giovedì 30 ottobre 2014

Un vetraio nella Francia del Settecento

JACQUES-LOUIS MENETRA Così parlò Ménétra. Diario di un vetraio del XVIII secolo Garzanti, Milano 1992, pagine 403



Paolo Alatri
Ai piedi di madame la ghigliottina. Gli anni eroici della Rivoluzione nei ricordi d'un sanculotto
Corriere della Sera, 6 maggio 1993



Cesare Zavattini scrisse che "i poveri sono matti"; gli fa eco Daniel Roche, secondo il quale "i poveri sono muti", nel senso che la marginalizzazione in rapporto ai circuiti stabiliti delle culture ufficiali impedisce loro quasi sempre di farsi capire. Roche scrive quella frase introducendo l'autobiografia di Jacques-Louis Ménétra, un vetraio francese vissuto dal 1738 ai primi dell' Ottocento. Il suo ampio scritto, che abbraccia un arco di tempo di 65 anni, si aggiunge ai pochissimi testi analoghi provenienti da persone dei ceti popolari, che per i secoli XVII e XVIII non sono più numerosi delle dita di una sola mano. Di qui, dalla loro estrema rarità, il loro straordinario valore di testimonianza e di documento; tanto più da apprezzare nel caso di Ménétra, in quanto la sua autobiografia è spontanea, vivace, divertente. Osserva Benedetta Craveri, nella prefazione che si accompagna alla introduzione di Daniel Roche, che negli stessi anni in cui Rousseau inaugurava, servendosi dell'analisi introspettiva, l' autobiografia moderna, quest'altro figlio del popolo, oscuro vetraio, prendeva anch'egli in mano la penna per raccontare se stesso. A differenza del "cittadino di Ginevra", tuttavia, Ménétra non era un essere d'eccezione (o almeno non lo era nel senso in cui lo diciamo per Jean-Jacques), non si era innalzato al di sopra delle sue origini, non si era imposto per il suo genio alle élites intellettuali francesi ed europee, non era un grande scrittore. Eppure, il modesto artigiano che sapeva appena leggere e scrivere e, senz'ombra di ambizione letteraria, narrava la propria vita, compiva anch'egli un gesto rivoluzionario. A differenza di Rousseau, per il quale l'estrazione popolare aveva finito per assumere un significato eminentemente morale e simbolico, Ménétra era e resta, in tutto e per tutto, un esponente del popolo, nella piena e concreta accezione del termine. Ma, malgrado il peso dei condizionamenti socio culturali della società d'ordini d'Antico Regime, il vetraio parigino rivendicava nel suo Journal, non diversamente da quanto andava facendo Rousseau nelle Confessions, l' unicità della propria esperienza individuale e affermava, come scrive Daniel Roche, "una morale della fedeltà a se stesso nella libertà". Non è possibile, nel breve spazio di questa nota, indicare tutti i motivi di interesse che la sua autobiografia presenta. Certo, innanzi tutto, il quadro vivissimo dei costumi, delle abitudini, dei riti popolari, colti in modo immediato nella stessa esperienza di vita dell' autore, il quale, oltre tutto, viaggiò la Francia in lungo e in largo, secondo le esigenze dell' artigianato francese dell' epoca e della sua organizzazione corporativa. I sette anni trascorsi in giro per la Francia, che occupano un terzo del suo Journal, fanno emergere un mondo profondamente arcaico, dominato dagli istinti, impastato di violenza e di morte: Ménétra incontra sul suo cammino, come in un romanzo picaresco, briganti, ladri, assassini, è costretto a imbarcarsi su una nave pirata, finisce in prigione, contrae ilvaiolo e altre malattie poco onorevoli (egli è un impenitente tombeur de femmes), ma la sua furbizia e la sua prontezza hanno sempre la meglio sulle circostanze più avverse. La natura del suo lavoro lo porta a salire e scendere di continuo i diversi livelli della società, a entrare nelle case dei poveri come nei palazzi e nei conventi. Di qui la ricchezza e la varietà del quadro. Ma poi, tra le caratteristiche più peculiari di questo testo, colpisce il suo atteggiamento a dir poco disincantato, beffardo e qua e la' perfino blasfemo, di considerare la religione e i preti. Ménétra non perde occasione per affermare la propria laica incredulità nei confronti dei sacerdoti. E' quasi certo che egli abbia avvicinato Rousseau e chiacchierato con lui; è certo comunque che ne conosceva le opere; forse non ha letto Voltaire, ma certo ne ha orecchiato le idee e contribuisce, come militante di base, al successo della grande campagna d' opinione sferrata dal patriarca dei Lumi contro l'Infame; e l' arrivo del 1789 è da lui salutato con un'esplosione di gioia. La Rivoluzione è venuta a dar forma giuridica e sostanza politica a ciò che egli è sempre stato nello spirito e nel cuore: un libero cittadino. Anche per questo la sua autobiografia riveste un notevole interesse storico, perché, se la sua testimonianza è situata nello spazio sociale delle classi popolari parigine da cui sono emersi i sanculotti, a distanza di due secoli egli ci offre la possibilità di capire meglio come si forma e come funziona la cultura della gente del popolo e da che cosa emerse la rivolta popolare che infiammò la Rivoluzione.



Si veda inoltre Robert Darnton, Un Don Giovanni plebeo, Lettera internazionale, n.28, 1991