mercoledì 20 febbraio 2013

Dizionario Bersanese





Oggi "Il Foglio" ha ripreso (a tradimento) un articolo di Gotor del 2009  sul linguaggio utilizzato da Bersani, che egli definisce «bersanese»: l’articolo sorprende per la sua incredibile attualità. Bersani pur avendo intuito la necessità di codici linguistici differenti, non riesce comunque a compiere il salto. 



Dice Gotor:



La lingua di Bersani è peculiare perché non sceglie di mescolare l’alto e il basso – ossia di percorrere la strada del mistilinguismo di tutta una tradizione letteraria italiana che va da Dante Alighieri a Carlo Emilio Gadda – ma preferisce usare solo il sermo humilis, quello dei toni gergali e quotidiani, dei dialettismi orgogliosamente esibiti, delle parole tronche e strascicate, della sentenziosità proverbiale che ricorda da vicino il populismo linguistico degli esordi di Umberto Bossi e di Antonio Di Pietro.


Interessante è la classificazione delle metafore bersaniane


Un gruppo di metafore è tratto dal mondo contadino, quello che popolava le aie delle cascine della bassa padana fino alla metà del secolo scorso: «la raccolta non la fai quando semini», «il consenso è come una mela sul ramo: balla, balla ma cade solo se c’è il cestino» […]. Un secondo insieme di immagini rimanda al laborioso mondo artigianale delle officine e delle botteghe con i loro antichi mestieri: un partito si costruisce «a forza di cacciavite», «la lama si affila sul sasso», «facciam l’amalgama», «bisogna trovare la quadra» [..].Il terzo gruppo di espressioni figurate riguarda il mondo delle osterie e quello delle bocciofile: «ci hanno levato la briscola», «siamo rimasti col due in mano», «non possiamo portare vino annacquato».


(A ciò aggiungerei l’ormai evidente compiacimento con il quale Bersani imita Crozza che imita Bersani)



La domanda sorge spontanea non solo all’autore del pezzo, ma a tutti noi:



Ma come parla Bersani? E soprattutto, perché parla così? Naturalmente, l’interessato ha la risposta pronta e quindi ricorda: «Io negli anni Settanta parlavo in un modo che oggi mi fa quasi schifo: fra il politichese e l’ostrogoto. Ho fatto uno sforzo, adesso credo alla nobiltà della metafora, che consente a tutti di capire». Insomma, saremmo davanti alla studiata scelta di un registro comunicativo originale, che avrebbe lo scopo di raggiungere il maggiore numero di persone possibili, offrendo loro la possibilità di identificarsi pienamente con l’interlocutore, a prezzo di rinunciare a qualunque intento pedagogico-formativo. Se fosse così, una simile opzione avrebbe un indubbio vantaggio, ossia quello di produrre nell’ascoltatore un curioso effetto di regressione che predilige la nostalgia per il buon tempo antico.



Peccato che



Oggi gli italiani non parlano più in questo modo e i luoghi e i mestieri richiamati da Bersani sono quasi materialmente scomparsi insieme con i microcosmi sociali di riferimento: la bocciofila, la cascina, l’osteria, la bottega sartoriale, l’officina. E dunque ne scaturisce un risultato paradossale perché la realtà non corrisponde al linguaggio e il linguaggio quindi non riesce a descriverla compiutamente, ad afferrarla in un progetto. Il candidato alla segreteria del Pd sembra rivolgersi a una platea di cattolici e socialisti dell’Ottocento, ma il pubblico che lo ascolta si sente come estraniato, quasi fosse in un museo davanti a un quadro di Pellizza da Volpedo.



E qui Gotor ha afferrato il nocciolo della questione: non basta sentire l’esigenza di una buona comunicazione perché questa si compia: ci vuole una cosa che a Bersani – come del resto alla maggior parte dei politici manca: il talento. La comunicazione – piaccia o non piaccia – è un’arte che non si impara. Se poi a questa mancanza si associano quelle ben più grave di non avere il coraggio di rischiare e di rimanere radicato ad un elettorato – che nella migliore delle ipotesi è in via di estinzione e nella peggiore esiste solo ormai nell’immaginazione dei politici – e quella di non avere la minima empatia verso la gente comune (nel senso di intuirne necessità reali, sentimenti e stati d’animo),  il disastro è assicurato. Conclude Gotor in maniera fin troppo benevola: Bersani



proprio del passato sta facendo un uso smaliziato e consapevole con l’ambizione di chiamare a raccolta un elettore sommerso, quello delle primarie, che deciderà il suo futuro politico. Ciò può forse bastare a Bersani per motivare un pezzo di partito e per rafforzare il recinto del proprio elettorato tradizionale, ma certo non gli sarà sufficiente se vorrà davvero vincere la sua partita, ossia raggiungere pezzi di società (si pensi soltanto alla piccola e media impresa) che oggi non votano il Pd. Per riuscirvi, però, «’sta roba qui» non dovrà essere solo di sinistra, ma soprattutto riformista e non guardare al passato e basta, bensì anche al presente e al futuro degli italiani. Bisogna trovare ancora le parole per dirlo, ma come dicevano gli antichi: rem tene, verba sequentur.


(Il Sole 24 ore, 12 settembre 2009)