sabato 13 febbraio 2016

Wu Ming, addio alla storia


Michele Smargiassi
Noi Wu Ming diciamo addio alla Storia”
Il collettivo di autori si congeda dal genere con “L’invisibile ovunque” sulla Grande guerra
la Repubblica, 27 novembre 2015


BOLOGNA In un chiostro del mistico labirinto delle sette chiese di Santo Stefano, la nebbia di novembre inumidisce l’anagrafe di marmo del grande macello di un secolo fa. Assieme ai Wu Ming, i quattro autori “senza nome” del collettivo di scrittura bolognese che vent’anni fa rivoluzionò il romanzo storico in Italia, passeggiamo in laica meditazione fra le lapidi ai caduti della Prima guerra mondiale. Ossia l’epoca in cui si svolgono i quattro racconti di “L’invisibile ovunque” (Einaudi). Il libro che per loro, Wu Ming, segna l’evasione dalla loro stessa storia, verso terreni nuovi della narrazione.
Neppure voi avete resistito alla tentazione del centenario, quindi?
«Le librerie sono piene di rievocazioni, in montagna si imbellettano i camminamenti e si lucidano i fili spinati per i pacchetti turistici, ma l’occasione l’hanno colta in pochi. L’occasione di riflettere su quanto quella guerra abbia condizionato pesantemente il nostro presente. Si è preferito un anniversario di retorica della conciliazione. La cultura italiana è tornata indietro anche rispetto all’antiretorica pacifista di Uomini contro, si è recuperato perfino l’interventismo democratico. Una volta prestato l’omaggio rituale al cliché della “inutile strage”, si è archiviata la grande guerra come una sorta di catastrofe naturale, deprecabile, inevitabile. Si è come ricucito chirurgicamente un trauma storico e politico. Ma il filo è marcito sulle ferite...».
È un libro-verità, il vostro, allora?
«No. Non è “il grande romanzo dei Wu Ming sulla guerra”, qualcuno forse si aspettava le ottocento pagine epiche, forse è il libro più sottile che abbiamo mai scritto (ma solo in apparenza, perché è denso come un file zippato…). Per noi il modo di chiudere quel percorso ventennale attraverso il romanzo storico che iniziò nel ‘95 con Q e che è finito con L’armata dei sonnambuli ».
Un genere che avete reinventato, il neoromanzo storico italiano, che ha avuto fortuna ed epigoni: rinnegate tutto?
«Niente affatto, né possiamo giurare che non ci torneremo mai. Ma dopo averlo esplorato, deformato, forzato, abbiamo piegato le sbarre della finestra e ce ne siamo andati. Questo libro è un po’ la mappa della nostra evasione da un genere che almeno a noi ha dato tutto ciò che poteva dare».
Verso quale destinazione?
«Qui ci sono quattro racconti, che sono poi quattro spostamenti progressivi della forma narrativa. Il primo è nello stile del romanzo storico classico: un individuo alle prese con la grande storia, un racconto immaginario ispirato a racconti familiari e storie orali. Il secondo è una sorta di docufiction che fonde in una storia virtuale vicende reali tratte da diari e memorie di persone reali. Il terzo è un anti-romanzo di taglio surrealista, del resto il suo protagonista è André Breton. Il quarto è quello che gli anglosassoni hanno chiamato mockumentary, e funziona al contrario del secondo: vicende largamente immaginarie vengono proposte nello stile del saggio storico. Nell’insieme, è un po’ come offrire ai lettori la tastiera più vasta delle cose che ci piace scrivere ora».
Anche la tecnica di scrittura è cambiata?
«Anche quella ha preso una forma più individuale. Per la prima volta, anche se il progetto è stato deciso in comune, anziché editare assieme il testo, ciascuno di noi quattro ha scritto un racconto che è stato semplicemente riletto dagli altri».
Perché la prima guerra mondiale? Si prestava bene all’esperimento?
«Non è in realtà neppure un libro sulla grande guerra: la attraversa, in qualche modo la evade. È precisamente un libro sull’evasione. Per quello che racconta, e per come lo fa».
Cosa intendete per evasione?
«Una strategia umana molecolare di fuga dall’orrore, una forma di resistenza individuale alla stretta del potere, di cui la guerra è solo l’espressione più evidente. Da un punto di vista puramente narrativo, sono quattro storie di uomini che eludono la paura della guerra in modi diversi».
La storia quasi-vera della “brigata camaleonte” è una delle più avvincenti del libro. Ma alla luce della cronaca recente, è anche inquietante. I guerrieri mimetizzati nell’ambiente, che sbucano dal nulla, non sono in fondo i commando stragisti del Daesh nascosti nelle nostre città?
La tuta mimetica nacque per salvare la vita, non per aggredirla meglio. Per rendere il corpo del soldato invisibile al nemico, per proteggerlo. Poi il suo scopo è cambiato, è diventato il mascheramento del cecchino che colpisce senza essere visto. Ma nella teoria della mimetizzazione è rimasta la traccia di una domanda ancora aperta: può esistere un modo per nascondersi completamente agli occhi della guerra? Farsi questa domanda è già un atto di resistenza, anche ai terrori di oggi».
Quelle raccontate nel libro sono fughe individuali. Un po’ sorprendente da parte vostra: affezionati al romanzo corale come scrittori, sostenitori dell’azione collettiva nel vostro impegno politico...
«Qualcuno magari si aspettava da noi il racconto di una diserzione di massa, di una brigata intera che si ribella contro i comandi militari, cose che peraltro non ci furono... Magari le avremmo inventate se fossimo, come qualcuno continua a pensare, scrittori di manuali di istruzioni sovversive in forma di romanzi. Certo, la coralità dei nostri romanzi precedenti era voluta, programmatica, ma non era ideologicamente obbligatoria. Continuiamo a credere che senza l’organizzazione e l’azione comune non si va da nessuna parte, ma non sempre è possibile salvarsi collettivamente, ci sono momenti in cui sei da solo, e sono quei momenti che abbiamo sentito il bisogno di esplorare».
Un elogio della fuga, del si salvi chi può, del ciascuno per sé?
«Intendiamoci, l’evasione non è una diserzione. Disertare è abbandonare una causa comune che potrebbe anche avere un senso. Evadere è sottrarsi con uno scarto geniale al vicolo cieco, per ricostruirsi altrove. George Jackson, uno dei fratelli di Soledad, dice: prima fuggo, poi cerco un’arma. La diserzione è istinto di sopravvivenza, l’evasione è offensiva. Ma non c’è intento morale o pedagogico nelle intenzioni del libro. Il nostro impegno, quando scriviamo, è prima di tutto liberare la narrazione. Questa volta il nostro punto di partenza era: come si possa mentire alla guerra, per
detournarne la logica, per fregarla, per ingannarla. L’esito narrativo dell’individualità non era in programma, è esploso da solo nelle narrazioni, ha stupito un po’ anche noi ma l’abbiamo accettato. È vero però che nessuna delle quattro storie di evasione individuale è vincente, tutte finiscono in tragedia o fallimento. Ma ci sono storie per quando lotti con gli altri, e storie per il momento in cui vacilli da solo sull’orlo di un dirupo. L’invisibile ovunque l’abbiamo scritto per momenti come questo».









giovedì 11 febbraio 2016

Il corpo del nemico ucciso


Giovanni De Luna 
Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea
Einaudi, Torino 2006

Esiste un nesso indissolubile tra la Guerra e la Morte. Perché il fine ultimo della guerra consiste nell'uccidere il nemico. Questo libro parla dunque di guerra, di morte e di corpi. Racconta le guerre del Novecento e di oggi attraverso i corpi dei morti: corpi-documenti, studiati nelle fotografie, decifrati nelle schede dei medici legali, analizzati dagli antropologi, descritti dai grandi narratori della contemporaneità. Il corpo "amico" viene rispettato sempre, onorato spesso; può essere usato per gridare vendetta o implorare la pace. Il corpo "nemico" è talvolta rispettato, quasi sempre profanato. Nel primo caso viene sepolto in una tomba individuale, in un cimitero, nel secondo può essere esibito in pubblico o cancellato in una fossa comune. A ogni diverso uso del corpo del nemico ucciso corrisponde una diversa tipologia della guerra.
Una storia del Novecento e delle sue guerre, fino a quelle piú attuali, guardando alle vittime ultime della violenza bellica: i caduti sul campo. Un percorso che si snoda attraverso le guerre mondiali e quelle coloniali, le guerre civili e quelle ai civili, per concludersi con le guerre asimmetriche di oggi.
La guerra e i grandi fenomeni di violenza di massa del Novecento si possono conoscere partendo dalla loro conclusione, da quei morti che ne rappresentano il piú concreto e drammatico prodotto finale. È come guardare l'erba dalla parte delle radici: cambia la prospettiva metodologica, ma cambiano anche le priorità concettuali. Le guerre, con le violenze e le crudeltà che scatenano, sembrano avere un fondo comune sempre uguale, quasi fuori dal tempo e dallo spazio. Ne scaturisce una loro visione «mitica», una sorta di impossibilità conoscitiva in cui c'è posto solo per la venerazione o la rimozione. Riportare al centro della guerra il corpo del nemico ucciso e le diverse strategie messe in atto nei suoi confronti consente di storicizzare la guerra, di conoscerla nel suo «cuore di tenebra». Esistono regole che gli uomini si sono date in relazione ai corpi dei morti in battaglia. Quelle regole, anche quando sono violate, contribuiscono ad ancorare le guerre al nostro tempo e ci restituiscono il titanico tentativo della nostra civiltà di sottrarsi al fascino archetipico dello «stato di natura». (presentazione editoriale)

http://www.ibs.it/code/9788806178598/de-luna-giovanni/corpo-del-nemico.html



Elena Cortesi
http://storicamente.org/02deluna
Nel lavoro qui considerato ... De Luna propone nuove rilevanze e nuove conoscenze all’analisi storica delle guerre del Novecento (fino a quelle recentissime in Afghanistan, Cecenia, ex Jugoslavia, ecc.) partendo dal “risultato” più immediato e materiale della violenza bellica: il corpo del morto in guerra. Corpo del nemico soprattutto, ma anche dell’amico, del soldato, ma anche del civile. Un corpo “visto” e studiato utilizzando prevalentemente fotografie e altre immagini (oltre a schede anamnestiche di medici legali e informazioni raccolte presso antropologi, medici, giornalisti e testimoni) e che diviene a sua volta fonte, «straordinario documento per conoscere l’identità del carnefice».
È un corpo sempre rispettato e spesso onorato, se amico, a volte rispettato ma quasi sempre profanato, se nemico. Le modalità del rispetto e/o della profanazione sono strettamente legate ai particolari contesti (temporali, geografici, ideologici, giuridici, culturali, strategici e tecnologici) nei quali si sono svolti i conflitti presi in considerazione, ma, contemporaneamente (rispondendo una tensione scientifica che ha bisogno di confrontare il “particolare” con categorie più ampie), possono essere ricondotte ad alcune tipologie di guerra (simmetrica, asimmetrica, civile, ai civili) definite dall’a. analizzando non fattori come le forze militari e/o economiche messe in campo o l’evoluzione tecnologica, ma il “trattamento riservato” ai corpi dei nemici uccisi. Gli elementi nuovi e gli spunti di riflessione che emergono analizzando i conflitti del Novecento da questo innovativo punto di vista sono numerosi e interessanti. La seconda guerra mondiale, per esempio, acquisisce un ulteriore motivo di “totalità” (De Luna la definisce «compiutamente totale»). In essa, infatti, tutti i tipi di guerra messi a fuoco dall’a. risultano essersi assommati e aggrovigliati producendo una violenza estrema all’interno della quale il corpo del nemico ucciso (che poteva essere il corpo del soldato avversario, ma anche quello del civile colpito dalle bombe o fucilato, o quello dell’ex compagno di scuola, e che comunque, quasi sempre, aveva le caratteristiche di “nemico totale”) ha avuto un ruolo centrale nell’attivare e alimentare il terrore degli avversari (militari e civili) e nell’accorpare i carnefici esaltando la loro potenza di gruppo e/o incanalando il loro desiderio di vendetta.

mercoledì 10 febbraio 2016

Hobsbawm comunista italiano



Gianpasquale Santomassimo 
Lo storico pop e globale
il manifesto, 2 ottobre 2012, p. 11

Abbiamo detto che si proclamò comunista per tutta la vita, e rimase anche dopo il 1956 nel piccolo partito comunista britannico: ma nel corso degli anni divenne in patria un consigliere ascoltato del Labour Party, fortemente critico tanto della rigidità «classista» dell’era di Kinnock, incapace di comprendere i mutamenti della società, quanto del New Labour di Tony Blair, null’altro che «un Thatcher con i pantaloni». Ma la svolta di Miliband è frutto anche in parte della sua critica, e di un rapporto personale e familiare (il padre fu valido storico e teorico marxista).
In realtà Hobsbawm dichiarò di essersi considerato a partire dal 1956 un «membro spirituale» del partito comunista italiano alle cui idee si sentiva particolarmente vicino. Le numerose pagine «italiane» testimoniano di un lungo rapporto che fu anche familiarità e condivisione di problematiche con una generazione di storici (Rosario Villari, Ernesto Ragionieri, Giuliano Procacci, Renato Zangheri) e anche di politici (Giorgio Napolitano, in modo particolare, che intervistò nel 1976, quando la breve fiammata dell’«eurocomunismo» aveva acceso interessi e speranze destinate a declinare).
C’è in rete una «videolettera» toccante registrata il 20 marzo 2007 in cui Hobsbawm si rivolge ad Antonio Gramsci, con gratitudine e ammirazione, che più di ogni altro documento attesta il legame «italiano», sentimentale e teorico, dello storico inglese verso una forma di comunismo che sentiva vicina alla sua sensibilità.
La sua popolarità presso il grande pubblico, come abbiamo ricordato, derivò in gran parte dal Secolo breve, titolo italiano di The Age Of Extremes, volume che brevemente e forse un po’ bruscamente concludeva il ciclo del «Lungo Ottocento» che era stato oggetto dei volumi di sintesi che lo avevano preceduto. È la sua opera più discussa, e forse la più discutibile, per tanti motivi. Di fatto, Hobsbawm passerà gli ultimi anni della sua vita a discutere, limare, correggere quelle interpretazioni, alla luce dei nuovi avvenimenti che cambiavano il quadro del mondo descritto nell’ultimo capitolo: la Frana, che seguiva improvvisamente all’Età dell’Oro dell’Occidente. Ora la frana si è approfondita, rischia di travolgere tutto, e l’Occidente che si sentiva trionfante nell’Ottantanove appare sempre più in declino. Il secolo americano, che Hobsbawm aveva visto nascere, sembra avviato a chiudersi al momento della sua scomparsa, come aveva previsto a conclusione della sua autobiografia dieci anni fa.
In quella che è una delle sue ultime interviste, nel maggio 2012, l’interlocutore gli chiedeva: Cosa rimane di Marx? Lei, in tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo… E Hobsbawm rispondeva: «Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe».
Quanto alla sinistra attuale, il giudizio era molto esplicito:
«Non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società».

lunedì 8 febbraio 2016

John Keats, tu non sei nato per la morte

Ode to a Nightingale
trad. Marcello Mussapi 















...

Tu non sei nato per la morte, uccello immortale:
né ti calpestano generazioni affamate; 
la voce che sento in questa notte fuggente fu udita
in tempi antichi da imperatori e buffoni, 

e forse è lo stesso canto che si fece strada
nel cuore triste di Ruth, quando la nostalgia
la fece piangere nei campi stranieri;
lo stesso canto che tante volte ha incantato
finestre magiche aperte sulle schiume
di mari mossi in terre perse incantate.


°°°
Thou wast not born for death, immortal Bird!
         No hungry generations tread thee down;
The voice I hear this passing night was heard
         In ancient days by emperor and clown:
Perhaps the self-same song that found a path
Through the sad heart of Ruth, when, sick for home,
         She stood in tears amid the alien corn;
                 The same that oft-times hath
         Charm'd magic casements, opening on the foam
               Of perilous seas, in faery lands forlorn.

http://machiave.blogspot.it/2015/09/boaz-incontra-ruth.html

sabato 6 febbraio 2016

Lucetta Scaraffia sulla famiglia




La Chiesa “ha bisogno di ascoltare le donne, di ascoltare cosa ritengono di avere perso e cosa guadagnato nel grande cambiamento, di ascoltare quale famiglia vorrebbero oggi”. Lo ha affermato Lucetta Scaraffia, coordinatrice del mensile in rosa dell’Osservatore Romano “Donne chiesa mondo”, nel suo intervento nell’Aula del Sinodo, al quale per decisione di Papa Francesco partecipa in qualità di uditrice.   Le donne, ha sottolineato la professoressa Scaraffia, sono “le grandi esperte di famiglia: se usciamo dalle teorie astratte, specialmente a loro ci si può rivolgere per capire cosa bisogna fare, come si possono porre le fondamenta per una nuova famiglia aperta al rispetto di tutti i suoi membri, non più fondata sullo sfruttamento della capacita’ di sacrificio della donna, ma che assicuri a tutti un alimento affettivo, solidale”. Quando si parla poi di famiglie, ha avvertito, non si dovrebbe parlare sempre e solo di Matrimonio: sta crescendo il numero di famiglie composte da una madre sola e dai suoi figli. Sono le donne, infatti – ha aggiunto – a rimanere sempre accanto ai figli, anche se malati, se disabili, se frutto di violenza. Queste donne, queste madri quasi mai hanno seguito corsi di teologia, spesso non sono neppure sposate, ma danno un esempio mirabile di comportamento cristiano”. “Se voi padri sinodali – ha sottolineato Lucetta Scaraffia – non rivolgete loro attenzione, se non le ascoltate, rischiate di farle sentire ancora più disgraziate perché la loro famiglia è così diversa da quella di cui parlate. Voi, infatti, troppo presto parlate di una famiglia astratta, una famiglia perfetta che pero’ non esiste, una famiglia che non ha niente a che vedere con le famiglie vere che Gesù incontra o di cui parla. Una famiglia così perfetta che sembra quasi non aver bisogno della sua misericordia né della sua parola: ‘Non sono venuto per i sani ma per i malati, non per i giusti ma per i peccatori'”.

http://www.farodiroma.it/2015/10/20/lucetta-scaraffia-osservatore-romano-la-chiesa-deve-ascoltare-di-piu-le-donne/

venerdì 5 febbraio 2016

Vasilij Grossman a Stalingrado



Bernardo Valli 
Qui Stalingrado: escono i taccuini dal fronte di Grossman
I diari di Vasilij il più grande reporter di guerra di tutti i tempi
Si offrì volontario subito dopo l’aggressione della Germania e fu scartato: era miope, goffo e impacciato Ma poi si ritrovò in prima linea come cronista

la Repubblica, 5 febbraio 2016

... La battaglia di Stalingrado è la sua esperienza più intensa. E rivelatrice. Egli passa cinque mesi, fino al gennaio ‘43, nella città che si stende sulla riva occidentale del Volga. E il Volga sarà un filo conduttore di Vita e destino, il romanzo cui l’autore non pensa ancora. Una ventina d’anni dopo, da poco ultimato, quando è ancora un manoscritto, sarà subito sequestrato dai censori sovietici. Verrà tuttavia pubblicato lo stesso, postumo, nel 1980 in Occidente, dove erano arrivate clandestinamente una o due copie.
I cultori di Vita e destino, troppo pochi rispetto alla grandezza dell’opera, cercano nei taccuini le tracce del futuro romanzo. Il Volga non è soltanto un filo conduttore di cui si serve il narratore: per lui è soprattutto l’arteria principale della Russia che fa affluire sangue vitale a coloro che si immolano nell’assedio. Lo sottolineano giustamente i curatori della raccolta di scritti sparsi di Grossman. Lui era un idealista ed era convinto che l’eroismo dimostrato dall’Armata rossa, del quale era stato un testimone, non avrebbe condotto unicamente a una vittoria militare decisiva per il conflitto mondiale in corso. Pensava che avrebbe cambiato radicalmente anche la società sovietica. Insieme al nazismo e all’antisemitismo sarebbero stati sconfitti gli organizzatori del Gulag, l’Nkvd, i processi abusivi, persecutori, promossi da Stalin e poi dai successori. La battaglia di Stalingrado, con il sangue versato, avrebbe avuto l’effetto di una catarsi.
Le note dei taccuini prendono forma in Vita e destino. Sentendosi liberi, perché certi di essere condannati a morte, i soldati e gli ufficiali dicono quel che vogliono. Non si curano delle spie e dei commissari politici. Tanto che uno di questi, Krymov, in servizio a Stalingrado, pensa di essere arrivato in un paese, in un reame, senza partito. Lui stesso sente la libertà come nei primi giorni della rivoluzione.
Per Grossman a Stalingrado doveva nascere la democrazia. La delusione lo conduce al dialogo che in Vita e destino mette di fronte l’SS Liss e il vecchio leninista Mostovskoi.
E che è una pagina chiave dell’opera. Il tedesco Liss sostiene che i due sistemi sono due specchi che riflettono immagini identiche. Il nazismo ha fondato il suo totalitarismo sull’idea nazionale, il comunismo sulla nozione di classe. Questa la differenza originaria. Ma poi l’internazionalismo comunista è degenerato in un nazionalismo di Stato che non lo distingue troppo dal suo avversario.
Nel dopoguerra Grossman subisce due affronti che inaspriscono la sua avversione per il regime sovietico e che lo portano a considerarlo nella pratica simile al nazismo. Lo feriscono la campagna antisemita, fra il ‘49 e il ‘53, e la proibizione di raccontare lo sterminio degli ebrei in Russia (di cui è stata vittima sua madre). Benché molti campi nazisti siano stati liberati dall’Armata Rossa, Mosca non vuole che si sottolinei il sacrificio degli ebrei e vuole che tutti i morti siano russi e basta. La partecipazione di cittadini sovietici, di varie nazionalità, al massacro nei territori occupati dai tedeschi, è una realtà che disturba.
I giudizi di Grossman sul regime si appesantiscono senza intaccare il patriottismo che l’aveva animato a Stalingrado. Anche se l’eroismo russo sul Volga è stato tradito.

IL LIBRO Uno scrittore in guerra di Vasilij Grossman ( Adelphi, traduzione di Valentina Parisi pagg. 471, euro 23)

martedì 2 febbraio 2016

L'ora dei nonni in politica



Anais Ginori
La rivoluzione politica dei Millennials
Ecco il mondo che vuole la generazione cresciuta a cavallo del 2000
Sono giovanissimi ma scommettono sui “nonni” nella vita come alle elezioni, perché incarnano ideali, etica e radicalità In Francia puntano su Juppé, negli Usa spingono Sanders, in Gran Bretagna Corbyn

la Repubblica, 2 febbraio 2016 

PARIGI METTI una sera in discoteca con il nuovo idolo politico dei giovani francesi. L’appuntamento è in un locale di Montmartre, tra ragazzi che bevono birra e scattano selfie. Finalmente arriva il loro candidato, quello che sperano di lanciare fino all’Eliseo nelle presidenziali del 2017. Alain Juppé si toglie subito la giacca, resta in maniche di camicia tra gli applausi. È salito a piedi fino al Sacro Cuore, centoventi scalini, e neppure una goccia di sudore. «Molti lo prendono in giro per la sua età, ma è il più moderno di tutti» esulta Matthieu Ellerbarch, 24 anni, presidente dei comitati giovanili per Juppé alle primarie dei Républicains: oltre duecento gruppi in tutto il paese. L’ex premier ha compiuto 70 anni nell’agosto scorso: se venisse eletto finirebbe il suo mandato a 77 anni. Ma per molti militanti non è un problema. Come non lo è per i ragazzi che sostengono Bernie Sanders, 74 anni, rivale di Hillary Clinton alle primarie americane e che, se vincesse, potrebbe sfiorare gli ottant’anni alla Casa Bianca. «Almeno con Juppé — continua il sostenitore ventenne — sappiamo che ci sarà un solo mandato e si impegnerà davvero nelle riforme senza pensare a come essere rieletto». L’età non ha impedito neppure Jeremy Corbyn, 66 anni, di vincere l’anno scorso la guida del partito laburista, il candidato sovversivo amato dalle nuove generazioni.
Il giovanilismo non fa per i giovani. Anzi, i Millennials, quella generazione nata tra il 1982 e il 2004, sono la categoria sociologica che sembra più vicina, per valori e affinità, ai senior. Non è solo la politica a dirlo. In Francia, libri di autori novantenni come Edgar Morin e Jean d’Ormesson sono amati soprattutto da lettori sotto ai quarant’anni che vengono alle presentazioni a chiedere autografi. E qualche anno fa il manifesto della rivolta giovanile è stato “Indignez-vous!”, Indignatevi, firmato da Stéphane Hessel, classe 1917.
Tutti pazzi per i nonni, visti più dei genitori come punto fermo in un mondo in tempesta, ponte tra vecchio e nuovo secolo. I punti in comune sono tanti. Come la generazione che ha attraversato le guerre, i Millennials sanno che il futuro non è garantito. Devono affrontare crisi sociali ed economiche, la precarietà, il terrorismo, la minaccia del cambiamento climatico. «È una generazione complessa da decifrare perché è cresciuta in un mondo complesso» spiega Alexandra Jubé, responsabile nell’agenzia di tendenze Nelly Rodi. Per i sociologi i Millennials sono ancora un’enigma, spesso in bilico tra gli estremi. Individualisti e tolleranti. Distratti ed esigenti. Lontani dalla politica e impegnati in azioni sociali dal basso. Critici del sistema ma non disposti a fare la rivoluzione. Nel lavoro come nella vita, spesso antepongono il privato al pubblico. Negli Stati Uniti sono già dominanti sul mercato del lavoro: 53,5 milioni, più della generazione X e dei baby boomers. «Cambieranno totalmente i codici di consumo e gli stili di vita» prevede l’analista.
Nella visione politica i Millennials sono in cerca della radicali- tà interpretata meglio dai senior che non da generazioni più vicine, più inclini ai compromessi, cresciute in epoche di benessere e progresso sociale. I nonni sono percepiti come outsider del sistema. I veri “punk”, ribelli e antagonisti, ha scritto qualche giorno fa il Edgar , hanno tante rughe e capelli bianchi. «I Millennials sono favorevoli alla democrazia diretta, rifiutano l’intermediazione racconta Anne Muxel, studiosa del centro di ricerca Cevipof di Sciences Po e autrice di un saggio appena uscito, “Temps et Politique”. Come sul lavoro, in cui i ragazzi non riconoscono più l’autorità assoluta, chiedono un’organizzazione orizzontale e non verticale. Se è vero che molti giovani sono attratti da forze populiste, dal Front National al Movimento 5 Stelle, Muxel osserva una tendenza in aumento per candidati che mettono avanti l’etica, tornando a valori antichi: la tolleranza, l’eguaglianza sociale. La generazione “Me, myself and I”, come cantava Beyoncé, accusata di egoismo, è invece capace di accettare le differenze, senza cedere alla tentazione dell’esclusione. I politologi Vincent Tiberj e Antoine Jardin parlano di una gioventù “pluralista” perché è mobile nelle scelte, ha abbandonato lo scontro ideologico tra destra e sinistra, e non esprime due sentimenti polarizzanti del dibattito: il rigetto dell’immigrazione e la paura dell’Islam. I “pluralisti”, notano gli studiosi, sono maggioranza tra i giovani, oltre il 60%, soprattutto nella fascia più istruita. I Millennials difendono un immaginario politico aperto e cosmopolita simile a quello nonni che hanno saputo accogliere e integrare tante ondate di immigrazione, dal dopoguerra in poi.