sabato 23 febbraio 2013

Pillole gramsciane1. Elezioni e populismo

Come preannunciato nel precedente post del 13 febbraio (http://www.machiave.blogspot.it/2013/02/pillole-gramsciane.html) inizia questa settimana l’avventura delle “Pillole gramsciane”. 
Nella (quasi) scoraggiata ricerca di un conforto, di un meditato consiglio o, almeno, di una illuminante opinione capace di aprire qualche squarcio di luce sulla nebulosa realtà politica che caratterizza questi giorni di tesa eccitazione elettorale mi è sembrato particolarmente rilevante (e consolante?) l’articolo “Un fungo porcino”, pubblicato sull’edizione piemontese dell’“Avanti” il 3 ottobre 1919 nella rubrica “Sotto la Mole”. 
Si era nel pieno del “Biennio rosso” e l’Italia, come tutti gli stati europei distrutti dalla guerra, viveva (allora) una grave crisi economica. Da mesi ormai Torino, come gran parte delle città italiane, era percorsa da imponenti e spontanei moti di protesta delle masse popolari e della piccola borghesia, provocati dall’insostenibile aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. 
Si era (allora) alla vigilia delle elezioni che si sarebbero svolte il mese successivo e qualcuno (allora) cercava in tutti i modi di approfittare della situazione. 
A costoro era dedicato l’articolo di Gramsci da cui traggo il seguente breve frammento. 

«… è avvenuto che i cittadini Mazza, Prato, Rosso, Petrignani, Mello, Gastaldi, Battaglia, Baratto, Cuvertino, Torreggiani e Garello – essendosi trovati ad essere precisamente dieci inscritti nel Fascio liberale monarchico, angustiati dal pensiero che tra i tanti comitati, sottocomitati, commissioni, sottocommissioni, leghe, fasci associazioni, società, sodalizi, confraternite, congreghe, conventicole, congregazioni, consigli, non si era trovato modo di trovar loro un posticino, una carichina, un titolino da inserire nel biglietto da visita; trovando che ad essere in dieci c’era precisamente da costituire un consiglio direttivo con un presidente, un vicepresidente e otto consiglieri – costituissero appunto un consiglio direttivo con un presidente, un vicepresidente e otto consiglieri. Detto fatto, i dieci, costituitisi in consiglio dei dieci, pensarono un programma. Detto pensato, il programma fu scritto. Il programma naturalmente fu apolitico, poiché quanto più si approssimano le elezioni, e specialmente le elezioni a scrutinio di lista con voti di preferenza, tanto più tutti i cittadini che non hanno ambizioni e non si umiliano, no, per un biglietto da dieci lire o una croce da cavaliere, a diventare strumenti dell’altrui ambizione, scoprono nell’intimità dei precordi un odio, un odio contro la politica e l’infeudamento ai partiti e la vile sottomissione alla disciplina delle idee, un odio che è altrettanto feroce quanto una gatta in puerperio rinchiusa in una latta di petrolio. E il programma apolitico si propone di migliorare la sorte dei lavoratori con criteri tecnici e, poiché vuole abolire la lotta di classe, non si propone “altra mira fuorché la lotta pel vantaggio economico dei lavoratori” ». 

Succedeva anche questo, allora. Però i nostri dieci cittadini (allora) non pensarono di fondare un “nuovo partito”; si “limitarono” a istituire la “Borsa del lavoro”, un’“associazione apolitica e di esclusiva difesa economica dei lavoratori”; poiché, tuttavia, prima che l’associazione possa avviare il "lavoro di esclusiva difesa" ci saranno le elezioni, «la borsa – aggiungeva Gramsci – aprirà i cordoni di se medesima per affliggere molti proclami alla “vera” classe operaia, “veramente” cosciente ed evoluta; si presenterà con programma apolitico e il candidato preferenziale avrà anch’egli un programma apolitico». 

Grazie Nino (ancora una volta).

Francesco Scalambrino