sabato 25 ottobre 2014

Voltaire, il negro del Surinam

Candido (1759)
capitolo 19

... Avvicinandosi alla città s’incontrarono in un negro disteso in terra, che non aveva che la metà del suo abito, cioè un par di braghe di tela azzurra; mancava a questo povero uomo la gamba sinistra, e la mano dritta. - Mio dio! gli dice Candido, che fai tu là, amico, in questo stato orribile in cui ti vedo? - Attendo il mio padrone il signor Vanderdendur il famoso negoziante, risponde il negro. - E questo signor Vanderdendur, dice Candido, ti ha conciato così? - Sì, signore, risponde il negro, quest’è l’uso: ci vien dato un par di brache di tela per vestito due volte l’anno: quando lavoriamo alle zuccheriere, e che la macina ci acchiappa un dito, ci si taglia la mano; quando vogliam fuggire ci si taglia la gamba; a questo prezzo voi mangiate dello zucchero in Europa. Intanto, allorchè mia madre mi vendè per dieci scudi patacconi sulla costa di Guinea, ella mi diceva: figliuol mio, benedici i nostri feticci, adorali tutti i giorni, essi ti faran vivere fortunato; tu hai l’onore d’essere schiavo de’ nostri signori i bianchi, e tu fai la fortuna di tuo padre e di tua madre. Ah! io non so se ho fatto la lor fortuna, so bene che essi non han fatto la mia: i cani, le scimmie, i pappagalli son mille volte meno disgraziati di noi. I feticci olandesi che mi han convertito, mi dicon tutte le domeniche che noi siamo tutti figli d’Adamo, bianchi e neri; io non sono genealogista, ma se quei predicatori dicono il vero noi siam tutti fratelli cugini; or voi converrete che non si possono usare tra parenti trattamenti più orribili.
- O Pangloss! grida Candido, tu non avevi pensato a questa abominevole circostanza; ed è pur cosa di fatto; bisognerà finalmente che io rinunzii al tuo ottimismo. - Che cos’è quest’ottimismo? dice Cacambo. - Ah, risponde Candido, è la maniera di sostenere che tutto va bene quando si sta male.
Intanto versava lagrime riguardando il negro, e piangendo entrò in Surinam.
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Stefano Montefiori
Contro il cinismo io sto con Voltaire
Corriere della Sera, 12 ottobre 2014

In difesa della globalizzazione, con il Candido di Voltaire, proprio quando tutti sembrano abbandonare la nave del cosmopolitismo. Nella destra francese, Sarkozy torna in politica e per prima cosa ripete che la Francia deve denunciare il trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone in Europa. A sinistra, il socialista Manuel Valls dice che i rom non hanno vocazione a integrarsi e devono tornare in Romania e Bulgaria. Marine Le Pen, a suo dire né di destra né di sinistra ma «contro il sistema», vince le elezioni europee promettendo che farà uscire la Francia dall’Unione Europea. Se questa è la politica, il panorama culturale francese tributa poi un grande successo al ripiegamento nazionale di un libro come L’identité malheureuse di Alain Finkielkraut, dalla parte dei «francesi sedentari che fanno comunque l’esperienza dell’esilio perché (per colpa dell’immigrazione, ndr) intorno a loro tutto è cambiato». Questi sono i tempi, e allora il filosofo André Glucksmann torna con un saggio provocatorio, che osa difendere idee ormai poco alla moda come l’universalismo e la contaminazione, dall’epoca dei Greci alla base della civiltà europea.
Voltaire contre-attaque (Robert Laffont) è una staffilata di 207 pagine al nuovo consenso. «Un consenso — scrive Glucksmann — che, a destra, sinistra e ali estreme, sguazza nei ruscelli putridi degli egoismi di corto respiro. Assecondando gli stati d’ansia, la politica diventa un’arte reazionaria. Vuole salvare quel che può, ripristinare frontiere obsolete, dare una riverniciata a cosiddetti valori che non sono, in realtà, mai esistiti».
Il settantasettenne Glucksmann insorge contro quel tic intellettuale contemporaneo che consiste nel tacciare di ipocrisia e scollamento dalla realtà quanti ancora si ostinano a difendere i diritti dell’uomo, accusati di essere sognatori, «anime belle» irresponsabili, sulle quali poi pende la scomunica definitiva di «radical chic» qualora siano schierati a sinistra. Non è questo certamente il caso di André Glucksmann, e da tempo: protagonista del Sessantotto parigino, l’allora nouveau philosophe intraprese il suo distacco dalla gauche nei primi anni Settanta, quando denunciò gli orrori del socialismo reale a Muro di Berlino ancora ben saldo.
Lei scrive che la contrapposizione tra realismo e difesa dei diritti umani è ridicola.
«Certamente. Dove sta il vero realismo? Il primo dei diritti dell’uomo, la libertà di circolare, non è il regalo di cuori generosi, ma la condizione necessaria della nostra prosperità. Abbiamo rigettato le ideologie progressiste che, in nome di un modello unico di Umanità, hanno giustificato tante ignominie, e abbiamo fatto bene. Ma dalle utopie marxiste e dalle elegie hegeliane siamo precipitati a questa specie di fatalismo, di cinismo postmoderno».

Perché Voltaire è importante per l’idea di Europa e di Occidente?
«È un antidoto ai nazionalismi, è un filosofo molto più contemporaneo di tutti i suoi successori, adepti dei sistemi chiusi. Voltaire rifiuta le ideologie, l’ossessione per le radici, le frontiere, lotta contro i fanatismi. Ha vissuto quasi tre secoli fa, ma di sicuro è meno anacronistico dei critici che gli sono succeduti. Anche il mio amico Roland Barthes, che pure era un voltairiano, si è distaccato da Voltaire. È sempre stato così, i sostenitori a un certo punto sono diventati i più grandi detrattori».

Barthes accusava Voltaire di essere anti-intellettuale, troppo leggero.
«Mi viene da ridere. La semplicità, lo stile distaccato e ironico sono precisamente i suoi punti di forza e non di debolezza. Contro Hegel e i suoi discendenti degli ultimi due secoli, contro i pensatori dell’assoluto, a mio parere conviene andare più indietro. L’ultimo grande è stato Voltaire, ma Barthes non poteva riconoscerlo perché era schiavo dello spirito sistemico della sua epoca, del marxismo. Gli eredi di Voltaire non li troviamo in filosofia, ma in letteratura: Stendhal e Flaubert vanno nello stesso senso».

Per esempio?
«Prendiamo Flaubert e i rom: poco incline al romanticismo, l’autore di
Madame Bovary lascia Esmeralda a Victor Hugo e Carmen a Georges Bizet, ma nel 1867 racconta a George Sand del suo incontro con un accampamento di tzigani a Rouen. Dice di aver dato loro qualche soldo e di essere stato aggredito dalla folla per questo, e descrive quell’odio, l’odio che gli uomini d’ordine riservano all’eretico, al filosofo, al solitario, al poeta».
Nel capitolo intitolato «Elogio del mendicante, del gitano e del sans-papiers» lei se la prende con le espulsioni dei rom.
«È incredibile che nella Francia del XXI secolo, dove peraltro la distinzione tra destra e sinistra è completamente saltata, il governo socialista punti a espellere i rom considerandoli una minaccia. Una comunità di 15, di 20 mila persone al massimo, capace di mandare in crisi una nazione di 60 milioni di abitanti? Non si è mai visto un capro espiatorio così perfetto. In una Francia che da almeno un secolo accoglie italiani, polacchi, spagnoli, portoghesi, maghrebini, africani ed ebrei, il pugno di mendicanti nelle nostre strade è una goccia d’acqua, un puro argomento di propaganda».

Lei esalta il Voltaire di «Candido», non quello di «Zadig».
«Zadig è un uomo che accetta il sapere assoluto. Zadig nasce e cresce ricco, sta bene all’inizio delle sue peripezie, bene alla fine, conosce l’infelicità, ma non ne è toccato, guarda i disastri del secolo a cui appartiene, ma non sono i suoi. È un rappresentante della filosofia classica contro Candido».

Degli uomini politici contemporanei c’è qualcuno che lei considera un erede di Voltaire?
«I dissidenti. Václav Havel. I comunisti avevano rivoltato i valori come un guanto, il vocabolario sovietico aveva stravolto la realtà: in nome della pace, immense mobilitazioni militari; in nome dell’Uomo nuovo a venire, la persecuzione dei viventi. Armati delle loro disillusioni, i protagonisti delle rivoluzioni di velluto hanno cambiato l’Europa. La cortina di ferro è crollata sotto la pressione di migliaia di Candidi».

E adesso?
«Dilaga la tentazione dell’“ognuno a casa sua”. Il ripiegamento identitario fa risorgere un pericolo contro il quale due guerre mondiali dovrebbero averci vaccinato. L’Europa è stata ed è una bella idea. Purtroppo si sfalda a partire dalla sua testa prima ancora che per colpa dell’economia. Contro le nuove linee Maginot, bisognerebbe tornare al Candido».


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VOLTAIRE AT FERNEY (1939)


Perfectly happy now, he looked at his estate.
An exile making watches glanced up as he passed
And went on working; where a hospital was rising fast,
A joiner touched his cap; an agent came to tell
Some of the trees he'd planted were progressing well.
The white alps glittered. It was summer. He was very great.

Far off in Paris where his enemies
Whispered that he was wicked, in an upright chair
A blind old woman longed for death and letters. He would write,
"Nothing is better than life." But was it? Yes, the fight
Against the false and the unfair
Was always worth it. So was gardening. Civilize.

Cajoling, scolding, screaming, cleverest of them all,
He'd had the other children in a holy war
Against the infamous grown-ups; and, like a child, been sly
And humble, when there was occassion for
The two-faced answer or the plain protective lie,
But, patient like a peasant, waited for their fall.

And never doubted, like D'Alembert, he would win:
Only Pascal was a great enemy, the rest
Were rats already poisoned; there was much, though, to be done,
And only himself to count upon.
Dear Diderot was dull but did his best;
Rousseau, he'd always known, would blubber and give in.

Night fell and made him think of women: Lust
Was one of the great teachers; Pascal was a fool.
How Emilie had loved astronomy and bed;
Pimpette had loved him too, like scandal; he was glad.
He'd done his share of weeping for Jerusalem: As a rule,
It was the pleasure-haters who became unjust.

Yet, like a sentinel, he could not sleep. The night was full of wrong,
Earthquakes and executions: soon he would be dead,
And still all over Europe stood the horrible nurses
Itching to boil their children. Only his verses
Perhaps could stop them: He must go on working: Overhead,
The uncomplaining stars composed their lucid song.

                W. H. Auden

http://www.newyorker.com/magazine/2005/03/07/voltaires-garden