domenica 17 febbraio 2013

Paul Verlaine, l'innamoramento

E' una poesiola facile? E' una poesiola facile. Musicale, come sa esserlo Verlaine, pur con qualche asperità, il "dolorosamente" del secondo verso fa pensare a un passaggio sassoso. L'autore vuole sentirsi in regola e si mostra eloquente.  Mentre i versi scorrono veloci verso la fine, quasi inosservata passa un'idea dell'amore, attraverso una rappresentazione dinamica assai efficace. L'incertezza prima, la fiducia poi che viene dalla certezza del rapporto con l'altro, la comunanza nuova. L'apertura alla vita (dal presagio d'alba al mattino). Alberoni ha scritto libri su libri per dire più o meno questa cosa semplice semplice. A Verlaine sono bastate una cinquantina di parole. Non per nulla era un poeta. (Giovanni Carpinelli)

Camminavo su sentieri infidi
dolorosamente incerto.
E le tue care mani mi guidarono.
 
Pallido un debole presagio d'alba
riluceva all'orizzonte lontano:
il tuo sguardo fu il mattino.

Nessun altro rumore che il suo passo
sonoro incoraggiava il viaggiatore.
La tua voce mi disse: Vai avanti!

Il mio cuore timoroso, oscuro,
piangeva solo sulla triste via:
l'amore, delizioso vincitore,
 

ci ha riuniti nella gioia. 

[da La bonne chanson, 1870]

NB Nel testo francese il poeta si rivolge al suo interlocutore con un voi, che in italiano non è traducibile. Sartre e Simone de Beauvoir si parlavano con il voi, e così facevano le coppie d'altri tempi. Era un segno di rispetto. E il voi in questa poesia può anche venire dal fatto che i due all'inizio non si conoscono. (gc)
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J'allais par des chemins perfides,
 

Douloureusement incertain.
Vos chères mains furent mes guides.

Si pâle à l'horizon lointain
Luisait un faible espoir d'aurore ;
Votre regard fut le matin.

Nul bruit, sinon son pas sonore,
N'encourageait le voyageur.
Votre voix me dit: "Marche encore!"

Mon coeur craintif, mon sombre coeur
Pleurait, seul, sur la triste voie ;
L'amour, délicieux vainqueur,
 

Nous a réunis dans la joie.

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Noi tendiamo ad innamorarci quando siamo pronti a cambiare. Perchè siamo mutati interiormente, perchè è cambiato il mondo attorno a noi, perchè non riusciamo più realizzare i nostri desideri o ad esprimere le nostre potenzialità. Allora cerchiamo qualcuno che ci indichi la strada e ci faccia assaporare un nuovo modo di essere. Possiamo perciò innamorarci a qualsiasi età, ma soprattutto nelle svolte della nostra vita. (Francesco Alberoni)

In memoria di Verlaine posseduto da Rimbaud

La vocazione all'annuncio mortuario che caratterizza twitter mi ha ricordato che ieri, 120 anni fa, è morto Paul Verlaine. Poeta, ma non grande poeta. Lieve, dolce, a volte dolciastro, così implacabilmente musicale, come il Rilke peggiore. La sua immediatezza facile - chi lo ama direbbe: ingannevolmente immediata e facile - fece scegliere due suoi versi come segnale dall'Inghilterra ai partigiani francesi che stava per avvenire lo sbarco di Normandia: "Les sanglots longs des violons de l'automne / Blessent mon coeur d'une langueur monotone". Già.
Gli nuoce la vicinanza e la relazione con Rimbaud, così tanto più grande. Alla fine è Rimbaud che lo salva nella memoria della poesia, il povero "vierge folle" della Saison en enfer, un ritratto così terribile e potente da rendere Verlaine grandioso malgrado se stesso, immortale per contiguità.
Ed è sempre Rimbaud a salvare poeticamente Verlaine anche dopo aver scelto da tempo il silenzio della poesia. Nel 1889 giunse a Verlaine la notizia (falsa) della morte del suo ex giovane amico. Ne uscì "Laeti et errabundi", straordinaria poesia d'amore che nega la morte. All'imbolsito stanco e così adulto Verlaine scoppia la pelle dell'Io, fino ai versi incontenibili della parte finale:
Mort, vous,
Toi, dieu parmi les demi-dieux!
Ceux qui le disent sont des fous.
Mort, mon grand péché radieux e le strofe che seguono. (Enrico Pozzi)