il bar del Giambellino, il quartiere della periferia milanese dove lui vive. Questo marginale, non riuscendo a rubare una Lambretta lasciata in una strada buia, si fa arrestare, si becca una condanna a tre mesi di galera e viene liberato in anticipo con il condono dopo una lunga ramanzina del giudice. Tornato al bar, scopre di avere acquistato per il tempo che verrà la reputazione del duro. 

Musica di Giorgio Gaber, parole di Umberto Simonetta

Io ho sentito molte ballate: quella di Tom Dooley, quella di Davy Crockett  e sarebbe piaciuto anche a me scriverne una così. E invece, invece niente: ho fatto una ballata per uno che sta a Milano, al Giambellino: il Cerutti, Cerutti Gino.


Il suo nome era Cerutti Gino
ma lo chiamavan drago
gli amici al bar del Giambellino
dicevan che era un mago.

coro: era un mago

Vent'anni biondo mai una lira
per non passare guai
fiutava intorno che aria tira
e non sgobbava mai.

Il suo nome era Cerutti Gino
ma lo chiamavan drago
gli amici al bar del Giambellino
dicevan che era un mago.

coro: era un mago

Una sera in una strada scura
occhio c'è una lambretta
fingendo di non aver paura
il Cerutti monta in fretta.

Ma che rogna nera quella sera
qualcuno vede e chiama
veloce arriva la pantera
e lo vede la madama.

Il suo nome era Cerutti Gino
ma lo chiamavan drago
gli amici al bar del Giambellino
dicevan che era un mago.

coro: era un mago

Ora è triste e un poco manomesso
si trova al terzo raggio
è lí che attende il suo processo
forse vien fuori a maggio.

S'è beccato un bel tre mesi il Gino
ma il giudice è stato buono
gli ha fatto un lungo verborino
è uscito col condono.

Il suo nome era Cerutti Gino
ma lo chiamavan drago
gli amici al bar del Giambellino
dicevan che era un mago.

coro: era un mago

E' tornato al bar Cerutti Gino
e gli amici nel futuro
quando parleran del Gino
diran che è un tipo duro.

 

lunedì 9 maggio 2022

La guerra per procura

 


 

Angelo d'Orsi, Falsi e veri lacchè, Rifondazione comunista, 10 aprile 2022

... se i fatti storici sono determinati sempre da tre fattori, il conflitto in Ucraina – che non è la guerra dell’Ucraina, ma della Nato contro la Russia, e della sorte della popolazione ucraina non importa un accidenti a nessuno – lo conferma: i fattori sono gli individui (in questo caso la decisione, che condanno, di Putin di attaccare), il contesto (il golpe di Euromaidan, la presenza di forze neonazi in Ucraina, i 15 mila morti in Donbass provocati dagli ucraini tra la popolazione russofona e russofila) e il caso (fin qui non determinante, ma fattore sempre importante). La combinazione dei tre ha condotto alla guerra. E mandare armi, o pensare di mandare soldati, e aderire alla logica delle sanzioni di cui l’Europa (e l’Italia in primis) subirà le conseguenze, sono tre scelte scellerate. E dobbiamo dirlo. A dispetto dei “lacchè”, non di “Santa Madre Russia”, ma, piuttosto, dei padroni dei media, tra l’altro tutti coinvolti nei giganteschi affari dell’economia di guerra, ossia produzione di armi, mezzi militari, proiettili. Sarà un caso?

Marcello Flores Mario Gozzini, La "guerra per procura", Il Post, 7 maggio 2022

 Il mantra più frequente delle ultime settimane, introdotto dagli «esperti geopolitici» e utilizzato con entusiasmo da tutti coloro che non vogliono (per timore o per avversione) che si mandino armi in difesa della resistenza ucraina contro l’invasione russa, è la «guerra per procura» o «proxy war». La «procura» è la delega attraverso cui qualcuno (persona, istituzione, stato) conferisce a un’altra entità (persona, istituzione, stato) il potere di rappresentarlo. Parlare di guerra per procura tra Russia e Stati Uniti (o NATO) vuol dire ritenere che siano stati gli Stati Uniti (o la NATO) a conferire all’Ucraina di rappresentarli nella guerra contro Putin: di cui, evidentemente, porterebbero responsabilità significative nell’averla iniziata o nel continuarla.

Per quanto il pensiero geopolitico tenda a ritenere soggetti della storia soltanto le grandi potenze, le cui ambizioni, timori e percezioni dovrebbero essere tenute in considerazione e rispettate (mentre quelle delle piccole potenze evidentemente no), sono rimasti in pochi coloro che non riconoscono che sia stato Putin a invadere l’Ucraina. Altra sorpresa per i geopolitici – in genere poco attenti a fattori non materiali come le ideologie – è stata la capacità di resistenza di una piccola (appunto) nazione come l’Ucraina. E infatti la scelta di parlare di «guerra per procura» non è stata immediata, ma si è fatta sempre più insistente man mano che – di fronte alle capacità inattese di resistenza degli ucraini – Stati Uniti ed Europa si sono trovati costretti (moralmente, politicamente e geopoliticamente) ad aumentare i loro aiuti, anche militari, a chi si sta difendendo da un’aggressione illegittima e criminale.

In questo modo si equipara, con un salto logico che dovrebbe far riscrivere gran parte della storia e degli scontri militari avvenuti in passato, l’aiuto fornito a un paese aggredito all’entrata in guerra diretta contro il paese aggressore. Perché succede? Per cercare una risposta siamo andati a rileggere le memorie autobiografiche di Bob McNamara, ministro della difesa statunitense al tempo della guerra in Vietnam. Si dimise in pieno Sessantotto per dissenso con il modo di gestire il conflitto e ormai convinto che quella guerra la si poteva solo perdere. Nelle sue memorie scrive che il motivo vero e profondo della sconfitta americana sia stata la mancanza di “empatia con il nemico”: non sapevamo chi avevamo di fronte e in queste condizioni è molto facile perdere. Anche oggi, come sempre, il problema è lo stesso: chi è Putin? Il guaio delle domande giuste è che producono altre domande. La risposta a questa la cerchiamo in un altro libro molto demonizzato e poco letto: Lo scontro di civiltà di Samuel Huntington. Il punto centrale del libro è che, finite le grandi ideologie del Novecento (fascismo, comunismo), sono destinate a risorgere antiche identità religiose. Scritto otto anni prima dell’undici settembre, non c’è male come capacità di analisi.In Putin si ritrova lo stesso passaggio: da ufficiale del KGB a (finto) seguace della chiesa ortodossa e soprattutto credente nel nazionalismo grande russo. Ma d’altra parte, cosa ha da offrire al futuro la Russia? Non ha le capacità industriali della Cina, non ha la scienza e la tecnologia degli USA (vaccino sputnik insegna). Ha delle risorse naturali (gas, petrolio) in via di sostituzione se non si vuole bruciare il pianeta. Anzi è stata proprio la “maledizione” – gli economisti dello sviluppo la chiamano proprio così – della rendita petrolifera a viziare i russi, scoraggiare i loro imprenditori, alimentare la corruzione. E a perdere i vantaggi che indubbiamente avevano al tempo dello Sputnik (quello vero, il primo satellite spaziale). A Putin rimane perciò solo la forza bruta militare. Quella ha e quella mette sul tavolo. Come dice Shakespeare “c’è del metodo in questa follia”.

Perché non ci accorgiamo di queste piccole cose? La geopolitica realista ha avuto notevole successo nell’epoca della guerra fredda, ma nemmeno in quel periodo si è usato il termine di «guerra per procura» per spiegare i conflitti in Vietnam, in Medio oriente, in Afghanistan. Di quegli anni, tuttavia, è rimasto in gran parte dell’opinione pubblica – soprattutto di quella di sinistra e pacifista – l’idea dei «campi» contrapposti, un’idea sopravvissuta, dopo trent’anni, alla fine del comunismo e della guerra fredda; con il collegato e conseguente atteggiamento fortemente critico nei confronti degli Stati Uniti e dell’Occidente, e spesso tollerante e giustificazionista verso quello sovietico.

In gran parte d’Europa, e in Italia in modo particolare, si è continuato a guardare ai nuovi rapporti internazionali e al nuovo mondo multipolare con gli occhi del passato, del secolo scorso: e questo ha portato a sottovalutare le mire neoimperiali e l’ideologia neonazionalista di Putin (che non sono solo riedizioni del passato ma hanno forti elementi di novità), con cui ci si è sempre più legati nella dipendenza energetica, frutto di una visione bipartisan della destra e della sinistra; ma anche l’evoluzione della politica statunitense e la sua crescente debolezza proprio in politica estera e sulle scelte internazionali (dal fallimento in Siria di Obama a quello in Afghanistan di Biden, passando per la schizofrenia pericolosa di Trump).

Ricondurre la guerra di aggressione russa all’Ucraina a un conflitto per procura tra Russia e Stati Uniti è un modo consolatorio per utilizzare i criteri e i parametri della guerra fredda con cui siamo convissuti per decenni, ma impedisce di comprendere la novità – preoccupante e difficile da risolvere – della strategia aggressiva di Putin, una reinvenzione a uso russo e della sua storia, in un’ottica ideologica religiosa-nazionalista, dello «spazio vitale» ritenuto imprescindibile dal potere di Mosca (e che molti «realisti» considerano il limite da non violare pena il rischio di una guerra nucleare).

Coloro che rifiutano, con motivazioni diverse e da prospettive politiche e ideologiche differenti e opposte, la consegna di armi all’Ucraina per continuare a difendersi dall’aggressione russa, cadono nella logica del non-intervento che non ha dato in passato – pur con tutte le differenze di situazioni non comparabili – risultati da considerare positivi. Il non-intervento di Francia e Gran Bretagna di fronte alla ribellione militare dei generali spagnoli contro la Repubblica ha permesso la vittoria, dopo tre anni di guerra civile (e con altri trenta di violenta dittatura) di Franco e dei paesi fascisti che l’avevano militarmente appoggiato, accelerando la scelta bellicista dell’Asse nel 1939. Il non-intervento in Siria da parte di Obama dopo averlo minacciato se si fosse superata la linea rossa delle armi chimiche si è risolto nell’intervento russo e nella terribile e cruenta vittoria di Assad dopo la distruzione di Aleppo e altre città. Si tratta di due esempi, il più lontano e il più vicino nel tempo, in cui la logica di evitare una escalation bellica ha condotto alla vittoria militare dell’aggressore, con conseguenze terribili per la popolazione civile, non solo nell’immediato ma anche nel tempo futuro.

Terminare o ridurre l’aiuto alla resistenza ucraina, sia militare che economico, sia diplomatico che umanitario, può solo accelerare una vittoria – magari solo parziale dal punto di vista territoriale, ma completa – dell’esercito russo, le cui forme di occupazione abbiamo visto con dovizia di documentazione a Bucha, Mariupol e tanti altri luoghi. La possibile trattativa che ne seguirebbe non potrebbe essere che un riconoscimento delle condizioni poste da Mosca, mentre quella che facesse seguito a una non-vittoria russa potrebbe incanalarsi su una vera trattativa con la possibile partecipazione di paesi garanti.

Resta l’interrogativo – a cui nessuno per ora sa e può dare risposta – se in caso di perdurante non vittoria Putin possa decidere l’escalation verso forme più distruttive fino all’uso possibile di armi nucleari tattiche. Se però fosse questo timore a impedire di continuare ad armare gli ucraini per difendersi si aprirebbe la strada a un equilibrio di «non deterrenza» in cui le potenze nucleari possono invadere e conquistare a piacimento i propri vicini con la minaccia di usare, se ostacolati e fermati, le armi atomiche.

La «guerra per procura», in realtà, nasconde anche un’altra insidia, che è forse la più pericolosa: quella di non considerare come entità autonome e indipendenti i popoli e gli stati che vivono accanto o nelle sfere d’influenza delle grandi potenze, di cancellare la loro volontà e le scelte che vogliono e possono compiere, per sottometterli alla logica ferrea del realismo geopolitico e quindi delle ragioni del più forte. Si tratta, da questo punto di vista, di una regressione – non solo ideale e giuridica – di quanto conquistato faticosamente con la pace di Westfalia, anche se la fine della seconda guerra mondiale mantenne e anzi affermò la logica dei campi contrapposti e intoccabili, che poi il crollo del comunismo e la fine della guerra fredda accantonarono in nome dei principi di libertà e autogoverno.

Ci pare, in particolare, che non si sia colta in Occidente la novità di quella che gli ucraini chiamano “rivoluzione della dignità” e che nel 2014 porta alla fuga del presidente filorusso. Protagoniste di quella rivoluzione non sono le bandiere degli USA (come era accaduto alla caduta del muro di Berlino nel 1989) bensì quelle dell’Unione Europea (ed è la prima volta che accade nella storia). Il significato ci pare chiaro: non è (solo) l’idea di una prosperità economica a muovere gli ucraini, ma un’idea più ampia e generica di libertà e democrazia (e anche questo è la prima volta che accade). È  questo a spaventare Putin, per le implicazioni potenziali che riguardano le giovani generazioni russe. Ma la sua reazione è immersa nel passato: pensa di replicare Budapest 1956 o Praga 1968 con una parata di tank a scopo deterrente. E invece si trova davanti a un mondo cambiato. Anche gli Stati Uniti e la Gran Bretagna oscillano di fronte alla novità: prima offrono un salvacondotto a Zelensky, poi pensano di vincere la guerra sottovalutando le capacità di prolungata guerra di attrito a disposizione di Putin. Errori si mischiano ad errori, da entrambe le parti. Così in passato si è entrati nelle guerre mondiali. A costo di apparire menagrami, è nostro dovere di storici ricordarlo.





martedì 15 marzo 2022

Alessandro Orsini, una verifica

 

Ugo Colombino 

Ecco un contributo alla complessità e al pensiero critico. Dovrebbe piacere ai critici del "pensiero unico".

Dani Macchi
12
marzo alle 21:01

LE INNOCENTI OMISSIONI DEL PROF. ORSINI
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Chi mi conosce sa che qui su FB rarissimamente scelgo di parlare di qualcosa che non abbia a che fare con la musica.
Oggi faccio un'eccezione, mosso da una piccola scoperta che ho fatto che mi dà l'opportunità di divertirmi un po' a sbertucciare simpaticamente l'apparente sicumera di un personaggio recentemente assurto ad improvvisa notorietà televisiva per le sue posizioni sul tema dell'i'invasione russa in Ucraina.
Parlo del Prof. Alessandro Orsini, Direttore dell'Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS e del quotidiano Sicurezza Internazionale.
Giovedì scorso durante "Piazza Pulita" il Prof. Orsini, con tono accorato, ha rivelato all'Italia - specificando che voleva che "passassero informazioni che non sono passate" - che la NATO tra il Giugno e Settembre 2021 aveva effettuato "tre gigantesche esercitazioni militari con scenari di guerra in Ucraina", coinvolgendo addirittura paesi non-NATO. “Io mi domando, – si chiede il Prof. Orsini – la von der Leyen dov’era quando succedeva questo?”
Queste rivelazioni - che stanno facendo scalpore e stanno aiutando a creare la percezione che questa guerra sia (anche) colpa dell'Ucraina e della NATO - mi hanno lasciato attonito. Ma allora è vero, mi son detto, la NATO e l'Ucraina stavano provocando/minacciando la Russia! Sarebbe una cosa gravissima se fosse vera. Ho deciso che dovevo saperne di più.
Ho cercato e trovato informazioni sulle tre "gigantesche esercitazioni". Ne cito una come esempio, la "Tre Spade", del Luglio 2021. E scopro che la narrazione televisiva del Prof.Orsini ne offriva una suggestione e percezione non esattamente allineata alla oggettiva realtà dei fatti, a causa di alcune, senz'altro innocenti, omissioni.
1) Anzitutto di questa esercitazione ne dà notizia il 27 Luglio la più grande agenzia di stampa mondiale, la Reuters (ecco il link: https://www.reuters.com/.../ukraine-holds-military.../ ) il Prof. Orsini aveva asserito che erano "informazioni che non sono passate".
2) Vi partecipano Ucraina (ovviamente, l'esercitazione avviene sul loro territorio), Stati Uniti, Lituania e Polonia. Quindi solo 3 paesi NATO e 1 non-NATO. Il Prof. Orsini aveva detto "la NATO ha fatto tre gigantesche esercitazioni militari". Ed è giusto, anche solo 3 paesi NATO sono comunque la NATO, ma su questo ci torneremo.
3) Vi hanno partecipato 1.200 soldati. Il totale di soldati ucraini prima dell'invasione era di 250.000 unità. Quindi vi ha partecipato meno dello 0.5% dei soldati ucraini. Questa sarebbe la dimensione reale della "gigantesca esercitazione" di cui parla il Prof. Orsini.
4) l'esercitazione è avvenuta a Yavoriv, una cittadina vicino Leopoli ed adiacente al confine con la Polonia. Una cittadina a circa 760 chilometri dal confine con la Russia. Il Prof. Orsini ha ritenuto di non dover specificare questa distanza geografica (questa sì, davvero gigantesca) fra l'esercitazione in questione ed il paese che poteva ritenersi da essa minacciato o provocato.
E forse sarebbe stato opportuno per il Prof.Orsini contestualizzare la "rivelazione" di queste "gigantesche esercitazioni" aggiungendo che nell'Ottobre 2019 la Russia ha effettuato un'esercitazione militare in Serbia, portando il sistema missilistico S-400 (che ha una gittata di 400km) nel territorio serbo, ad un tiro di schioppo da qui, uno potrebbe dire con un po' di humor nero.
Ma soprattutto, ed è questa la principale innocente omissione del Prof.Orsini e la mia piccola scoperta, forse sarebbe stato opportuno aggiungere che nel Febbraio 2021 la NATO ha effettuato un'esercitazione militare CON LA MARINA RUSSA, al largo delle coste del Pakistan. L'esercitazione si chiamava "AMAN-2021", ed i paesi NATO coinvolti erano Stati Uniti, Regno Unito e Turchia.
Se il Prof. Orsini non avesse omesso di dire che solo 4 mesi prima delle "gigantesche esercitazioni" del giugno 2021 Russia e NATO facevano allegramente una esercitazione militare assieme, il potere suggestivo della sua "rivelazione" si sarebbe totalmente afflosciato, perdendo tutta la sua forza persuasiva.
Ma, mi sono detto, è impossibile che l'esimio Prof.Orsini abbia omesso di dire una tale cosa se l'avesse saputa! Sicuramente non la sapeva! Cribbio, se l'avesse saputa senza esplicitarla sarebbe sicuramente un comportamento da (come minimo) sbertucciare pubblicamente! SI tratta sicuramente di una innocente omissione!
Indaghiamo.
La fonte è la RIA Novosti, il servizio stampa della flotta russa nel Mar Nero.
E chi ha riportato la notizia in Italia?
Un sito chiamato "Sicurezza Internazionale", in questo articolo: https://sicurezzainternazionale.luiss.it/.../marina.../
E "Sicurezza Internazionale" chi lo dirige?
Facile, c'è scritto in cima all'articolo: il Prof. Alessandro Orsini.