lunedì 27 giugno 2022

E se la guerra durasse per mesi?

 


Sabato Angieri,Il dono americano, è al fronte il superlanciarazzi Himars, il manifesto, 24 giugno 2022

E se la guerra durasse per mesi? Gli ucraini questa domanda non se la pongono più da tempo ma la Nato e i principali sostenitori di Zelensky, Johnson in testa, sembra stiano preparando per un cambio di strategia.

IERI IL PREMIER britannico ha dichiarato alla Reuters che «lo slancio bellico della Russia in Ucraina probabilmente rallenterà» anzi, che si potrebbe arrivare «a un punto in cui non ci sarà più nessun tentativo di avanzata» dato che l’offensiva in Donbass ha «esaurito» le forze dell’esercito russo. In altri termini, Johnson ha paventato uno scenario di stallo, aggiungendo che «dobbiamo aiutare gli ucraini a invertire la dinamica», ovvero inviare più armi. Poco dopo il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha cercato a modo suo di tranquillizzare coloro i quali temono «la stanchezza da guerra» affermando che i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica sono in grado di fornire armi all’Ucraina «fino a quando sarà necessario». Anzi, gli stati della Nato hanno «l’obbligo politico e morale» di non interrompere le forniture di armi dato che la guerra sarà uno sforzo «a lungo termine». Ieri Oleksii Reznikov, il ministro della difesa ucraino, ha annunciato che sono arraivati i famosi lanciarazzi americani Himars (High mobility artillery rocket system) sono arrivati. Lanciano a 80 chilometri. «Ringrazio il mio collega americano e amico, il segretario della difesa Lloyd J Austin III, per questi potenti strumenti. L’estate sarà calda per gli occupanti russi. E sarà l’ultima per alcuni di loro».

TRA I CIVILI ucraini sono in molti a credere che dopo il Donbass i russi torneranno ad attaccare Kharkiv e il raggruppamento di mezzi e uomini di questi ultimi giorni a Belgorod, in territorio russo, potrebbe confermare tale ipotesi. E poi, se l’offensiva fosse vittoriosa, potrebbe essere la volta del sud, ovvero di Mykolayiv che oggi è stata nuovamente bombardata con missili da crociera. Questa volta a essere colpito è stato un impianto per lo stoccaggio del grano e altre infrastrutture industriali.

TUTTAVIA, CONTRO questa previsione ci sono due obiezioni: la prima è che le avanzate russe finora non si sono mai dimostrate irresistibili. Al contrario, sia Mariupol, sia i dintorni di Kiev sia in questi giorni Severodonetsk si sono trasformate in un pantano per l’esercito di Mosca. È altrettanto vero che Mariupol è caduta e Severodonetsk sembra non poter resistere a lungo, ma quante operazioni del genere si può permettere un esercito?

KHARKIV NON È Mariupol, inoltre. La contraerea qui ancora funziona, i rinforzi e le nuove armi sono arrivati e continuano ad arrivare. Dopo la controffensiva di maggio il morale degli ucraini qui è più alto che altrove e, in ultima analisi, pensare di occupare stabilmente una città da oltre un milione di abitanti dove i sentimenti anti-russi (soprattutto in seguito agli ultimi mesi di conflitto) sono aumentati esponenzialmente, non è affatto scontato. La seconda obiezione deriva da ciò che potrebbe succedere sugli altri fronti e dagli aiuti Occidentali che ad oggi sembrano lungi dall’essere interrotti.

Sul fronte est, secondo un aggiornamento dell’intelligence britannica, negli ultimi quattro giorni le forze russe sono molto probabilmente avanzate di oltre 5 chilometri verso la città di Lysychansk. «Le forze russe stanno mettendo sotto pressione la sacca di Lysychansk-Severodonetsk con questa avanzata insidiosa ai margini delle aree urbane», si legge nella nota. A quanto ne sappiamo Lysychansk è il luogo scelto dagli ucraini per la resistenza in quest’area, quindi la manovra russa potrebbe essere un tentativo di rompere le linee dei difensori. Mentre a Severodonetsk continuano i combattimenti strada per strada, in particolare nella zona industriale nei dintorni dell’impianto chimico “Azot”, l’esercito invasore sarebbe riuscito a occupare due nuovi villaggi nella regione di Lugansk, Loskutivka e Rai-Oleksandrivka. Più equilibrata la situazione nell’oblast di Donetsk dove, secondo il governatore Pavlo Kyrylenko, l’Ucraina controlla ancora il 45% del territorio.
...

---------------------------------------------------------------------------------------

Due giorni dopo La Stampa ha pubblicato come "analisi" un articolo di Domenico Quirico dal titolo Zelensky vince la guerra delle emozioni ma per l'Occidente è un boomerang. Nessun riscontro fattuale, solo un ammasso di valutazioni psicologiche senza un fondamento certo. A titolo di esempio: " [Secondo Zelensky, Putin]  dopo aver calpestato sotto i piedi mezza Ucraina, si prepara a calpestarne [sic] l'altra metà dell'Europa. Una idea che non ha connessioni con la realtà. Non perché Putin possa aver rimorsi o titubanze di fronte all'abuso della forza. Ma perché, sapendo benissimo di essere una personalità dispotica e crudele, è anche un realista. Quindi conosce i limiti pratici alla sua aspirazione di giustiziere, di esecutore delle sentenze della Storia". Quante cose crede di sapere Domenico Quirico!

sabato 25 giugno 2022

Non finisce qui. La partita non è chiusa

Rosi Braidotti

 LA SFIDA

The inescapable conclusion is that a right to abortion is not deeply rooted in the Nation’s history and traditions. On the contrary, an unbroken tradition of prohibiting abortion on pain of criminal punishment persisted from the earliest days of the common law until 1973. The Court in Roe could have said of abortion exactly what Glucksberg said of assisted suicide: “Attitudes toward (abortion) have changed since Bracton, but our laws have consistently condemned, and continue to prohibit, (that practice).” 521 U. S., at 719.

Corte Suprema, 24 giugno 2022

 «La teoria legale rivendicata dalla Corte Suprema per ribaltare la Roe vs Wade mette a rischio anche altri diritti». Lo afferma il vicepresidente Kamala Harris, assicurando che la decisione dei saggi sull'interruzione di gravidanza «non chiude la partita. Gli elettori hanno l'ultima parola».

Kamala Harris, vicepresidente degli Stati Uniti

  Da abortista convinto, Biden ha aggiunto, che «Roe v. Wade era la scelta giusta» e che «la lotta non finisce qui». In collegamento con la Gruber c'è anche la professoressa Rosi Braidotti che esprime tutta la sua amarezza per la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti sull'aborto: "Ho pianto di tristezza e di rabbia", confessa, "e non ero la sola a vedere le immagini da Washington. È stato un gesto violento e arbitrario. Il 54 per cento degli americani è favorevole al diritto delle donne all'interruzione volontaria di gravidanza". Secondo la vice presidente Kamala Harris, «La partita non è chiusa, gli elettori hanno l’ultima parola».

 https://www.opb.org/article/2022/06/24/text-supreme-court-ruling-overturning-roe-v-wade/



 

 

venerdì 24 giugno 2022

Di Maio, colosso per finta

 

Michele Ainis,  Il partito prêt-à-porter, la Repubblica, 23 giugno 2022
 
Renzi, Bersani, ora Di Maio. L’ex capopartito che fonda un nuovo partito, dopo essere stato emarginato dal suo vecchio partito. Un tempo sarebbe parsa una bestemmia. I leader della Democrazia cristiana — da Fanfani a Moro, da Andreotti a Forlani — attraversavano stagioni alterne, un anno in maggioranza l’anno dopo in minoranza, senza mai rompere il vincolo di fedeltà con il partito. Ma la fedeltà, diceva Oscar Wilde, non è che assenza d’immaginazione. E i nuovi leader d’immaginazione ne hanno pure troppa, s’immaginano al comando di un’armata, ripetono la massima del Re Sole (L’État c’est moi),
presumono che il loro destino individuale coincida con i destini del Paese. Ma da dove trae alimento questo nuovo costume? E con quali conseguenze?
In primo luogo, è il frutto avvelenato della società post-ideologica, orfana delle ideologie che avevano marcato il Novecento. Sicché il leader non è più il rappresentante di valori condivisi, bensì un aggregatore, un capo carismatico che offre in pasto il suo faccione al popolo votante. Da qui il fenomeno dei partiti personali, che d’altronde riecheggia in tutto il mondo. Anche se poi gli esiti dipendono dalla tempra del leader: in Francia Macron ha condotto En Marche a un doppio successo, negli Usa gli insuccessi di Trump travolgono i repubblicani. Ma almeno in questo, noi italiani siamo precursori. Il primo fu Silvio Berlusconi, nel 1994; e trent’anni dopo è ancora lì. Gli altri — dalla lista Dini al Patto Segni, ai partiti fondati da Mastella, Fini, Monti — hanno danzato per una sola notte.
In secondo luogo, gioca l’ambiente istituzionale nel quale siamo immersi. Dove le assemblee rappresentative d’ogni ordine e grado — dal Parlamento ai Consigli comunali — hanno perso autorità e prestigio, cedendo le proprie competenze al sindaco, al governatore regionale, al premier. Un processo che dura ormai da tempo, rafforzato però dall’emergenza, dalla doppia calamità che ci è toccata in sorte: prima il Covid, poi anche la guerra. Da qui un’onda di paura, da qui la voglia d’affidarsi a un salvatore della patria. Mestiere interessante, ma non privo di pericoli, come sperimentò già Mussolini, finito appeso a testa in giù. Memori di quell’esperienza, i suoi epigoni preferiscono togliersi di torno un minuto prima dell’esecuzione, cambiando casa e partito.
In terzo luogo, la capocrazia — ossia il regime di poteri individuali che ha soppiantato la democrazia costituzionale — è un effetto delle leggi. Anzi, dell’assenza di una legge (quella sui partiti) e della nefasta permanenza di un’altra legge (quella elettorale). Per ottenerne la prova, basta allungare gli occhi sulle regole in vigore presso il Movimento 5 Stelle all’epoca in cui Di Maio ne era il «capo politico», secondo l’espressione usata per 17 volte nei 7 articoli del loro regolamento. Dove il capo dettava i temi da sottoporre al voto online, ma poteva far ripetere la votazione, se il risultato gli fosse sgradito. Sceglieva i probiviri, anche in questo caso però con facoltà d’annullare a suo capriccio le sanzioni disciplinari. E aveva poteri di nomina, d’autorizzazione rispetto a qualsivoglia iniziativa, di controllo su ogni respiro di ogni militante.
Ma soprattutto al capo — dei 5 Stelle così come degli altri partiti — dal 2005 in poi la legge elettorale consegna il potere di decidere gli eletti, sottraendolo di fatto agli elettori. Liste bloccate, ecco l’artificio. Ed ecco probabilmente la ragione di quest’ultimo divorzio, come ha scritto ieri Francesco Bei. Per Di Maio e per i suoi 62 seguaci, ora che il pallino sta nelle mani di Conte, la ricandidatura era divenuta una chimera. Non è detto, però, che a questo punto la loro rielezione sia un fatto scontato. L’esperienza di Matteo Renzi (dal 40% del Pd al 2% su cui viaggia Iv) non è troppo incoraggiante. Difatti queste transumanze muovono pezzi di ceto politico, ma per lo più lasciano immobile il corpo elettorale. Perché ormai si è rotto l’incantesimo, e perché in politica, come negli affari di cuore, gli elettori non s’innamorano due volte della stessa persona.

 

domenica 12 giugno 2022

L'Ucraina a corto di munizioni

 


 

L'Ucraina è a corto di munizioni, Il Post, 11 giugno 2022

Per la prima volta dopo quattro mesi di invasione in Ucraina, l’esercito ucraino ha fatto sapere di essere a corto di munizioni e di non riuscire quindi a respingere l’offensiva russa nell’est del paese, che si è trasformata in una guerra di posizione e di logoramento tra le rispettive artiglierie. «Tutto adesso dipende da cosa ci manda [l’Occidente]» ha detto al Guardian Vadim Skibitsky, vicecapo dell’intelligence militare. «L’Ucraina ha un pezzo di artiglieria per ogni 10 o 15 pezzi russi. I nostri partner occidentali ci hanno dato circa il 10 per cento di quello che hanno».

Le munizioni che scarseggiano non sono quelle delle armi occidentali, ma quelle delle vecchie armi sovietiche già in dotazione dell’esercito ucraino. Le armi inviate dai paesi occidentali non arrivano abbastanza in fretta o in quantità sufficienti a integrare adeguatamente l’arsenale ucraino, scrive il New York Times. Per impiegare le armi occidentali nell’esercito, infatti, ci vuole tempo, soprattutto per via dell’addestramento necessario a utilizzarle, e nel frattempo però le munizioni diminuiscono: ai soldati al fronte viene detto di non sprecarle e di rispondere al fuoco solo in certe occasioni.

Nelle scorse settimane l’esercito ucraino era in grado di rispondere al fuoco colpo su colpo, mentre ora le munizioni vengono impiegate solo contro specifici obiettivi, per esempio quando vengono individuati obici russi da neutralizzare. «Stiamo finendo le cartucce» ha detto Oleg, un soldato ucraino al New York Times. «Non ci vengono fornite abbastanza in fretta da quando abbiamo cominciato a usarle più di frequente», ossia da quando l’invasione si è concentrata nel Donbass e l’avanzata russa si è fatta più lenta ma anche meglio organizzata rispetto alle prime settimane.

I funzionari della Difesa statunitense dicono di aver fatto il possibile per fornire all’esercito ucraino tutte le munizioni possibili per le loro vecchie armi, contrattando con gli alleati che ancora hanno in dotazione armi simili, e perciò secondo loro l’esercito ucraino diventerà sempre più dipendente dalle armi occidentali.

Secondo Michael Kofman, analista del centro studi statunitense CNA, le forniture di munizioni saranno un aspetto cruciale nelle prossime fasi della guerra in Ucraina: «Questa ora è molto più una guerra di logoramento piuttosto che di grandi manovre, il che significa che uno dei fattori decisivi sarà chi ha più munizioni». Anche per questo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e altri funzionari ucraini stanno chiedendo ai paesi occidentali ancora più forniture: all’incontro della NATO che si terrà il prossimo 15 giugno a Bruxelles presenteranno una lista di armi e di attrezzature difensive necessarie.

 

sabato 11 giugno 2022

La battaglia per Kherson

 

 

 

 

Anna Zafesova, Il Foglio, 10 giugno 2022

Milano. Il “corridoio di terra” era un obiettivo strategico che riemergeva nei piani dei russi da otto anni: occupare la striscia costiera che dalle enclave del Donbas invase avrebbe portato alla Crimea annessa nel 2014 veniva visto come una necessità logistica per togliere ai territori occupati strappati all’ucraina lo status provvisorio di “isole” sulla terra ferma. La caduta di Mariupol era funzionale proprio a questo obiettivo. Ora il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, ha fatto a Vladimir Putin rapporto sulla missione compiuta: i militari russi avrebbero riparato centinaia di chilometri di ferrovie e strade che costeggiano il Mare di Azov, e un temerario potrebbe teoricamente guidare dal territorio russo fino alla Crimea annessa senza problemi (tranne le mine, i missili e i posti di blocco con carri armati). Come tutte le altre informazioni riferite a Putin, è difficilmente verificabile, e potrebbe essere pura propaganda. Il New York Times ha però verificato un altro successo dichiarato da Shoigu: la riapertura del canale che fornisce acqua alla Crimea, nell’adiacente regione di Kherson.

Il canale era stato bloccato dagli ucraini dopo l’annessione della penisola nel 2014, facendo patire alla Crimea razionamenti di acqua, che hanno lasciato a secco la sua agricoltura. Un altro motivo per cui il “corridoio di terra” era un obiettivo fondamentale dell’invasione russa, e infatti Kherson, unico capoluogo di una regione ucraina occupato, è stata presa d’assalto in poche ore da un’offensiva partita da due direzioni, dalla Crimea a sud e dal Donbas a est.

Mantenere quel territorio rappresenterebbe per Putin una “vittoria” da vendere all’opinione pubblica, al posto della fallita conquista di Kyiv. Motivo per il quale a Mosca vengono in continuazione menzionate e smentite le date di un “referendum” sul futuro della regione: il piano iniziale di creare uno stato-fantoccio, un’altra “repubblica popolare” sul modello di Donetsk e Luhansk potrebbe venire accantonato a favore di un’annessione pura e semplice, forse con la fusione di Kherson e della Crimea nel “governatorato della Tauride”, secondo gli informatori del giornale Meduza. Il progetto politico appare ancora inconcluso, ma intanto la Russia sta accelerando la colonizzazione della regione. Nonostante ieri il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, abbia dichiarato che “saranno gli stessi abitanti a decidere se mantenere l’ucraino come lingua ufficiale”, le insegne in ucraino vengono già tirate giù, i monumenti demoliti, e i libri di storia e politica ucraina ritirati dalle biblioteche e bruciati, mentre nelle scuole vengono imposti programmi di studio russi. Gli occupanti hanno introdotto il rublo come valuta parallela alla grivnia ucraina, e oscurato la televisione e i provider telefonici ucraini: ora bisogna ricevere una sim card russa, con la quale è impossibile chiamare e mandare messaggi in Ucraina.

Gli attentati ai funzionari collaborazionisti e i manifesti contro i russi affissi in giro testimoniano che “i partigiani sono all’opera”, dice il consigliere della presidenza ucraina Oleksiy Arestovich. Altre fonti, come il sito di opposizione russo Helpdesk, parlano però di una popolazione totalmente terrorizzata, alla quale i russi hanno proibito di scappare, probabilmente per usarla come scudo umano verso la controffensiva ucraina. Le truppe di Kyiv dichiarano di essere ormai a quindici chilometri da Kherson, e il sindaco di Melitopol, Ivan Fyodorov, spera che alcuni segnali, come la riduzione dei posti di blocco, indicano che i russi potrebbero stare pensando di ritirarsi. Un altro segnale potrebbe essere la fretta con la quale Mosca sta portando via dai territori occupati il grano e gli ortaggi: in Crimea sono già in vendita cetrioli e pomodori da Kherson. Quello che appare evidente è che Zelensky sta scommettendo sulla controffensiva a sud non soltanto per distrarre i russi dall’avanzata a est: se il Donbas nel suo insieme – che il Cremlino dichiara ora come obiettivo bellico – rischia di essere perso, riprendersi Kherson riporterebbe l’ucraina quasi ai confini precedenti alla guerra, e renderebbe impossibile per Putin vantare nuove conquiste territoriali, una missione che ieri ha definito come la “sorte” della sua presidenza.


https://www.ilgiornale.it/news/mondo/ucraina-i-russi-sono-entrati-kherson-2014676.html

mercoledì 8 giugno 2022

La rabbia degli esclusi

 

 


Karima MoualLa rabbia dei figli di immigrati “Gli italiani ci hanno isolato per questo ci sentiamo africani”, la Repubblica, 7 giugno 2022

«Quello che è successo è vergognoso, quelle molestie sono terribili, ma possibile che i riflettori si accendono solo quando scoppia il caos? Si svegliano solo adesso scoprendo la rabbia e la violenza che molti ragazzi stanno sfogando? Ma di noi non ha mai avuto pietà nessuno, dallo stesso momento in cui ci hanno sbattuti nei peggiori quartieri, possibilmente ammassando tutti insieme, per identificarci ancora meglio come immigrati, africani a vita. Alla fine, ce l’hanno fatta. Sono riusciti a farci credere di essere più africani che italiani. Non capisco quindi perché tutto sto scandalo». Così Hassan (nome di fantasia) da Milano, quartiere San Siro, spiega il disagio di una generazione di figli di immigrati. «Sì, mi sento africano, marocchino e non certo italiano. Non sono mica scemo. So come ci guardano gli italiani e, sinceramente, preferisco tenermi strette le mie origini». Mentre si racconta, cerca di spiegare, la voce a volte trema, eppure non ha nessuna voglia di fermarsi ed è convinto di rientrare in una specie di figura, marocchina, immigrata, africana, che non è altro che qualcosa di immaginario e astratto. E basta vedere il volto dei genitori, sentirli parlare, per capire quanta distanza ci sia tra lui e il loro mondo. «Ma non ti guardi intorno sorella? Siamo solo la feccia per loro (inteso, gli italiani, ndr), e da dentro queste fatiscenti palazzine sono in pochi a permettersi di sognare. Fare piccole rapine, spacciare, per molti ragazzi è ormai normale».
Un disagio che esprime anche Farid, che ha appena 14 anni e vive a Vercelli, Mounir, diciottenne di Tor bella Monaca, estrema periferia est di Roma. Ragazzi che vivono inquartieri popolari e realtà diverse ma sembrano tutti fatti con lo stampino: abbigliamento, gusti musicali, tanta rabbia e voglia di emergere, uscire dal “ghetto” a tutti i costi.
«È un ghetto non solo di palazzine - spiega Fatma, 18 anni, tunisina ma di percezioni, opportunità, parole, stigmatizzazione e pregiudizi che continuano ad imprigionarci, senza via di scampo. I rapper emergenti, come Sacky, Baby Gang, Neima Ezza un po’ danno sfogo al nostro disagio».
Dice Rashid, 20 anni, Barriera di Torino: «Io non sono una vittima. Semplicemente so che devo andare a prendere quello che mi spetta. Perché tanto qui non me lo darà nessuno. Sai quante volte mi hanno fermato le forze dell’ordine solo perché ho la faccia da maghrebino? Tanto vale fare il vero spacciatore».
Parole troppo grandi per ragazzi troppo giovani nati in Italia da genitori immigrati e dove «l’Africa» è in realtà la città o il villaggio dove sono nati i loro genitori. Eppure, quelle parole riescono a dirle leggeri. Quella che sembra accomunare una parte dei figli di immigrati. Basta parlarci, entrare un po’ nella loro testa e scardinare i miti che si sono costruiti per capire che sono, da una parte, al centro di un vero scontro generazionale con la cultura e le tradizioni dei genitori; dall’altra, in un conflitto identitario con il Paese dove sono nati e cresciuti. Uno scontro che, in ultima istanza, sfocia in rabbia e violenza, come quella avvenuta il 2 giugno sulle spiagge di Castelnuovo e Peschiera del Garda dove si sono riversati centinaia di ragazzi arrivati dalla Lombardia per un raduno trap chiamato «L’Africa a Peschiera».
Come si è riusciti a portare una parte delle seconde generazioni di nuovi italiani a percepirsi “Africa” nel Paese in cui sono nati e cresciuti? E attenzione, a percepirsi “Africa” nell’accezione negativa, rispondendo al peggior pregiudizio razzista. Perché quello è stato: la devastazione fisica del luogo pubblico per finire con le molestie orrende che hanno colpito anche qui, come a Capodanno a Milano, ragazze inermi, magari coetanee, compagne di scuola, sorelle, amiche, che di colpo vengono disumanizzate, per diventare solo «bianche» da molestare.
Un nichilismo estremo. Una semplificazione rozza e al limite che divide tra bianco e nero, quando anche il bianco e il nero in quel dato contesto in realtà non esistono, ma sono solo una percezione che si è fatta realtà nella più becera violenza, che ci indica come nei prossimi anni sarà complicato trovare la ricetta giusta per scardinare un incubo che si è avverato, per la gioia di chi ha tifato sempre affinché una integrazione non fosse possibile e non ha fatto nulla perché si realizzasse.
 
Maurizio Crippa, La rabbia e le scuse, Il Foglio, 8 giugno 2022
 
... E' giusto l’articolo, ovviamente, e giusti gli sfoghi, ovviamente, di chi si vede confinato in un “ghetto”. Ed è giusto anche il pensoso monito che “basta parlarci, entrare nella loro testa”. Ma i reati sono reati, il resto è una excusatio troppo petita.

domenica 5 giugno 2022

Lucia Annunziata condanna l'Ucraina alla sconfitta

 
 
 
 Che cosa può essere successo. Lucia Annunziata trova sul New York Times un articolo che, partendo dall'ultima decisione di Biden sui missili, arriva a predire la sconfitta dell'Ucraina. Probabilmente quel pezzo è solo un tentativo per suscitare allarme e determinare una più generosa consegna di armi all'Ucraina. Poco importa, nella versione della giornalista italiana siamo a una svolta, gli Usa abbandonano l'Ucraina al suo destino. Lucia Annunziata, a quanto pare, non è abituata a distinguere tra capacità operativa e risorse strategiche. Nell'immediato un rafforzamento delle posizioni russe si può produrre. Nel lungo termine i russi non hanno le risorse per tenere l'Ucraina tutta sotto il loro controllo, mentre finché dura il sostegno degli Usa l'Ucraina può sempre mantenere una superiorità certa nella qualità dei suoi armamenti. Però l'occasione offerta dall'articolo del NYT era troppo bella. Ci si schierava con i falchi americani che vogliono umiliare Putin e, al tempo stesso, si rendeva omaggio alla mitica potenza russa. Un colpo al cerchio e uno alla botte, facendo finta di nulla. .

Lucia Annunziata, Biden accorcia il tiro dei missili così si indebolisce la risposta di Kiev, La Stampa, 3 giugno 2022

Qual è la differenza fra 40 miglia e 190 miglia? Dipende da dove guardate a questa differenza. Se siete in viaggio, in questo lungo ponte italiano, si tratta di 64 chilometri invece di 305, diciamo dunque che da Roma (uso la città dove abito perché mi ci muovo meglio) è la differenza tra andare al mare sul litorale, e andare a Bologna (376 chilometri). Se siete a Washington, i Generali che stanno consigliando il Presidente Americano vi diranno che è la differenza fra una provocazione ai Russi, e il giusto diritto alla difesa di Zelensky e del suo popolo. Se siete nel Donbass non perdete tempo a rispondere alla domanda e correte verso un rifugio: la differenza fra quelle miglia per molti di voi sarà la distanza fra vivere e morire.
La politica internazionale e la Guerra (mondiale?) scatenata da Putin in Ucraina ha raggiunto infine questo livello: il calcolo dei chilometri come misura di quello che si può fare e non fare; il calcolo dei chilometri per giustificare la legittimità o meno di un'arma letale – e della Resistenza.
A questo nonsense si riduce l'illustrazione delle recenti decisioni di Joe Biden. Una settimana fa annunciò di aver deciso di inviare in Ucraina una potente arma a medio-lungo raggio: il Army Tactical Missile System, capace di lanciare missili guidati a 190 miglia. Per poi cambiare opinione e fare un'altra offerta: inviare il sistema High Mobility Artillery Rocket System (Himars), che si tratta sempre di missili ma di breve gittata, cioè solo 40 miglia.
Differenza tutta politica che non è sfuggita a chi guarda alle armi di mestiere. Ci si sono messi infatti ben tre giornalisti di rango del New York Times a scrivere un articolo, pubblicato il primo giugno, in cui raccontano le ragioni di questa "oscillazione" di Biden. «La decisione è stata presa sulla base di valutazioni dell'Intelligence», scrive il quotidiano che in questa guerra ha assunto il lead del sostegno al Presidente Biden. «Nel corso di tutto il conflitto, le agenzie di intelligence hanno dato alla Casa Bianca analisi su come avrebbe reagito Putin ai vari invii di armi. Tutto il Governo ha valutato la saggezza della decisione di inviare all'Ucraina la più nuova artiglieria di missili di precisione capaci di colpire obiettivi a più di 40 miglia di distanza». L'articolo apre a questo punto una parentesi per precisare : «(rappresentanti del governo hanno invece escluso un altro sistema, il Army Tactical Missile System a missili guidati, che può volare quasi 190 miglia – per paura che potrebbe essere usato per colpire obiettivi in profondità dentro la Russia)».
La decisione, continua il New York Times, ha a che fare con le parole della responsabile della intelligence Usa, Avril Haines, che nel rapporto alla Commissione Forze Armate del Senato (vedi La Stampa del 13 maggio) aveva sostenuto: «Appoggiamo l'Ucraina, ma non vogliamo arrivare alla Terza Guerra Mondiale». Questo è dunque il processo di cui parliamo: Biden ha scelto un'arma difensiva, invece che offensiva. E ha mantenuto il suo impegno, sottolinea il giornale newyorchese.
In altre parole, traducendo questo passaggio nel nostro corrente dibattito nazionale, il Presidente si è smarcato dall'uso aggressivo della propria forza, come molti critici degli Stati Uniti gli hanno finora rimproverato. Scopriremo forse che Washington ha ascoltato queste voci italiane? I molti professori ed esperti di casa nostra dovrebbero essere contenti. Lo saranno?
Viceversa, possono essere contenti gli ucraini e i sostenitori della loro battaglia? Se si guarda alle attuali sorti della occupazione russa, la tattica della conquista dell'intero Sud da parte dell'esercito di Mosca è profondamente cambiata. Dopo il fallimento dell'offensiva nel Nord, i Russi si sono concentrati sulla conquista delle aree considerate territorio russo nel Sud. Attaccando una per una ogni città sul percorso, con bombardamenti a fondo dell'intero abitato. Tattica usuale per la Russia, e particolarmente efficace in un'area così circoscritta, e indifesa.
Un tentativo di controffensiva da parte degli Ucraini per riprendersi il territorio conteso al Sud, «sarebbe un suicidio» ha detto Zelensky. Gli ucraini non solo mancano di uomini, dopo le tante perdite, ma non hanno le armi giuste: finora hanno vinto infatti con armi leggere, come i Javelin, contro i carri armati. Per fermare invece una avanzata massiccia e concentrata come quella messa in atto dai russi nel Sud-Est, avrebbero bisogno di una copertura aerea, oppure di un sostenuto impiego di missili di precisione per distruggere i siti da cui si muove il bombardamento. Il sistema che l'America ha deciso di inviare fornirà questo aiuto?
Non proprio. Una cosa è infatti usare missili di precisione da lontano, cioè da 305 chilometri (quasi a metà strada fra Kiev e il Donbass), per costruire un efficace fuoco di sbarramento dell'avanzata dei russi, senza correre troppi rischi per un esercito sfiancato come quello ucraino. Altro è impiegare razzi da 64 chilometri, distanza troppo ravvicinata fra i due eserciti per evitare il rischio di un eventuale scontro diretto. Dunque, gli ucraini avranno le armi ma probabilmente non avranno la forza di fermare la conquista, bensì solo di attenuarne l'impatto.
Tutto questo è poco più di un banale calcolo matematico. Tuttavia, come si è letto, il New York Times conferma il valore di questi calcoli. La conclusione è una sorta di non senso militare, figlio di un non senso politico: aiutare un popolo invaso ma solo fino a un certo punto; solo dentro la gabbia rassicurante di un non eccesso di aggressività (imperialista Usa) contro un altro Paese (imperialista Russia) che però ha evidentemente maturato con la sua invasione il diritto a non essere troppo maltrattato. La drastica sconfitta delle truppe russe di Kiev e del Nord, viene in queste settimane "premiata" infatti da quell'Occidente, considerato dai suoi critici così "aggressivo", con una educata attenzione a non disturbare troppo il manovratore. Il presidente russo Vladimir Putin, dopotutto, stacca gli scontrini del costo internazionale della crisi.
Insomma, non si sa quanto durerà questa guerra in Ucraina, ma la sua conclusione appare sempre più già scritta. —
 
La stessa notizia poteva essere presentata in tutto un altro modo. 
 
Cecilia Sala, Il riposizionamento. Le scelte difficili ma chirurgiche degli ucraini contro le forze russe. La strategia a sud, per Kherson, Il Foglio, 4 giugno 2022

Roma. Kyiv sta pensando di posizionare alcuni Himars degli americani (i lanciarazzi che colpiscono con precisione fino a 80 chilometri di distanza) non in Donbas ma nel sud, in direzione della città di Kherson. I russi la occupano dal 2 marzo, nell’ultima settimana la controffensiva per liberarla ha aumentato la velocità e ripreso 20 piccoli villaggi avanzando di 8 chilometri. Ieri il sito d’informazione indipendente russo Conflict Intelligence Team diceva che il generale Alexander Dvornikov, il capo di tutte le operazioni in Ucraina, è stato rimosso. E il Times ha scritto che mentre Mosca si concentra su obiettivi simbolici, gli ucraini fanno un uso razionale delle risorse a disposizione e pensano alle riconquiste strategiche. Kherson è una di queste: è importante per il porto sul Marnero ed è lo sbocco dalla Crimea dove passa unadelle direttrici più efficaci dell’invasione. Senza Kherson, non ci sarebbe più il corridoio che collega il Donbas alla penisola occupata.

E finirebbe il controllo russo sulla foce del fiume che porta acqua alla Crimea. Soprattutto, Kherson ha un ruolo chiave nel determinare la capacità di Mosca di lanciare un’altra invasione in futuro. Cacciare gli occupanti avrebbe anche un effetto psicologico: darebbe ai soldati di Putin la sensazione di dover ricominciare sempre da capo e di aver perso qualcosa di prezioso in cambio di distese pianeggianti, villaggi ormai praticamente disabitati e quasi interamente distrutti nel Donbas. L’ipotesi del Times si può riassumere così: i russi sono più forti, ma gli ucraini sono più furbi. Nell’est, Mosca ha sfondato le linee di difesa dell’esercito di Kyiv e controlla i quattro quinti di Severodonetsk, che aveva centoventimila abitanti ma già dal 2014 si è progressivamente impoverita e svuotata, oggi sono rimaste poche migliaia di persone e il 70 per cento dei palazzi è danneggiato o distrutto. Gli ucraini si stanno riposizionando nella città gemella di Lysychansk – più facile da difendere perché sull’altra sponda del fiume Severij Donec, che fa da barriera naturale, e perché si sviluppa su una collina. Nell’ultima settimana si è detto spesso che Severodonetsk sarebbe stata la nuova Mariupol, ma morire per Severodonetsk non ha senso e l’esercito ucraino sa che la battaglia nell’est è una guerra di logoramento in cui non contano solo le conquiste territoriali, ma infliggere il maggior numero di perdite al nemico affinché non si possa permettere una fase ulteriore del conflitto (ad esempio se, conquistato il Donbas, i russi tornassero da nord) e si presenti più arrendevole ai colloqui diplomatici. Le forze ucraine schierate lì sono quelle della Joint Forces Operation (Jfo), allenate a combattere da otto anni e composte dagli uomini migliori: Kyiv non si può permettere di perderle (farebbe il gioco dei russi, che fin dal primo giorno puntavano ad accerchiare e annientare i soldati della Jfo) e per questo arretra. Il consigliere del presidente Volodymyr Zelensky, Mykhailo Podolyak, che fa parte della delegazione ucraina ai colloqui con la Russia, ha detto che né il suo paese né la Russia “avranno un senso di vittoria fino all’autunno-inverno”. Se, mentre Mosca avanza in Donbas, arrivasse la notizia della liberazione di Kherson, Putin smetterebbe di apparire in vantaggio.

Sui canali Telegram filorussi circola un video girato dal 113° reggimento delle forze separatiste di Donetsk in cui i soldati si lamentano con Putin di essere stati abbandonati, di non avere medicine, e di essere “gettati al massacro senza armi adeguate” nella difesa della regione di Kherson. Dove – da quando il Cremlino ha detto che il vero scopo della “operazione speciale” era conquistare il Donbas – ci sono meno soldati dell’esercito regolare di Mosca e più milizie che non sono altrettanto efficaci in combattimento.

La controffensiva in direzione di Kherson sta cambiando passo e la fretta è dovuta anche alla minaccia di un finto referendum per annetterla alla Federazione russa: alcuni parlamentari della Duma dicono che potrebbe tenersi già a luglio. Liberare Kherson ribalterebbe la percezione della situazione sul campo e quindi i rapporti di forza: ciò che conta ai tavoli del negoziato. Il 31 maggio Joe Biden ha scritto un editoriale sul New York Times: “Come ha detto il presidente Zelensky, la guerra ‘finirà solo attraverso la diplomazia’”. Ma, visto che ogni trattativa riflette gli eventi sul campo, “ci siamo mossi per inviare all’ucraina una quantità significativa di armi, in modo che possa essere nella posizione più forte possibile al tavolo dei negoziati. Ecco perché ho deciso di fornire sistemi missilistici più avanzati”. Biden si riferisce appunto agli Himars, l’arma più potente mai inclusa nei pacchetti di aiuti della Casa Bianca: per ora sono solo quattro (quindi bisogna scegliere con cura dove piazzarli), ma sono già in Europa ed è cominciato l’addestramento che durerà tre settimane, poi entreranno in azione. Secondo fonti della Difesa ucraina, almeno uno di fronte a Kherson.