domenica 27 dicembre 2015

La ricerca del senso

Romano Màdera
La filosofia come stile di vita
Bruno Mondadori, Milano 2003
















La filosofia è sempre stata un modo di vivere, quel modo di vivere che riceveva la sua impronta dall'amore per la sapienza.
Eppure, se oggi chiedessimo alla maggior parte dei filosofi in che cosa consista il loro particolare stile di vita, ci accorgeremmo che esso tende a coincidere con quello dei professori: la filosofia, come modo di vivere, è diventata il modo di vivere dei professori che si occupano di filosofia. Se questa è la pratica filosofica essa si riduce all'esercizio dello studio, della scrittura e dell'insegnamento dei risultati di tale studio. Nella maggior parte dei casi non viene neppure percepito il problema della riducibilità, o dell'irriducibilità, della figura del filosofo a quella di un mestiere. Tuttavia, amare la sapienza non può essere un mestiere particolare: questa vocazione può toccare tutti, indipendentemente dal lavoro svolto e dal ruolo ricoperto nella società. Anche i personaggi dei libri di storia della filosofia sono stati insegnanti di filosofia solo in epoche determinate, soprattutto nella modernità, e pur sempre con vistose eccezioni. Questa semplice verità, provata da numerosissimi esempi, leggendari e biografici (da Talete a Socrate, Diogene, Epicuro, Marco Aurelio, Avicenna, Bruno, Spinoza, Kierkegaard, Marx, Wittgenstein), è stata oscurata per decenni dall'identificazione tra filosofia e insegnante di filosofia. Benché libera, la vocazione filosofica è stata, nella maggior parte dei casi, vincolata per secoli alle modalità previste dalle legislazioni degli stati per insegnare qualsiasi altra "materia scolastica".
Oggi l'insegnamento della filosofia nelle scuole è una possibilità occupazionale assai ridotta, e questa incertezza sugli "sbocchi professionali" può diventare un'occasione per riproporre una domanda cruciale per ogni epoca; quali possono essere le forme della filosofia in quanto pratica della filosofia? Una pratica unita a un discorso filosofico, ma non riducibile a esso?
Studiare, insegnare e scrivere devono certamente continuare a riguardare la filosofia come arte dell'inesauribile domandare ragione di ogni conoscenza in ogni campo della conoscenza. Amare la sapienza significa prima di tutto sentirsi spinti a oltrepassare ogni risposta che trova acquietamento in una sua bastante funzionalità. La sapienza chiede a volte l'inutile, il sapere per il sapere, per la bellezza e il tormento della sua stessa impresa. Ma la sapienza non è senza mondo: il suo desiderio nasce nelle passioni, nei comportamenti, nelle tecniche, nelle scienze e nelle arti del mondo. La storia della filosofia non può quindi autoriferirsi alla storia della sola filosofia senza esaurire l'humus dal quale nasce. Ogni volta essa riprende vigore dalle domande del mondo, dalle circostanze della storia di una particolare comunità umana, dalla vita quotidiana di singoli individui. Credo che nel nostro mondo la filosofia si debba rinnovare ma che, per rinnovarsi, debba uscire dalle limitazioni di una pratica solo professorale e reimmergersi nella sua più ampia vocazione di ricerca della via alla sapienza. Pretesa apparentemente risibile, sommersi come siamo da ingestibili quantità di informazioni e infinite offerte di formazione. Ancor peggio, pretesa anacronistica per rilevanti settori di specialisti che ritengono ormai proponibile solo una filosofia nei limiti della storia della filosofia, e assurda per una diversa e significativa parte della comunità filosofica, potremmo dire di derivazione quiniana, che assegna alla filosofia il compito di essere scienza fra le scienze, dedita ai problemi di tipo generalistico che attraversano diversi campi scientifici. Dunque la filosofia come viene concepita e proposta in questo scritto rappresenta un diverso modo di praticarla, che intende rinnovarla ritornando alla sua vocazione originaria, per aprire un sentiero di saggezza che accolga le domande di senso della nostra epoca.
Secondo questa scelta, praticare la filosofia significa mettersi alla scuola della domanda sul senso e del senso del tutto. Sentendo questa domanda come un intenso desiderio. Niente di meno, e niente di più lontano dalla mentalità maggioritaria di un'epoca prostrata dalle delusioni dei miti del moderno che, a loro volta, avevano relegato nei musei dello spirito i miti religiosi. Ma è esattamente la combinazione fra il debito con ciò che il tempo pare aver abbandonato e il profluvio di offerte per rimediare a un'angosciosa domanda di senso che chiede una svolta. Non possiamo sottrarci, anche se il compito appare disperato, perché la domanda di senso sembra, già nel suo porsi, sapersi destinata all'elusione: infinite e reciprocamente relativizzabili le risposte, e presumibilmente ininfluenti. 

http://www.platon.it/Consulenza/elaborati/Filosofia%20come%20stile%20di%20vita.pdf

sabato 26 dicembre 2015

Decalogo natalizio



 Hamilton Santià
PRANZO DI NATALE, ISTRUZIONI PER L’USO

(1) Informazione preliminare. L’intestino umano è lungo 7 metri. Quindi fate i vostri calcoli.
(2) Trovatevi una scusa intelligente per giustificare il fatto di aver dormito 2 ore questa notte. No, dire che aspettavate Babbo Natale non è più credibile da almeno venticinque anni.
(3) Non abbuffatevi agli antipasti. Se siete piemontesi ormai dovreste aver capito come funziona.
(4) Le prove di forza tra voi e la vostra famiglia non si traducono nei bicchieri di vino ingollati. Inoltre, tendenzialmente, siete sbronzi già da un paio di giorni. Ricordatevi che per vostra nonna siete ancora una persona rispettabile.
(5) No, quello non è il ‘sorbetto per far andare giù’ le prime portate. È il Vov. Tutti hanno uno zio burlone.
(6) No, a nessuno interessa parlare degli ultimi romanzi che avete letto e dell’ultimo film di Woody Allen. In compenso, vi chiederanno se avete già visto ‘Star Wars’. Voi limitatevi a dire: «Figo» e andrà tutto bene. Soprattutto per voi.
(7) Quello che adesso vi sembra un maglione di cattivo gusto, fra cinque anni sarà un maglione da hipster. Ringraziate e sorridete tantissimo pensando ai like su Facebook.
(8) When in trouble, buttatela sul calcio (suggerimento: Jose Mourinho è stato appena licenziato).
(9) La tombola e rubamazzo non sono dei surrogati palliativi per risolvere i conflitti irrisolti tra i vostri genitori, i vostri zii, i vostri nonni e i vostri cugini. Tuttavia, il ruolo di ‘ragionevole ambasciatore’ vi procurerebbe solo più danni che altro: fingetevi morti.
(10) Il più importante: NON INTRODURRE IL DISCORSO POLITICA. Per NESSUNA ragione al mondo.

Buon Natale e che la Forza sia con voi.

venerdì 25 dicembre 2015

Sartre alle prese con il Natale


Jean-Paul Sartre, Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per cristiani e non credenti

Racconto scritto e rappresentato da Sartre nel Natale del 1940 per i suoi compagni di prigionia nel campo di Treviri. La storia ruota intorno alla figura di Bariona, capo di un villaggio vicino a Betlemme, ed è ambientata nell'epoca in cui la Giudea era oppressa dai Romani e vessata da continue richieste di tributi. Il testo si offre al lettore come l'immagine di un'esperienza religiosa che raggiunge il suo apice nella descrizione del rapporto di intimità che lega la Madonna al Bambino, e nel contempo come esperienza politica che, nella chiara allusione alla Francia occupata dai nazisti, vuole creare aggregazione e solidarietà tra i prigionieri, credenti e non credenti, e sollecitarli alla resistenza contro gli invasori. 



Massimo Borghesi
Sartre e il Natale di Gesù
30Giorni,  12, 2003


... Nell’opera compare però la figura del re magio Baldassarre, impersonata sulla scena proprio da Sartre, improvvisatosi attore. Baldassarre rappresenta il momento nuovo che interviene nella visione sartriana, il momento della speranza: «è vero siamo molto vecchi e molto sapienti e conosciamo tutto il male della terra. Pertanto quando abbiamo visto questa stella nel cielo, i nostri cuori hanno gioito come quelli dei bambini e siamo diventati bambini e ci siamo messi in cammino, poiché volevamo compiere il nostro dovere di uomini che sperano. Chi perde la speranza, Bariona, sarà cacciato dal suo villaggio […]. Ma a chi spera, tutto gli sorride e il mondo è dato come un regalo».
La speranza di Baldassarre è la speranza di Sara. Anch’ella vuole andare a Betlemme: «Laggiù c’è una donna felice e soddisfatta, una madre che ha partorito per tutte le madri, ed è come un permesso che mi ha donato: il permesso di mettere al mondo il mio bambino. Voglio vederla, vederla, questa madre felice e sacra».
Il proposito della moglie non fa recedere Bariona. Saputo da una specie di veggente il destino di morte del Messia crocifisso, matura in lui il proposito di uccidere il bambino per il bene del suo popolo, per «conservare in essi la fiamma pura della rivolta». Giunto a Betlemme, davanti alla stalla, Bariona sorprende Maria di spalle, non vede Gesù in braccio alla madre, vede solo Giuseppe. «Ma vedo l’uomo. È vero: come lo guarda! Con quali occhi! Che cosa può avere dietro quei due occhi chiari, chiari come due limpide profondità in questo viso dolce e segnato? Quale speranza? […] Per trovare il coraggio di spegnere questa giovane vita tra le mie dita, non avrei dovuto scorgerlo dapprima in fondo agli occhi di suo padre. Andiamo, sono vinto». Lo sguardo di Giuseppe posato su Gesù ferma la mano omicida di Bariona il quale non può impedirsi di invidiare la felicità stupita della folla accorsa ad adorare il bambino. Una felicità illusoria, dal suo punto di vista, e tuttavia evidente: «Hanno unito le mani e pensano: qualcosa è incominciato. E si sbagliano, s’intende, e sono caduti in una trappola e pagheranno ciò caro più tardi; ma cionondimeno, avranno avuto questo minuto; hanno fortuna di poter credere a un inizio. Che cosa c’è di più commovente per un cuore d’uomo che l’inizio di un mondo e la giovinezza dai tratti ambigui e l’inizio di un amore, quando tutto è ancora possibile, quando il sole è presente nell’aria e sui visi […]. E io sono nella grande notte terrestre, nella notte tropicale dell’odio e della disgrazia. Ma – potenza ingannevole della fede – per i miei uomini, migliaia d’anni dopo la creazione, si alza in questa stanza, al chiarore di una candela, il primo mattino del mondo».

mercoledì 23 dicembre 2015

Cartier-Bresson, Donne

Marie-Claude Vaillant-Couturier superstite di Auschwitz, la processione di San Innocenzo a Grassano, la naturalezza invidiabile di una giovane in minigonna, due giovani dame in conversazione a Mosca, le sbarre superate dalle braccia di una compagna a Lahore

Marie-Claude Vaillant-Couturier (1945)
 
Processione di San Innocenzo a Grassano (1973)
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Mosca 1955

Lahore 1948



martedì 22 dicembre 2015

Podemos e i 5 Stelle



Angela Azzaro 
Podemos in Italia si chiama 5 Stelle


Podemos non è Syriza, ma soprattutto non è la Sinistra italiana. Podemos in Italia c'è già e si chiama Movimento cinque stelle. Podemos è il M5s non tanto nei contenuti quanto nell'elemento dirimente e vincente: essere l'anti casta, l'anti sistema. Sinistra italiana nasce, con tutte le buone intenzioni, dentro il sistema. Più che Podemos è Izquierda Unida che ha preso due seggi. Mi chiedo allora se abbia senso, stando così le cose, tentare di costruire in Italia un quarto polo con queste caratteristiche. Non lo dico con cattiveria ma come domanda vera che mi pongo e anche con una certa preoccupazione.

Simone Lorenzati 
L'apparenza inganna


Su Sinistra Italiana concordo con te. Sulla somiglianza tra Podemos e 5 stelle meno. Hanno in comune la polemica anti-casta e l'utilizzo della rete ma le similitudini si fermano qui. La dirigenza di Podemos è fatta da insegnanti universitari di scienze politiche e dintorni, non certo il dilettantismo e l'ignoranza che più di una volta i pentastellati hanno dimostrato. Podemos arriva dal movimento degli indignados, non si definisce di sinistra ma lo è palesemente. E una politica sull'immigrazione come quella che vorrebbero i grillini è lontana anni luce da quella di Iglesias e i suoi. Ciò detto Italia e Spagna sono molto differenti. E vedremo come proseguirà il tutto.

Jacopo Iacoboni
La Sinistra italiana e il sogno (impossibile) di un Podemos
Il risultato di Podemos suscita entusiasmi nella Sinistra italiana, ma i due casi sono abissalmente lontani
Il Movimento non c’è. E il campo è parzialmente occupato dal M5S


La Stampa 22 dicembre 2015

... Il terzo punto, sostanziale, è che Podemos «nasce da un movimento sociale, generazionale, che affonda le radici nel fenomeno degli indignati. Lì c’è un movimento. In Italia, semplicemente, questo movimento non c’è», constata non senza amarezza Airaudo, che pure vorrebbe provare a costruire qualcosa di analogo partendo da Torino. Forse, si potrebbe aggiungere, l’ultima cosa assimilabile a un movimento, nella sinistra italiana, è stata l’esperienza milanese della primavera arancione di Pisapia: che però non ha prodotto una rete nazionale e un’esperienza generativa a sinistra, e probabilmente, almeno in parte - nel 2013 ha finito per avere zone di tangenza col successo elettorale del Movimento cinque stelle. M5S che però è diversissimo, rispetto a Podemos (i due soggetti hanno anche reciprocamente preso le distanze), almeno perché ha due forti elementi di verticismo: l’azienda che comanda (la Casaleggio) e il leader che ne determina il successo iniziale (Grillo).
Sostiene Enrico Rossi che l’insegnamento di Podemos (anche al Pd) è che bisogna stare «alla larga dalle grandi intese e dal partito della nazione, e invece guardare di più a sinistra, ai ceti deboli della società». Ma cosa vuol dire «guardare più a sinistra?». Podemos non partirebbe mai da cotesta genericità, intanto perché ha una notevole componente anche interclassista, pur declinandola a sinistra, e poi perché nasce in maniera concreta, dalle pratiche, non da un proclama. È il quarto elemento: la pratica principale originaria è stata il movimento di lotta per la difesa della casa dalle banche. Podemos nasce dai movimenti che proteggono gli affittuari (ma anche i proprietari di case) non più in grado di pagare affitti o mutui bancari. In questo senso è una prassi, quasi ignota oggi alla sinistra italiana, che è, e resta, un’operazione per lo più politicista, o una fuoruscita dal Pd. Con eccezioni, per esempio la Fiom. Maurizio Landini ha scritto la prefazione italiana al libro di Iglesias, e è ormai convinto che «bisogna andare oltre molti schemi tradizionali, cosa che Podemos fa. Iglesias si dice socialdemocratico, il problema è che ormai in Europa appare estremista anche essere socialdemocratici». In più, per Landini, «in Italia c’è il problema che una fetta di campo è ormai occupata dal M5S, che prima non c’era; e dobbiamo trovare il modo di farci i conti». 

lunedì 21 dicembre 2015

Fedra, l'amore per Ippolito

Jean Racine
Phèdre I, 3 (1677)
Sarah Bernhardt nel ruolo di Fedra (1874)

      
Mon mal vient de plus loin. À peine au fils d'Égée,
Sous les lois de l'Hymen je m'étais engagée,
Mon repos, mon bonheur semblait être affermi,
Athènes me montra mon superbe Ennemi.
Je le vis, je rougis, je pâlis à sa vue.
Un trouble s'éleva dans mon âme éperdue.
Mes yeux ne voyaient plus, je ne pouvais parler,
Je sentis tout mon corps, et transir et brûler.
Je reconnus Vénus et ses feux redoutables,
D'un sang qu'elle poursuit tourments inévitables.
Par des vœux assidus je crus les détourner,
Je lui bâtis un Temple, et pris soin de l'orner.
De victimes moi-même à toute heure entourée,
Je cherchais dans leurs flancs ma raison égarée.
D'un incurable amour remèdes impuissants !
En vain sur les Autels ma main brûlait l'encens,
Quand ma bouche implorait le nom de la Déesse,
J'adorais Hippolyte, et le voyant sans cesse,
Même au pied des Autels que je faisais fumer,
J'offrais tout à ce Dieu, que je n'osais nommer.
Je l'évitais partout. Ô comble de misère !
Mes yeux le retrouvaient dans les traits de son Père.
Contre moi-même enfin j'osai me révolter.
J'excitai mon courage à le persécuter.
Pour bannir l'Ennemi dont j'étais idolâtre,
J'affectai les chagrins d'une injuste marâtre.
Je pressai son exil, et mes cris éternels
L'arrachèrent du sein, et des bras paternels.
Je respirais, Œnone. Et depuis son absence
Mes jours moins agités coulaient dans l'innocence.
Soumise à mon Époux, et cachant mes ennuis,
De son fatal hymen je cultivais les fruits.
Vaines précautions ! Cruelle destinée !
Par mon époux lui-même à Trézène amenée
J'ai revu l'Ennemi que j'avais éloigné.
Ma blessure trop vive aussitôt a saigné.
Ce n'est plus une ardeur dans mes veines cachée,
C'est Vénus toute entière à sa proie attachée.
J'ai conçu pour mon crime une juste terreur.
J'ai pris la vie en haine, et ma flamme en horreur.
Je voulais en mourant prendre soin de ma gloire,
Et dérober au jour une flamme si noire.
Je n'ai pu soutenir tes larmes, tes combats.
Je t'ai tout avoué, je ne m'en repens pas,
Pourvu que de ma mort respectant les approches
Tu ne m'affliges plus par d'injustes reproches,
Et que tes vains secours cessent de rappeler
Un reste de chaleur, tout prêt à s'exhaler.

°°°
            Ancor più remoto è il mio male. Appena al figlio di Egeo
            avevo donato la fede sotto la legge di imene:
            la mia pace sembrava ormai felice e sicura,
            ed ecco Atene mostrarmi il mio superbo nemico.
            Lo vidi, mi feci di fiamma, fui tutta pallore al vederlo,
            tutto insania divenne l’animo mio smarrito:
            mi cadde un velo sugli occhi, non potevo parlare,
            sentivo il mio corpo a un tempo rabbrividire e bruciare:
            era Venere quella, coi suoi terribili fuochi,
            inevitabile pena di un sangue su cui si accanisce.
            Cercai di stornarli da me porgendo voti su voti,
            eressi un tempio alla dea, e con zelo l’ornai;
            e circondata io stessa di vittime, in ogni momento,
            cercavo nel loro fianco la mia ragione smarrita.
            Tutti vani rimedi di una passione incurabile!
            Invano sugli altari facevo bruciare gli incensi:
            quando il mio labbro implorando chiamava per nome la dea,
            Ippolito solo adoravo; sempre mi era dinanzi,
            e, pur prostrata al piede degli altari fumanti,
            tutto offrivo a quel dio che non osavo nomare,
            cercavo ognora evitarlo. Oh, miserabile sorte!
            Trovavo ancora il suo volto nei lineamenti del padre.
            Contro me stessa, infine, osai esser ribelle:
            volsi a perseguitarlo tutto il mio coraggio.
            Per bandire il nemico che ormai idolatravo,
            volli ostentare i rancori di un’ingiusta matrigna;
            volli a ogni costo il suo esilio, ed i miei eterni lamenti
            lo strapparono al seno e alle braccia del padre.
            Potevo ormai respirare, Enone. Lungi da lui,
            trassi nell’innocenza giorni meno agitati.
            Sommessa al mio sposo, e celando il mio segreto tormento,
            in me maturavo il frutto di quelle nozze fatali.
            Tutte inutili astuzie contro il destino crudele!
            Dallo stesso mio sposo ero condotta a Trezene,
            e là rivedevo il nemico che avevo distolto da me.
            La mia ferita, ancor troppo viva, versò nuovo sangue;
            ormai non è più un ardore celato nelle mie vene:
            Venere tutta intera si attacca alla sua preda!
            Allora il mio delitto mi colmò di spavento;
            presi in odio la vita, ebbi in orrore il mio fuoco.
            Volevo almeno, morendo, serbare alto il mio nome,
            celare alla luce del giorno questa mia nera fiamma:
            non ho saputo respingere le tue preghiere e il tuo pianto,
            ti ho confessato tutto; ed ora non me ne pento,
            solo che tu rispetti la morte che a me si avvicina,
            e, senza più turbarmi con questi ingiusti rimproveri,
            rinunzi a tentare, con vani soccorsi, di dar nuovo ardore
            a un pallido fuoco già presso a dare l’ultimo guizzo.

traduzione di Ugo Dettore 

... Racine ha inscritto in Fedra la capitolazione di un essere di fronte ai desideri proibiti dalla sua coscienza con una profondità rimasta ineguale, che fa sì che anche lo spettatore al quale è devoluto l’orrore per il vizio qui dipinto con «colori che ne fanno conoscere e odiare la difformità» non ceda infine alla partecipazione con il carattere di Fedra le cui qualità sono tali da «eccitare compassione e terrore». (Letteratura europea Utet)

venerdì 18 dicembre 2015

Il destino di Lorenzo Perrone



Carissima signorina Bianca, o visto ieri primo sta bene, lavora e forse le scriverà è un po’ dimagrito e attende di rivederla o almeno le tue notizie. Qui ce niente di nuvo molti ringraziamenti da parte sua e tanti saluti. Lo Pe ce sono il suo amico Perrone Lorenzo spero di ricevere un suo scritto addio
  Perrone Lorenzo (lettera del 26 giugno 1944 a Bianca Guidetti Serra)

Simone Lorenzati
Una storia poco conosciuta

 Esiste una storia che non si trova sui libri scolastici. O, quando la si trova, è circoscritta in parentesi più o meno lunghe. Tuttavia è spesso la storia di personaggi apparentemente minori a far sì che quella da manuale possa procedere. Ne è un esempio Lorenzo Perrone, un nome che ai più dirà davvero poco. Muratore fossanese, nato nel comune cuneese nel 1904 e deceduto nello stesso nel 1952. Potrebbe essere la storia di un qualunque anonimo lavoratore edile. Tuttavia la vita porta Perrone ad incrociare sul suo cammino Primo Levi, chimico ebreo e futuro scrittore, deportato ad Auschwitz all’inizio del 1944. Un giorno di quell'estate lo stesso Levi sta lavorando duramente per costruire un muro, quando sente parlare qualcuno in dialetto piemontese. Scopre che si tratta di lavoratori civili italiani mandati a Monowitz dalla ditta Boetti per realizzare lavori di muratura che allarghino l'orrore. Levi riesce ad avvicinare uno di loro, proprio Lorenzo Perrone, e a metterlo al corrente della terribile condizione dei deportati. Da quel momento, e per ben sei mesi, il muratore ruberà del cibo dalla cucina per sfamarlo, gli procurerà una maglia per riscaldarsi e terrà la corrispondenza con la sua famiglia. Tutto questo senza chiedere nulla in cambio, per puro altruismo, anzi rischiando di pagarne terribili conseguenze in prima persona. Tramite Perrone, addirittura, la madre Anna Maria e la sorella Ester, che vivono nascoste, riescono a recapitare a Primo Levi dall’Italia un pacco contenente cioccolato, biscotti, latte in polvere e abiti. 
Questo l'omaggio a Lorenzo Perrone ne I sommersi e i salvati
“Per quanto di senso può avere il voler precisare le cause per cui proprio la mia vita, fra migliaia di altre equivalenti, ha potuto reggere alla prova, io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura (…) per cui tuttavia metteva conto di conservarsi (…). La sua umanità era pura e incontaminata (…). Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo”. 
Dopo la fine della guerra, tornato a Torino, Primo Levi prenderà contatto con Perrone andandolo a trovare a Fossano. In seguito provvederà al suo ricovero per curare la tubercolosi che gli sarà fatale e darà il nome Renzo e Lisa Lorenza ai propri figli in suo onore. Lorenzo Perrone il 7 giugno 1988 fu inserito tra i Giusti fra le nazioni (dossier 3712), presso il museo Yad Washem di Gerusalemme.

°°°
Nicola Caracciolo
Gli ebrei e l'Italia durante la guerra 1940-1945
Bonacci Editore, Roma 1986 


N.C.
E lei è stato salvato da un italiano a Auschwitz: ce lo può raccontare?

P.L.
Se sono vivo è per molti motivi, ma il principale è questo, che lavoravo appunto in una fabbrica di prodotti chimici e ho lavorato quasi per un anno e dieci mesi come manovale. Ora per mia fortuna mi hanno mandato un certo giorno d'estate, era nel giugno del '44, a fare il manovale a una squadra di muratori, a tirare su un muro. Ora non era tanto facile fare il manovale, perché bisognava portare su il bugliolo con la calce che è molto pesante, bisognava portarlo su una spalla, e io ho fatto un disastro, cioè ho sparpagliato tutta la calce il primo viaggio che facevo, è il muro era già alto e dovevo portarlo su per la scala, e mi sono accorto con sorpresa e con felicità che i due in cima parlavano italiano fra loro, e si son detti una frase, anzi uno parlava con l'accento piemontese, ha detto a l'altro “Ah's capis, cun gent' parei” -eh, si capisce, con gente come questa cosa vuoi che facciano. E allora gli ho detto “ma tu sei italiano”... e lui m'ha detto “s'capis” “si capisce” era di Fossano.
Bene, quest'uomo che era un uomo molto strano e parlava pochissimo, sembrava muto addirittura, mi ha adottato. Non mi ha detto niente o quasi niente, ma da quel giorno fino a quando ha potuto mi ha portato ogni giorno una gavetta di zuppa, ed era una zuppa strana dentro la quale ho trovato un po', di tutto: una volta un'ala di passerotto con tutte le penne, un'altra volta ho trovato un ritaglio della Stampa cotto, e un'altra volta ancora dei noccioli di prugne.
Insomma evidentemente, l'ho saputo poi dopo, lui faceva una specie di colletta nel suo campo tra gli italiani e raccoglieva tutti gli avanzi e me li portava - si rendeva conto benissimo che era meglio che niente - e questo per me ha fatto da complemento per le calorie che mancavano, perché il vitto del campo era insufficiente non è che fosse nullo, erano circa 1500-1600 calorie che notoriamente non bastano.
Per un uomo che fa un lavoro pesante ce ne vogliono almeno 2400-2600. E lui mi ha portato questa gavetta con suo rischio perché lui sapeva benissimo che rischiava, che era proibito avere contatti extra-lavoro con noi. Ma lui se ne infischiava. Alzava le spalle e dice: “cosa me ne frega”. Io glielo dicevo: “guarda che è pericoloso, ti metto nei guai”. Avevamo combinato che invece di darmi in mano la gavetta la nascondeva in un certo posto e io l'andavo poi a prelevare: c'era una certa precauzione da parte sua.

N.C.
Lei l'ha rivisto poi dopo la guerra?

P.L.
Dopo la guerra l'ho rivisto: lui era arrivato in Italia molto prima di me. Io appena tornato l'ho cercato, l'ho trovato, ho cercato di aiutarlo, gli ho fatto avere quattrini, abiti, ho cercato di sdebitarmi, ma l'ho trovato ridotto malissimo, lui era stato talmente traumatizzato dalle cose che aveva visto là ad Auschwitz, che si era messo a bere. Era un uomo estremamente sensibile anche se non parlava quasi mai, e le cose che aveva visto ad Auschwitz, a Suiss come diceva lui, lo avevano colpito, l'avevano, come dire, ferito profondamente e non voleva più vivere, diceva “in un mondo come questo non val la pena di vivere”. E lui che era muratore, che era un bravo muratore, aveva smesso di fare il muratore, faceva il ferrivecchi, comprava e vendeva ferro, e tutti i quattrini che guadagnava se li beveva: e io che andavo a trovarlo ogni tanto a Fossano gli ho detto “ma perché vivi in questo modo?”, e lui molto freddamente mi diceva... “non val la pena di vivere, io bevo perché preferisco stare ubriaco che sobrio”. Tanto che dormiva, s'ubriacava e dormiva all'aperto - s'è preso una polmonite - io l'ho fatto ricoverare a Savigliano all'ospedale, ma non gli davano il vino, e lui è scappato, e l'han poi trovato moribondo in un canale, dove dormiva ubriaco. Insomma lui che non era un reduce da Auschwitz è morto della malattia dei reduci.