mercoledì 15 ottobre 2014

Henry Miller, la fantasmagoria letteraria e il resto

Aldo Grasso
Henry Miller non fu mai rispettabile
Corriere della Sera, 15 ottobre 2014


Quando Lawrence Durrell chiede ad un membro della giuria del premio Nobel se Stoccolma abbia mai preso in considerazione la candidatura di Henry Miller (1891-1980), questi risponde: «Stiamo aspettando che diventi rispettabile». Cosa impossibile per Henry, un uomo così lontano dall’idea di «rispettabilità» di allora. Bastava seguire la cronaca della sua vita, anche se sinteticamente.
Ma ecco che, adesso, una nuova biografia, Henry Miller di Arthur Hoyle (Odoya, pagine 370) — la quarta, a distanza di vent’anni dalla precedente — ne indaga la parabola umana e letteraria, con un metodo investigativo (tipo giornalismo d’inchiesta) che tiene conto delle molte rivelazioni contenute nelle lettere inedite dello scrittore, nei brani sconosciuti dei diari di Anaïs Nin e nelle interviste ad amici e conoscenti dello scrittore americano, soprattutto in quella con la terza moglie, Lepska Warren. Forse in nessuno scrittore esiste un’osmosi così profonda fra vita ed arte.
C’è di più: per la sua indagine, Hoyle costeggia Freud e — anche se questo metodo ne appesantisce un po’ la lettura — dà un’immagine dettagliata, autentica, della vicenda (ricchissima di contraddizioni) di uno dei più interessanti autori del XX secolo, che aveva scelto come punto di riferimento Walt Whitman, morto l’anno successivo alla sua nascita.
Henry Miller nasce a New York, nel quartiere di Manhattan, da due immigrati tedeschi. Carattere insofferente delle regole e ossessionato dal sesso, a 19 anni va via in giro per gli States con una divorziata di 37 anni. Si mantiene con lavori saltuari. Rientrato a New York, si sposa, ha la prima figlia e inizia a scrivere. Nel 1923 conosce la ballerina June Mansfield, divorzia e si risposa. June lavora nei locali notturni, dove concede, a pagamento, le sue grazie a ricchi clienti. Ciò le permette di mantenere Henry e di fargli pubblicare il primo libro di prose (Mezzetinte) a proprie spese.
Dal 1928 al 1929, i due vanno a Parigi. Poi Miller ci ritorna, da solo, nel 1930. Collabora all’edizione francese del «Chicago Tribune» ed abita a Villa Seurat, in casa dell’amico inglese Michael Fraenkel, dove entra in contatto con scrittori ed artisti (egli stesso si dedica al disegno). Fra questi, Anaïs Nin, di 12 anni più giovane, nata a Neuilly-sur-Seine, poi trasferitasi in Usa. Figlia di un pianista e di una cantante cubani, Anaïs aveva sposato, a New York, il bancario e cineasta Hugh Parker Guiler e, dopo una serie di vicissitudini, era rientrata in Francia.
L’incontro con Miller e la relazione che segue sconvolgono la vita di entrambi, come ricorda la donna nei suoi Diari . Nel 1931 Miller comincia la scrittura di Tropico del cancro (che esce nel 1934 da Obelisk Press). Quando l’editore Jack Khatane legge il manoscritto, portatogli da William Bradley, agente letterario degli scrittori americani che vivono a Parigi (fra cui Gertrude Stein, Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald), scrive a Miller: «Ho molto atteso che un libro come il suo mi cadesse tra le mani. È turpe, stimolante e c’è quello che ha scritto lei: il libro più tremendo, più sordido, più veritiero che abbia mai letto. Al suo confronto, l’ Ulisse di Joyce sa di limonata». Il linguaggio rude attrae Anaïs e influenza non solo la sua scrittura, ma anche il suo modo di vivere, la sua sessualità. «La sua prima opera edita — nota Hoyle nella biografia — stabilì la sua voce e il suo stile distintivi, marchiandolo all’instante come scrittore fuorilegge».
Vietato in Gran Bretagna e negli Usa, il libro uscirà a New York solo nel 1961. Ed è proprio su questo binario che vanno le ricerche di Arthur Hoyle. Per vedere sino a che punto l’America è diventata, per Miller, un «incubo ad aria condizionata».




Guido Almansi
Henry Miller, sesso di carta
la Repubblica, 31 dicembre 1991



Quest’anno cade il centenario della nascita di Henry Miller ma l’ avvenimento non ha avuto eco qui in Italia dove pure, venti o trent’ anni fa, l’ interesse per la sua opera era molto vivo. Certo, gli ultimi anni non sono stati molto favorevoli alla sua reputazione. La paura dell’ Aids non ha spento l’ impulso sessuale ma ha almeno soffocato lo spirito di esuberanza, di eccesso, di indiscriminato entusiasmo per le attività sessuali di cui Miller è stato il campione (la frase più tipica dello scrittore è “the fugitive piece of tail”, l’ effimero passaggio di un sesso femminile che deve essere colto al volo). Inoltre la pubblicazione dello stupidissimo Opus Pistorum ha certamente danneggiato la sua fama di scrittore: io sono di quelli che ritengono l’ opera un apocrifo, ma anche se fosse stato scritto da lui non vorrebbe dire niente perché quelle pagine non sono significative. La fama di Miller deve basarsi su libri ben più forti e rappresentativi.
Nei paesi di lingua inglese il 1991 ha visto la pubblicazione di almeno due grosse biografie: Robert Ferguson,
Henry Miller, A Life (Hutchinson, sterline 18.99) e Mary V. Dearborn, The Happiest Man Alive. A biography of Henry Miller (Harper Collins, sterline 18.50). Già dal titolo (che riprende quello di una precedente biografia dello scrittore, Always Merry and Bright, diciamo “Sempre allegro e in gamba”, di Jay Martin) si può capire la fatuità della ricostruzione della Dearborn; ma Ferguson, che è andato a controllare, ovunque possibile, tutti i dati biografici deformati dalla mitomania dello scrittore e ha consultato montagne di documenti, è abbastanza interessante circa le contraddizioni fra la verità fattuale e la verità fittiva. Quasi tutto quello che si supponeva circa l’ uomo Henry Miller come Don Giovanni irresistibile, grande scopatore, consumatore insaziabile di donne, seduttore di prostitute che “gliela davano” gratis, esploratore spericolato delle più acrobatiche varianti sessuali, bohèmien anarchico che spargeva terrore intorno a sé con l’ arroganza e la brutalità della sua violenza iconoclastica e della sua satiriasi, è falso. La realtà è molto più ordinaria, anche se le pagine migliori della sua opera non vengono minimamente scalfite da queste rivelazioni del biografo.
Miller era un ragazzotto borghese, un po’ timido, un po’ impacciato, che arrossiva quando si trovava fuori dalla sua cerchia di amici, con una lunga storia di ambizioni fallite, di velleità e di insuccessi dietro di sé. A trentasei anni andava ancora a mangiare dai genitori la domenica, e a volte ritornava a vivere con loro quando mancavano i fondi. La sua
bohème era fasulla perché, quando a Parigi o in uno dei suoi viaggi i soldi finivano, bastava un telegramma alla mammina o al paparino, e questi spedivano un assegno. Miller ebbe varie mogli, è vero, e le abbandonò una dopo l’ altra (con o senza prole) in modo cinico; ma la storia dei suoi successi erotici extraconiugali pare fosse molto modesta. Lui stesso riconosce: “Io nuoto in un oceano di sesso ma le escursioni reali sono molto rare” (in una lettera a Anaïs Nin). Era ossessionato dalla paura delle malattie veneree, e allo stesso tempo ha sempre avuto una passione travolgente per gli amori mercenari; ma anche queste scappatelle erano molto caute e non frequenti. Waldo Bald, il giornalista americano che è stato il modello per Van Norden, il personaggio “cuntstruck” (ossessionato dal sesso femminile; peccato che in italiano manchiamo di una parola così specifica e così utile) in Tropico del Cancro, dichiarò in un’intervista molti anni dopo che tutte quelle vanterie sessuali erano pura invenzione: lui le raccontava a Miller solo per prendere in giro questo borghesuccio che aveva appena scoperto a Parigi il mondo del sesso con la stessa ingenuità con cui Colombo aveva scoperto l’America. Miller si è sempre vantato di una potenza sessuale sovrumana, da stallone supremamente dotato; basta pensare all’episodio iniziale di Tropico del Cancro, con le promesse fatte a Tania di un congresso sessuale degno di Giove Olimpico. Cito il brano nella felice traduzione di Luciano Bianciardi:
C’ è l’osso, nei miei venti centimetri di cazzo. Ti stiro tutte le grinze della fica, Tania, gonfia di seme. Ti rimando a casa, dal tuo Sylvester, col mal di pancia e l’ utero rovesciato. Il tuo Sylvester! Sì, lui sa accendere il fuoco, ma io so infiammare una fica. Ti sparo in corpo frecce roventi, Tania, ti faccio le ovaie incandescenti.
Accidenti, viene da dire. Nella realtà, invece, tutto quello che sappiamo è che qualche volta riusciva a venire due volte di fila. “Perché non vieni un’altra volta?”, pare chiedesse Anaïs Nin al marito Hugh Guiler, e nel suo diario aggiunge “come fa Henry”. Beh, non è abbastanza per acquistare una reputazione da toro da monta, se l’exploit non è sostenuto da un’esuberanza mitomaniaca che si traduce in grande e ornata scrittura barocca. A mio avviso, il documento più importante della biografia immaginaria che Miller ha aureolato intorno alla sua persona è il suo libro su Rimbaud, Il tempo degli assassini (pubblicato in Italia da Sugarco nella traduzione di Giacomo De Benedetti). In un articolo su Repubblica del 1986 avevo già suggerito l’importanza di questo studio per capire la deformazione psicopatologica di Henry Miller, e le recenti biografie sembrano confermare la mia intuizione. Miller non amava la poesia; aveva lasciato un corso universitario perché gli imponevano di leggere il poeta rinascimentale inglese Spenser; era insensibile alla musica del verso. Pure si entusiasmò per Rimbaud l’uomo pur ignorando quasi totalmente Rimbaud il poeta. Il punto chiave è la coincidenza tra la data di morte di Rimbaud (10 novembre 1891) e la data di nascita di Miller (26 dicembre 1891, trattenuto nell’utero materno un giorno di troppo, mancando così la coincidenza decisiva); un caso di metempsicosi? D’altra parte Rimbaud stesso è stato visto dai suoi fedeli come “le Divin Enfant”, come il Salvatore, come Gesù Cristo redivivo, come Dio (si veda Le mythe de Rimbaud di Etiemble). Le metempsicosi potrebbero essere due, non una. L’ anima di Rimbaud si è trasferita nel corpo di Henry Miller, ma Rimbaud stesso aveva ricevuto una visita da un personaggio alieno (ricordiamo la sua frase, “Je est un autre”); niente meno che Gesù Cristo. Miller è uno dei tanti folli che hanno creduto che Rimbaud fosse Gesù Cristo reincarnato, o almeno il fratello gemello del Salvatore. Poche citazioni dal Tempo degli assassini basteranno. “Secondo me, non c’ è contrasto tra la sua visione del mondo e della vita eterna, e quella dei grandi innovatori religiosi”. “Nell’ apparizione di Rimbaud su questa terra non c’ è qualcosa di altrettanto miracoloso del risvegliarsi di Gotamo, o di Cristo che accetta la Croce, o dell’ incredibile missione liberatrice di Giovanna d’ Arco?”. “Quanto ebbi ragione di rinviare la scoperta di Rimbaud! Se sul suo apparire e sulle sue manifestazioni in terra, io traggo conclusioni del tutto diverse da altri poeti, col medesimo spirito i santi trassero conclusioni straordinarie sull’ avvento di Cristo”. “A me pare che egli stesse preparando il suo Calvario”. La conclusione, nella mente alterata del biografo (che è anche autobiografo) è ovvia. A un certo punto l’ anima di Gesù Cristo è emigrata nel delicato corpo del miracoloso ragazzo francese, e poi alla sua morte si è trasferita un’ altra volta nel corpo robusto del ragazzo di Brooklyn. Rimbaud è stato solo un intermediario. Questa interpretazione, come una poesia di Rimbaud, deve essere presa “littéralement et dans tous les sens”. Ma non ignoriamo il senso letterale di questa doppia metempsicosi, come viene confermato da numerosi passi di Tropico del Capricorno: “Tutto quello che mi succedeva era troppo tardi per significare qualcosa. Fu così anche la mia nascita. Fissato per Natale, venni al mondo con mezz’ ora di ritardo”. “Per levare la mia vita individuale una frazione di centimetro sopra questo mare di morte, devo aver fede più grande di Cristo, saggezza più profonda del più grande veggente”. “La mia casa non è di questo mondo, né dell’ altro”. “Se mi toccasse la sorte d’ essere Iddio la rifiuterei”. “Tutti i miei calvari sono stati crocifissioni in rosa”. Sembra che tutta la storia della lutulenta produzione letteraria di Henry Miller sia marcata da questa analogia costante fra il narratore e una figura divina che il narratore rappresenta o incarna. Rimbaud è un possibile trait d’ union tra la divinità e il narratore come erede spirituale di questa divinità. “Le dérèglement de tous les sens” di Rimbaud diventa il gigantismo erotico di Henry Miller, o le piroette delle sue acrobazie sessuali.