giovedì 3 settembre 2026

Fenomenologia della classe disagiata

Tiziano Scarpa
L'Italia è disillusa dal presente. Quella nostalgia dell'insopportabile

Domani, 3 settembre 2026

La sera di una festa di compleanno, dopo una lite in casa, il settantenne Argo se ne è andato e non si sa che fine abbia fatto. È vivo, è morto? A cercare di scoprirlo è sua figlia Bianca, protagonista e narratrice di questa storia. Da Firenze torna nel suo paese sotto le Alpi Apuane, dal nome (fittizio) di Greto, e per tutto il romanzo rimbalza da una casa all’altra, dalla caserma dei carabinieri al bar, come una pallina da flipper: la similitudine è vintage ma appropriata, Bianca si ritrova in un ambiente vetusto che credeva non le appartenesse più.

Nel suo nuovo romanzo, Brillare (Mondadori, 322 pagine, 20 euro) Silvia Dai Pra’ scolpisce bene i ritratti di una dozzina di personaggi: Viola, Orlando, Brandon, Carletto, Luigi, Camillo, Katiuscia, Melissa, Christian… Ma è soprattutto il caratterino di Bianca che impariamo ad amare, anche per le sue asperità: a ventinove anni, ha un’indole fumantina, è volitiva, detiene la soggettività del proprio piacere, anche se a volte è l’alcol che la aiuta a fare le cose che non sempre sa di volere; è orgogliosa ma è pronta a riconoscere le proprie contraddizioni, o ad ascoltarle quando gli altri gliele rinfacciano, non foss’altro perché ce le racconta senza reticenze.

La classe disagiata

Questa giovane donna appartiene alla progenie di trentenni e quarantenni della “classe disagiata” che è stata teorizzata da Raffaele Alberto Ventura: ambiziosi frustrati dalla scarsità di trippa per gatti laureati, conquistatori della propria infelicità professionale, inseguono impossibili carriere accademiche, pubblicitarie, artistiche (tra i romanzieri che li hanno rappresentati, mi vengono in mente Lavinia Mannelli, Vincenzo Latronico, Dario Ferrari…).

Bianca studia letteratura a Firenze, e il docente quarantenne che segue la sua tesi di dottorato su Amelia Rosselli la supporta solo finché dura la loro relazione sentimentale. È una sottomissione alle gerarchie di potere, ma in versione contemporanea, dunque complessa, sfaccettata, con tutte le ambiguità e le commistioni di oggi: fra i due amanti vigono, simultaneamente, attrazione, convenienza, ricatto, pigrizia. Silvia Dai Pra’ insomma non cede alla tentazione di “vincere facile” raccontando l’ennesima vittima femminile di una sopraffazione a senso unico.

Dove sta la vita vera

Il romanzo taglia via la routine fiorentina di Bianca, racconta solo i periodi in cui lei torna a Greto a indagare sul padre scomparso. Subendo la claustrofobia del suo paese, Bianca è insofferente, fa di tutto per non riconoscersi nella sua stirpe, si incazza spesso, passa le giornate a impartire cazziatoni e riceverli: d’altronde, secondo lei, il modo normale di dialogare delle genti apuane è il litigio.

Bianca riesce a trasmetterci questa ambivalenza, l’attrazione-repulsione per il proprio paese d’origine, che a poco a poco rischia di inghiottirla. Ondeggiamo anche noi fra l’idillio regressivo e lo sgomento che il borgo natìo ci infonde. Mentre leggiamo, sentiamo risuonare come due vocine: «Forse qui la vita è più autentica: pensaci, Bianca! L’urbanesimo è un miraggio tossico! La modernità è un’impostura! Che t’importa di Firenze? Fermati qui...» «Neanche per idea! Non affezionarti, per carità, non farti fregare, fuggi via, che cosa ti ha preso, torna subito in città!...» A pensarci bene, non è forse questo lo stato d’animo dell’Italia di oggi, divisa fra disillusione per un presente fallimentare e nostalgia per un’identità tradizionale ormai impraticabile?

Una disperata vitalità 

E così, a Bianca tocca rifrequentare i parenti e i vecchi amici dell’adolescenza, a volte andandoci a letto; viene a patti con le verità sulla madre morta; detesta e compatisce le strategie di sopravvivenza di questa piccola comunità di provincia che si adatta, si accontenta, si arrangia, accenna qualche torpida reazione sognando in piccolo, non sempre in maniera lecita e legale: un vecchio negozio di alimentari da riaprire, gli orti di marijuana da occultare, le gravi accuse reciproche su chi siano i responsabili della scomparsa di Argo, i rapporti sessuali un po’ casuali un po’ no, il carabiniere guardone più che investigatore, le cave di marmo, la lotta inane contro le multinazionali, l’impotenza ecologica, il trauma mai superato di una strage nazifascista, la memoria della rivoluzione sognata o soltanto letta nei libri di storia, il bar che offre consolazione alcolica.

Giacomo Giossi
Il Tascabile, 5 giugno 2026

Gli anni Venti del Ventunesimo secolo sembrano vivere un lungo e a tratti stanco post Novecento, là dove la letteratura contemporanea italiana tenta più che di rinnovare il proprio linguaggio, di inseguire stilemi passati recuperandone, e a volte con più o meno fortuna reinterpretandone le forme. All’interno di questa dinamica diviene fondamentale il ruolo che la letteratura ha assunto negli ultimi anni, da un lato meno centrale, ma non per questo più periferico nel momento in cui le forme di narrazione si moltiplicano dando luogo a una frantumazione del discorso che si declina a tratti in maniera specialistica, ma spesso anche in maniera superficiale non riuscendo più a indagare nel profondo il carattere dell’umano e del suo tempo. Nell’ambito di quella che può essere dichiaratamente definita come una crisi ha un ruolo sicuramente il ritorno al genere che ormai accompagna da decenni il nuovo secolo, quindi tutto il filone della letteratura gialla e noir e poi i romanzi storici che però non sempre mantengono la promessa di una visione critica e postmoderna, ma il più delle volte si risolvono all’interno di un romanticismo un po’ posticcio e un po’ troppo didascalico, per quanto efficace sui banchi delle librerie.

Si stacca da questa tendenza una letteratura di recupero che ricerca nel Novecento le radici di un discorso e le reinterpreta in chiave contemporanea, una letteratura che non nega le origini storiche e culturali e prova a ridefinirle con uno sguardo dell’oggi. A questo ipotetico filone partecipano autrici come Rosella Postorino, Raffaella Romagnolo, Marta Barone e Nadia Terranova e non è da meno Silvia Dai Pra’, che con Brillare (2026) offre ora uno dei più interessanti esempi di una narrativa italiana capace di recuperare la storia del Novecento per portarne i segni, le ferite e le tracce nei nostri giorni. Si deve infatti a libri come Brillare la capacità di offrire non una banale e fittizia soluzione, ma uno sguardo ampio e inclusivo di fronte a fatti che fanno parte della storia più drammatica dell’Italia, come le terribili pagine del nazifascismo, che molte volte non hanno trovato una verità storica e giuridica a causa di una connivenza che ha preferito alla giustizia un paludoso e ambiguo quieto vivere.

Brillare offre ora uno dei più interessanti esempi di una narrativa italiana capace di recuperare la storia del Novecento per portarne i segni, le ferite e le tracce nei nostri giorni.

Brillare parte da una storia partigiana, quella di una militanza comunista nella Resistenza, quella di un padre che scompare nel nulla e di una mattanza nazifascista che ha lasciato sul campo settantasette morti nel paese (tutto letterario) di Greto, un piccolo centro splendidamente isolato sulla Alpi Apuane: “Da noi nessuno veniva a spaccare le lapidi o a disegnarci sopra le svastiche, come succedeva da altre parti: e vorrei pure vedere, dicevano gli uomini, e si ficcavano le mani in tasca, ma si intuiva che muovevano le dita come se le stringessero attorno a un collo”.

La protagonista, Bianca, figlia di Argo, si ritrova nuovamente al paese dove è nata, ma da dove è scappata, fuggita in cerca di fortuna, di una carriera, di una professione che la potesse portare lontano, là dove i desideri di una Repubblica liberata sembravano dover portare i figli di quella che è stata la Resistenza. Le cose non sono andate come si credeva e come si voleva, il precariato e una nuova povertà diffusa ‒ seppur mascherata da molta tecnologia ‒ si è piano piano rivelata nelle poche occasioni disponibili e nei troppi disservizi di uno Stato sempre più fragile e mal funzionante.

Bianca ritorna a Greto costretta dalle poche opportunità che la vita le ha concesso e dagli errori che non riesce mai per davvero a perdonarsi: torna a casa ‒ là dove non avrebbe mai voluto essere ‒ da sconfitta e da fallita.

Bianca torna però anche da e per Viola, la sorella che dopo la morte della madre ha deciso di autosegregarsi in casa, annullando ogni possibilità di vita e di felicità. Bianca ripensa alle sue scelte, a una relazione ora in parte abbandonata e lasciata appesa a un filo come panni ad asciugare. Lui è rimasto a Firenze come la possibile carriera accademica di Bianca, ovviamente sempre precaria. I ricordi le si sovrappongono, c’è la sua infanzia e c’è la mitologia, quella di Argo, ma nel mezzo ecco il regno della madre ovvero quello della cura che ora sembra mancare a lei come a sua sorella, al paese di Greto come a tutta l’Italia.

Brillare è un romanzo che ha nel suo cuore la necessità di ritrovare il tempo della cura e di metterla in pratica come forma contemporanea di lotta con cui arginare la violenza di un capitalismo sempre più preoccupato delle cose e mai delle persone.

Brillare è infatti un romanzo che ha nel suo cuore la necessità di ritrovare il tempo della cura e di metterla in pratica in una quotidianità capace di abbattere ogni differenza sociale, ogni distanza tra la provincia e la città. La cura è la forma contemporanea di lotta con cui arginare la violenza di un capitalismo sempre più preoccupato delle cose e mai delle persone. Greto ovviamente rivela tutti i ganci e i grovigli di una provincia faticosissima, fatta di rimpianti, occasioni mancate e di una povertà sentimentale quanto economica, ma è proprio per quella sua posizione magica sulle Alpi fatte di roccia dura che Greto si offre come una base perfetta per ogni ripartenza.

Le donne, sul nostro monumento ai caduti, avevano sempre quella strana espressione vagamente fuori luogo, un’espressione tra l’orrore e l’orgasmo”: lo sguardo di Silvia Dai Pra’ è dissacrante, ma mai ingenuamente cinico, coglie l’ironia dei tempi e la loro tragedia perché ne è pienamente all’interno. L’autrice sviluppa così una comunità di personaggi che si moltiplicano pagina dopo pagina, un vero paese di caratteristi, ognuno con il suo ruolo, ognuno con una storia da raccontare. Romanzo intimo che si fa voce corale, Brillare coglie i tempi e la loro inevitabile fatica, lo fa con irriverenza e anche con la durezza di chi si sta giocando tutto della vita. Ecco allora i tipi strani, le madri accudenti e anche chi la strada l’ha persa per sempre e chi invece non si è mai curato di cercarne una diversa.

Bianca si ritrova immersa in quella che è stata la sua infanzia e che ora le mostra la faccia adulta di un tempo tanto tragico quanto comico. La narrazione intreccia gli anni universitari le scelte fatte ma ancora cariche di dubbi e le scorribande in paese. Due mondi che improvvisamente appaiono più affini di quanto potesse mai immaginare prima Bianca, come se l’assenza dalle cose, la scomparsa delle persone improvvisamente offrissero un panorama più chiaro e definito: “Ma ero così sicura di quello che facevo che non vedevo l’ora di saltare su un regionale perché mi riportasse verso Massa, di correre nel piazzale della stazione per infilarmi nella macchina di Orlano, di sentire il brivido che si prova accanto a un corpo che ci attrae, di rilassare i muscoli sul sedile del passeggero, come se solo lì potessi smettere di stare all’erta”.
L’autrice sviluppa una comunità di personaggi che si moltiplicano
pagina dopo pagina, un vero paese di caratteristi, ognuno con il su
ruolo, ognuno con una storia da raccontare. Romanzo intimo che si fa voce corale,
Brillare coglie i tempi e la loro inevitabile fatica.

La fuga non appare più come una sconfitta, ma come l’inseguimento della libertà e dei propri desideri. Ecco che improvvisamente quello che si voleva un tempo si rivela essere solo quello che volevano gli altri. Una cosa imposta da poca fantasia e da molte costrizioni e anche dalla paura di finire come molti a vivere da adolescenti consunti i propri trenta, quaranta e magari anche cinquanta anni e così fino alla morte. Brillare è il romanzo di un’esplosione, di un ritorno: non al paese, non alla provincia e alla sua vita démodé e non agli amori dell’infanzia, ma alla pratica della liberazione. Un ritorno a sé stessi e ai propri desideri che passa da quella lotta quotidiana che richiede non di superare gli altri, ma di prendersi sempre cura del prossimo.




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