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venerdì 3 ottobre 2025

La musica classica di Baricco

Marco Archetti 
L’epopea dell’ingegno umano che si è espresso coi suoni, narrata in Baricco style
Il Foglio, 3 ottobre 2025

Questo non è un podcast. E questa non è una storia classica della musica. Baricco’s way of life: cose che non sono (del tutto) le cose. Ma in fin dei conti è solo illusione, un trucco narrativo generato dal fatto che non le guarda, le cose, come si è soliti guardarle, ma da una prospettiva insolita, alata. Spesso dall’alto, perché Alessandro Baricco è sempre affascinato dal disegno generale e meno dal dettaglio, dal movimento della figura grande e non tanto dal piccolo ornamento. Anche se, quando sente un fremito remoto, ecco che gli piomba addosso, lo raccoglie e te lo mostra, lo tiene tra le dita controluce, lasciandolo ricadere solo dopo averti spiegato come, senza quel minimo battito, non si sarebbe determinato alcun uragano.

In materia di Baricco e Musica Classica, le occasioni croccanti adesso sono due: un libro e, appunto, un podcast. Il libro. L’arte baricchiana è nell’impianto e nella polpa di questo “Breve storia eretica della Musica Classica” (Feltrinelli, euro 18, pagine non numerate ma, a occhio, sulle duecento), non solo perché qui si parla perfino di agricoltura – la musica come un campo, e il modo di intenderla come le tecniche per recintarlo e coltivarlo – ma anche perché la sua suddivisione del mondo musicale nel suo lentissimo, e poi velocissimo, cammino verso la cosiddetta Musica classica, è strutturata in capitoli di questo tenore: La pagina zero (che potremmo riassumere con: e i greci, muti); La prima musica (l’èra che trovò rifugio nel madrigale e che ebbe in Monteverdi il suo genio); L’età del disordine (quella che per la prima volta scava un solco tra chi suona e chi ascolta, “architrave dell’edificio ideologico della Musica Classica”); il Big Bang (i Concerti Grossi di Corelli, il Trattato di Armonia di Rameau, il Clavicembalo ben temperato di Bach; e intanto nel 1722 nasce il pianoforte sotto le mentite spoglie del fortepiano); La Musica Classica (altrimenti detta “èra dell’agricoltura stanziale”: si passa dalla gentilezza alla muscolarità, dall’astrazione al dire l’esperienza umana, dall’immobilità aristocratica al dinamismo borghese); la Musica Moderna (arriva Beethoven con l’eroica, la sinfonia più lunga mai stata scritta fino a quel momento); L’abbandono dell’agricoltura e la musica della Diaspora (ossia, di wagnerismo, crolli di muri e orti deliziosi sull’orlo dell’abisso coltivati da Debussy, Satie e Fauré; poi Schönberg e Stravinskij coi loro colpi micidiali all’ordine costituito).

Il podcast. “Non leggerò tutto il libro” – rivela Baricco – “ma alcune parti. Mentre leggo ad alta voce i miei saggi,” dice l’autore, “mi spiego meglio. Con la voce, con le pause. Mi dispiego. E i miei pensieri risultano più chiari, corrono meglio. A mia madre ho letto dei capitoli interi a voce alta, so che li capisce di più”. Il libro è stato scritto in tre anni, “ed è bello stare per un po’ di tempo con una storia che stai cercando di capire e di raccontare.” Dall’alto, perché “volevo vedere bene il disegno”.

Appunto: chi cercasse la dovizia del dettaglio, forse non dovrebbe rivolgersi a questo racconto. Tutti gli altri, che cercano il disegno e il senso di traiettorie fino a oggi imperscrutabili (traiettorie che Baricco invece scruta, col talento di chi sa vedere e poi risignificare) certamente sì. E, sorpresa, anche il temperamento equabile riuscirà a sembrare la tappa affascinantissima di un’avventura grandiosa: l’avventura dell’ingegno umano che si espresso coi suoni, di volta in volta vedendoci Dio, misure matematiche, relazioni tra macro e micro, e infine impossessandosene con una rapidità rapace che la fase precedente non aveva conosciuto, accelerando tutte le particelle. L’avventura della continuità e della discontinuità umana – delle prodezze, degli errori, degli equivoci, delle grandezze. Un’impresa epica, una conquista di terre selvagge che non si sapeva nemmeno di desiderare. Una luce che tiene in sé l’alba e il futuro. Ricordando la lezione dei padri: “Non succederà nulla se non a umani eleganti e audaci”.

domenica 24 novembre 2024

Kafka e Balla




Adriano Sofri, L'insetto Gregor Samsa? Non si può far vedere nemmeno da lontano
Il Foglio, 23 novembre 2024


Kafka non voleva assolutamente che il suo insetto venisse disegnato. Se ne è discusso all’infinito, si direbbe però che la sua motivazione fosse piuttosto semplice. “L’insetto immondo” doveva essere immaginato, non visto. La copertina disegnata avrebbe ridotto a una la figura dell’insetto, invece delle innumerevoli che lettrici e lettori avrebbero intravisto.

Kafka aveva scritto allarmato al dottor Meyer, responsabile delle edizioni di Kurt Wolff: “Egregio signore! Lei mi ha scritto che Ottomar Starke disegnerà un frontespizio per ‘La metamorfosi’. Ne ho provato un piccolo spavento… Siccome Starke fa delle effettive illustrazioni, mi è passato per la mente che voglia disegnare l’insetto stesso. Questo no, per carità, no! Non vorrei limitare l’ambito della sua competenza, ma rivolgere soltanto una preghiera sulla base della mia ovviamente migliore conoscenza del racconto. Non lo si può far vedere neanche da lontano… Se mi fosse permesso avanzare a mia volta proposte per un’illustrazione, sceglierei scene come: i genitori e il procuratore davanti alla porta chiusa, o, meglio ancora, i genitori e la sorella nella stanza illuminata, mentre la porta che dà nella camera attigua, tutta buia, rimane aperta”.

Morto Kafka, com’era inevitabile, miriadi di illustratori si dedicarono a disegnare la loro idea dell’insetto.



Starke rispettò il desiderio di Kafka e (nell’immagine sopra a sinistra) disegnò un uomo davanti alla porta semiaperta sul buio della camera, in vestaglia, che si tiene la testa fra le mani, disperato: Gregor, o più probabilmente il padre. Come si vede, Starke si è uniformato a Kafka per la porta – aperta – che dà sulla camera buia. Mi ha colpito una somiglianza con un famoso dipinto (nell’immagine a fianco) di Giacomo Balla, del 1905, dunque dieci anni prima, intitolato “La pazza”. E’ un grande olio su tela, alto 175 cm., oggi alla Galleria Nazionale di arte moderna di Roma. Qui la porta è spalancata sull’interno, e fuori c’è una gran luce giallodorata, il campo di grano di Villa Borghese. La figura scarmigliata, stravolta, è connotata più psichiatricamente, per così dire, nella smorfia del volto e nelle mani stirate e uncinate – il torinese Balla aveva frequentato le lezioni di Lombroso. La donna ritratta era davvero considerata pazza, Matilde Garbini, una barbona romana, forse già prostituta, ossessionata, si diceva, dalla maternità mancata o perduta. L’indice alzato come a chiedere silenzio – “Il bambino dorme”, era abituata a dire. Il quadro restò sempre nella famiglia di Balla, le figlie l’avrebbero poi donato alla GNAM romana. Fu esposto, con gli altri tre di una serie intitolata ai “Viventi”, al Salon d’automne parigino tra il 1° ottobre e l ’8 novembre del 1909 copertina– forse anche, nello stesso anno, a Odessa. 


https://machiave.blogspot.com/2024/11/kafka-la-scrittura-e-lo-studio.html

martedì 19 novembre 2013

Maria Antonietta verso il patibolo


Il mattino del 16 ottobre 1793 Maria Antonietta si recò al patibolo sopra ad una carretta trainata da un solo cavallo, come tutti gli altri condannati (a Luigi XVI era stato concesso l’onore di recarvisi in carrozza). Le erano stati tagliati i capelli e legate le mani dietro alla schiena, un prete repubblicano sedeva al suo fianco, e, lungo il tragitto, la folla si prodigava in grida e insulti all’indirizzo ‘dell’infame Antonietta’: “Morte all’austriaca! Morte alla cagna!”. Affacciato ad una finestra il pittore Jacques-Louis David fissò, con pochi tratti di matita, l’ultimo ritratto dell’infelice regina in viaggio verso la fine.
 

Francesca Diotallevi

Portraiture has an affinity with death, but this is something unique - at once a callous observation and... what? It seems sympathetic, nothing to do with the grotesque vilifications of Marie Antoinette circulating in word and image. It depicts her last moments as miserably human, unglamorous to a degree that may embody a Revolutionary joy in the destruction of rococo fripperies. As she sits there, hair cut, a few strands poking out of her bonnet, her nose big, her mouth a grim line, she is the opposite of idealised royalist portraiture.
But there is a determination to the way she sits without looking up. This drawing is an acknowledgement of the Revolution's violence, in which David is complicit. David is an honest extremist. He believes in the inevitability of this execution so absolutely that he can stand back and feel a tweak of empathy.

Jonathan Jones,  The Guardian,

L'arte del ritratto ha un'affinità con la morte, ma questo è qualcosa di unico - allo stesso tempo un'osservazione insensibile e ... che cosa? Sembra partecipe, nulla a che vedere con gli avvilimenti grotteschi di Maria Antonietta che circolano in parola e immagine. Esso raffigura i suoi ultimi momenti come pietosamente umana, poco affascinante al punto da poter incorporare una gioia rivoluzionaria nella distruzione dei fronzoli rococò. Mentre lei è lì seduta, con i capelli tagliati e alcuni fili che spuntano fuori dalla sua cuffia, con il naso grosso  e la bocca ridotta a una linea severa, è l'opposto del soggetto idealizzato dalla ritrattistica di corte.
Ma vi è una determinazione nel modo in cui lei si trova seduta, senza alzare lo sguardo. Questo disegno è un riconoscimento della violenza della Rivoluzione, di cui David è complice. David è un estremista onesto. Egli crede nella inevitabilità di questa esecuzione in modo così assoluto da potersi tirare indietro e provare un granello di empatia.