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mercoledì 10 febbraio 2016

Hobsbawm comunista italiano



Gianpasquale Santomassimo 
Lo storico pop e globale
il manifesto, 2 ottobre 2012, p. 11

Abbiamo detto che si proclamò comunista per tutta la vita, e rimase anche dopo il 1956 nel piccolo partito comunista britannico: ma nel corso degli anni divenne in patria un consigliere ascoltato del Labour Party, fortemente critico tanto della rigidità «classista» dell’era di Kinnock, incapace di comprendere i mutamenti della società, quanto del New Labour di Tony Blair, null’altro che «un Thatcher con i pantaloni». Ma la svolta di Miliband è frutto anche in parte della sua critica, e di un rapporto personale e familiare (il padre fu valido storico e teorico marxista).
In realtà Hobsbawm dichiarò di essersi considerato a partire dal 1956 un «membro spirituale» del partito comunista italiano alle cui idee si sentiva particolarmente vicino. Le numerose pagine «italiane» testimoniano di un lungo rapporto che fu anche familiarità e condivisione di problematiche con una generazione di storici (Rosario Villari, Ernesto Ragionieri, Giuliano Procacci, Renato Zangheri) e anche di politici (Giorgio Napolitano, in modo particolare, che intervistò nel 1976, quando la breve fiammata dell’«eurocomunismo» aveva acceso interessi e speranze destinate a declinare).
C’è in rete una «videolettera» toccante registrata il 20 marzo 2007 in cui Hobsbawm si rivolge ad Antonio Gramsci, con gratitudine e ammirazione, che più di ogni altro documento attesta il legame «italiano», sentimentale e teorico, dello storico inglese verso una forma di comunismo che sentiva vicina alla sua sensibilità.
La sua popolarità presso il grande pubblico, come abbiamo ricordato, derivò in gran parte dal Secolo breve, titolo italiano di The Age Of Extremes, volume che brevemente e forse un po’ bruscamente concludeva il ciclo del «Lungo Ottocento» che era stato oggetto dei volumi di sintesi che lo avevano preceduto. È la sua opera più discussa, e forse la più discutibile, per tanti motivi. Di fatto, Hobsbawm passerà gli ultimi anni della sua vita a discutere, limare, correggere quelle interpretazioni, alla luce dei nuovi avvenimenti che cambiavano il quadro del mondo descritto nell’ultimo capitolo: la Frana, che seguiva improvvisamente all’Età dell’Oro dell’Occidente. Ora la frana si è approfondita, rischia di travolgere tutto, e l’Occidente che si sentiva trionfante nell’Ottantanove appare sempre più in declino. Il secolo americano, che Hobsbawm aveva visto nascere, sembra avviato a chiudersi al momento della sua scomparsa, come aveva previsto a conclusione della sua autobiografia dieci anni fa.
In quella che è una delle sue ultime interviste, nel maggio 2012, l’interlocutore gli chiedeva: Cosa rimane di Marx? Lei, in tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo… E Hobsbawm rispondeva: «Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe».
Quanto alla sinistra attuale, il giudizio era molto esplicito:
«Non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società».

sabato 1 novembre 2014

Ken Follett torna sul secolo breve

Andrea Colombo
Follett, il secolo breve finisce nel bestseller cult
il manifesto, Alias, 26 ottobre 2014

Pren­dete un paio di ragazzi che si amano, con­tra­stati e osta­co­lati da tra­ver­sie di ogni genere: guerre, crisi e cata­cli­smi ma anche diversa appar­te­nenza di classe, trame sub­dole, orgo­gli e pre­giu­dizi. È la strut­tura eterna del romanzo rosa, e prima di stor­cere l’aristocratico nasino ricor­date che pre­ci­sa­mente a par­tire da que­sta popo­la­ris­sima strut­tura hanno scritto e creato ragazze dotate come Jane Austen o Edith Whar­ton. Se poi i con­tra­stati amori sono tanti, sca­glio­nati nelle vicis­si­tu­dini di cin­que fami­glie sparse in quat­tro Paesi (Usa, Rus­sia, Ger­ma­nia e Inghil­terra) le cui sto­rie, nell’arco di tre gene­ra­zioni, si incon­trano, si sfio­rano e spesso si intrec­ciano; se infine le peri­pe­zie in que­stione deri­vano tutte dagli scon­vol­gi­menti sus­se­gui­tisi senza posa nel secolo che ini­zia con un colpo di pistola a Sara­jevo e ter­mina sotto le mace­rie di un Muro, allora il fumet­tone rosa lie­vita sino a diven­tare romanzo sto­rico. Più pre­ci­sa­mente il primo e ambi­zioso ten­ta­tivo di tra­durre in let­te­ra­tura popo­lare e di vasto con­sumo il Secolo breve di Eric Hob­sbawm. Nello spe­ci­fico la Cen­tury Tri­logy di Ken Follett.
La for­mula può sem­brare ele­men­tare, ma si sa che per fare bene le cose che paiono sem­plici biso­gna essere mae­stri. Nel suo genere Ken Fol­lett indi­scu­ti­bil­mente lo è, e la sua tri­lo­gia fun­ziona. Ipno­tizza a dovere il let­tore e for­ni­sce un qua­dro sto­rico più che ade­guato, a tratti appro­fon­dito e anti­con­ven­zio­nale, come quando spiega le ragioni della Ger­ma­nia nella prima guerra mon­diale e del Giap­pone nella seconda, oppure par­zial­mente riva­luta un pre­si­dente ame­ri­cano tanto meri­to­rio nella poli­tica interna quanto disdi­ce­vole in quella estera, Lyn­don John­son, e ne demo­li­sce invece uno assur­da­mente soprav­va­lu­tato, Ronald Rea­gan.
Fol­lett ha con­sa­pe­vol­mente deciso di sacri­fi­care lo spes­sore dei suoi per­so­naggi alla pre­ci­sione della rico­stru­zione sto­rica. In cia­scuno dei tre romanzi i per­so­naggi prin­ci­pali cam­biano, per­ché lo scrit­tore sce­glie il ricam­bio gene­ra­zio­nale, seguendo di volta in volta le nuove leve e rele­gando sullo sfondo i geni­tori e i nonni, già pro­ta­go­ni­sti dei romanzi pre­ce­denti. Dif­fi­cile pen­sare che un autore tanto esperto e sma­gato non si ren­desse conto di togliere, così, molto ai suoi pro­ta­go­ni­sti, abban­do­nati appena var­cata la soglia della gio­vi­nezza. Però altra strada per rac­con­tare il Nove­cento non solo negli eventi sto­rici ma anche nelle tra­sfor­ma­zioni pro­fonde, quelle cul­tu­rali e delle men­ta­lità, non c’era. Per­ché sono i gio­vani a incar­nare, vivere sulla pelle, vei­co­lare e imporre quei cam­bia­menti radi­cali: da una società vit­to­riana alla libe­ra­zione ses­suale degli anni ses­santa, da una società che alle donne negava tutto alla rivo­lu­zione fem­mi­nile, da un assetto sociale ancora cen­trato sul potere dell’ancien régime, sulle bar­riere di classe e su quelle raz­ziali, al loro abbat­ti­mento, sia pur non ancora com­ple­tato. E sono stati i gio­vani, anzi i gio­va­nis­simi, a com­bat­tere quando le guerre sono diven­tate incan­de­scenti: nei due con­flitti mon­diali, in Spa­gna, in Vietnam.
I giorni dell’eternità (Mon­da­dori, pp. 1218, euro 20,00), il volume che com­pleta la tri­lo­gia e che ha sùbito spo­po­lato anche nelle clas­si­fi­che ita­liane, ini­zia con la costru­zione del Muro, fini­sce con la sua distru­zione. In mezzo c’è di tutto: la crisi di Cuba, la lotta dei neri per i diritti civili, il rock e gli hip­pies, il Viet­nam e l’invasione della Ceco­slo­vac­chia, Water­gate e le spor­che guerre della Cia, Soli­dar­nosc e la Gla­snost. Pro­ba­bil­mente è il migliore dei tre romanzi, forse per­ché qui Fol­lett, classe 1949, nato nel Gal­les ma tra­sfe­ri­tosi nella capi­tale a dieci anni, pro­prio quando le tinte sfol­go­ranti della Swin­ging Lon­don sosti­tui­vano il gri­giore di un lun­ghis­simo dopo­guerra, parla per espe­rienza diretta e si può basare su un mate­riale più vivace e det­ta­gliato per trat­teg­giare le figure sto­ri­che reali.
Nei volumi pre­ce­denti i per­so­naggi sto­rici, da Chur­chill a Lenin e Sta­lin, ave­vano fatto fugaci appa­ri­zioni. Qui invece cam­peg­giano, gra­zie a un ovvio espe­diente: molti dei per­so­naggi sono col­la­bo­ra­tori diretti dei fra­telli Ken­nedy, di Luther King, Chru­scev, Kosy­gin, Gor­ba­ciov. La guerra fredda è così descritta dall’interno delle tolde di comando, e il risul­tato è tanto avvin­cente quanto il thril­ler meglio con­ge­gnato, forse di più. Un altro gruppo di pro­ta­go­ni­sti abita invece pal­co­sce­nici di altra natura: quelli delle diverse scene rock dell’epoca, dai club lon­di­nesi dei primi anni ses­santa alla Haight-Ashbury hippe fino ai grandi con­certi da sta­dio degli ottanta. Per quanto le due realtà si incro­cino fre­quen­te­mente, Fol­lett le ado­pera per scopi distinti: i poli­tici per met­tere in scena gli eventi sto­rici, le rock­star per descri­vere la cul­tura ribelle degli anni ses­santa e set­tanta.
C’è una seconda dif­fe­renza sostan­ziale, oltre alla cen­tra­lità dei per­so­naggi sto­rici, tra l’ultimo tas­sello della tri­lo­gia e i pre­ce­denti: l’arco cro­no­lo­gico è molto più ampio. La caduta dei giganti abbrac­ciava un decen­nio, dal 1914 al 1924. L’inverno del mondo copriva gli anni bui dei tota­li­ta­ri­smi, dalla presa del potere di Hitler nel 1933 all’inizio della guerra fredda nel 1947. Il terzo libro si estende lungo ben 29 anni: dal 1960 al 1989. Il risul­tato è una spro­por­zione che l’autore rie­sce a risol­vere bene sul piano nar­ra­tivo, non altret­tanto su quello sto­rico. La prima metà del tren­ten­nio in que­stione, dalla edi­fi­ca­zione del Muro alle dimis­sioni di Nixon, occupa 1068 pagine e man­tiene inal­te­rato lo sguardo a tutto campo con cui Fol­lett aveva affron­tato le due guerre mon­diali, la rivo­lu­zione russa, i tota­li­ta­ri­smi. L’ultimo scor­cio del secolo breve è invece una rico­gni­zione a volo d’uccello, con l’obiettivo ristretto solo sul crollo dei regimi dell’est. Resta così tagliata fuori dalla sto­ria del Nove­cento l’offensiva vin­cente neo­li­be­ri­sta, la ster­zata sto­rica che ha let­te­ral­mente dato forma all’assetto sociale nel quale siamo a tutt’oggi infe­li­ce­mente immersi. Basti dire che non una sola volta, nel libro, è nomi­nata la signora Mar­ga­ret That­cher, che pure sta a quella con­tro­ri­vo­lu­zione come Lenin alla rivo­lu­zione del 1917 ed è senza dub­bio una delle prin­ci­pali pro­ta­go­ni­ste della sto­ria del secolo scorso.
Forse non si tratta solo di una can­cel­la­zione dovuta a esi­genze di spa­zio. Lo sguardo di Fol­lett non è, né pre­tende di essere, al di sopra delle parti. Mili­tante labu­ri­sta sin da gio­va­nis­simo, lo scrit­tore è spo­sato con una diri­gente del Labour tre volte eletta in par­la­mento, Bar­bara Broer, ed è da sem­pre uno dei più attivi soste­ni­tori del par­tito. È stato ed è ancora un blai­riano con­vinto. La para­bola del Nove­cento, nella sua tri­lo­gia, è un per­corso tra­gico e con­tra­stato ma ine­lut­ta­bile verso la luce e il pro­gresso. Da un’Europa tiran­neg­giata dall’ancien régime e poi dalle dit­ta­ture alla festa demo­cra­tica del Muro abbat­tuto; da una con­di­zione fem­mi­nile rele­gata nell’angolo dell’inferiorità per­ma­nente alla con­qui­sta pro­gres­siva della parità; dalla discri­mi­na­zione raz­ziale all’elezione del primo pre­si­dente nero degli Usa, citata in un «Epi­logo» appo­si­ta­mente aggiunto. I gua­sti delle società demo­cra­ti­che ci sono, ma deri­vano dall’inquinamento di com­po­nenti che di demo­cra­tico hanno ben poco, come la Cia con le sue perenni trame, e non ne intac­cano l’essenza. La Cen­tury Tri­logy è una sto­ria a lieto fine: le ombre del pre­sente non pote­vano tro­vare spa­zio. E nep­pure la loro genea­lo­gia, che nei con­flitti del secolo breve e nel loro esito finale affonda invece le radici.