giovedì 3 settembre 2026

La musica rimossa

Franco Cardini
Ignoranze suprematiste

Il Fatto quotidiano, 3 settembre 2026

In Italia c'è sempre clima preelettorale. Non si fa più politica, si fa solo propaganda in cerca di voti.

 Se una parte del nostro elet­to­rato, la più igno­rante e la meno cosciente di che cosa sia la poli­tica seria, si dà all’anti­sla­mi­smo più becero e impianta una ridi­cola cro­ciata con­tro la pro­spet­tiva di una moschea a Vene­zia, ecco i destrorsi più tri­na­ri­ciuti par­tire all’assalto. E così per tutto.

Nono­stante ciò, non c’è dub­bio che la difesa della cul­tura occi­den­tale sia un sacro­santo dovere di tutti i buoni cit­ta­dini. Tan­topiù poi allor­ché si tratta di pre­sen­tare in modo spe­ciale la cul­tura ita­liana come ferro di lan­cia del mondo che ci si pro­pone di difen­dere. E il nostro Mini­stero, anche di recente, ha deciso in modo par­ti­co­lare di sal­va­guar­dare il cor­retto inse­gna­mento nella nostra scuola della sto­ria occi­den­tale in genere, di quella ita­liana in par­ti­co­lare.

Cul­tura bistrat­tata Per secoli l’opera ita­liana è stato il rife­ri­mento euro­peo

Mi per­met­te­rei di asso­ciarmi a que­sta buona causa ricor­dando come, quando si parla di glo­rie ita­liane, ce n’è una alla quale non si allude quasi mai: e il cui inse­gna­mento anzi, è un po’ la Cene­ren­tola della nostra scuola.

Per­ché ver­go­gnarci, amici di destra, del fatto che il Bel Paese è stato in pas­sato primo nell’eser­ci­zio di un’atti­vità pri­ma­ria della nostra cul­tura, e lo ha fatto addi­rit­tura in senso impe­ria­li­stico? Eppure tutto ciò è avve­nuto in uno di quei momenti che a scuola è uno dei più dimen­ti­cati: fra metà Cin­que­cento e metà Set­te­cento, allor­ché – sosten­gono sprez­zanti molti cul­tori di sto­ria – l’ita­lia era immersa nella ver­go­gna, preda delle pre­pon­de­ranze stra­niere. Ecco un bel­lis­simo tema di riscossa!

Su ogni leggìo del mondo, da Tokyo a Bue­nos Aires, un musi­ci­sta legge le stesse parole: alle­gro, ada­gio, piano, cre­scendo. Sono ita­liane, e nes­suno le tra­duce. È un resi­duo tenace di un’epoca in cui l’ita­liano fu la lin­gua franca di un’arte intera: e quell’epoca è, non per caso, quella che l’ita­lia con­tem­po­ra­nea pre­fe­ri­sce igno­rare oppure ama calun­niare.

Nel rac­conto che il paese fa di sé, i secoli fra Cin­que e Set­te­cento sono un vuoto. C’è lo splen­dore dei Comuni e del Rina­sci­mento, poi il buio della “deca­denza” e della “domi­na­zione stra­niera”, infine la reden­zione risor­gi­men­tale. Chi riven­dica iden­tità ed eccel­lenze ita­liane si ferma prima e riparte dopo, per­ché in mezzo l’ita­lia non era uno Stato: era un mosaico di corti e pro­vince che face­vano capo a Madrid, a Vienna, a Parigi. Come van­tare un’ita­lia­nità di ciò che poli­ti­ca­mente appar­te­neva ad altri?

L’obie­zione ha un difetto: scam­bia la sovra­nità per l’iden­tità. E l’osses­sione iden­ti­ta­ria è essa stessa recente: le nazioni, come ha mostrato fra gli altri Eric Hob­sbawm, sono costru­zioni moderne, figlie dell’otto e Nove­cento, non essenze che attra­ver­sano i secoli. Pro­prio la musica mostra quanto sia fra­gile lo scam­bio, per­ché il periodo di mas­sima subor­di­na­zione poli­tica coin­cide con quello di mas­simo irrag­gia­mento cul­tu­rale – e i due feno­meni cor­rono sullo stesso canale.

L’opera nasce a Firenze tra la Dafne di Peri, verso il 1598, e l’orfeo di Mon­te­verdi, 1607. Nell’arco di un secolo e mezzo diventa lo spet­ta­colo euro­peo per eccel­lenza, e lo diventa in ita­liano. Ma la via lungo cui viag­gia è esat­ta­mente quella delle monar­chie che “occu­pa­vano” la peni­sola. Vienna è il grande mer­cato dell’opera ita­liana: Meta­sta­sio vi è poeta cesa­reo per mezzo secolo, Salieri vi lavora una vita intera. Cate­rina II chiama Pai­siello e Cima­rosa a Pie­tro­burgo. Le tre opere mag­giori di Mozart, fra il 1786 e il 1790, sono in ita­liano su libretti di Lorenzo Da Ponte, veneto, poeta di corte a Vienna. La sud­di­tanza e l’ege­mo­nia non sono in ten­sione: sono la stessa cosa vista da due lati. Gli ospe­dali di Vene­zia e i conservatòri di Napoli – nati come isti­tu­zioni cari­ta­te­voli – espor­ta­vano can­tanti e mae­stri in tutta Europa; Cre­mona con Amati, Stra­di­vari e Guar­neri, espor­tava gli stru­menti. La mappa del potere dice ser­vitù, quella del pre­sti­gio dice ege­mo­nia, e dise­gnano lo stesso spa­zio. Non è solo que­stione di musica. Negli stessi decenni la com­me­dia dell’arte con­qui­stava le corti d’europa con le sue maschere: Arlec­chino diven­tava Arle­quin, i comici ita­liani reci­ta­vano per i re di Fran­cia, e a Parigi Tibe­rio Fio­rilli – lo Sca­ra­mou­che – divi­deva il tea­tro con Molière. L’attore sud­dito sostan­ziava il tea­tro del Re Sole.

Per­ché allora dimen­ti­chiamo tutto que­sto? Per­ché la sto­rio­gra­fia nazio­nale dell’otto­cento aveva biso­gno di un rac­conto a lieto fine, in cui l’unità poli­tica fosse il tra­guardo e tutto il resto la lunga attesa. In quello schema, tre secoli senza Stato non pote­vano che essere deca­denza. E c’è un’iro­nia in fondo all’idea: “espres­sione geo­gra­fica”, la for­mula con cui si liquida l’ita­lia pre-uni­ta­ria, è di Met­ter­nich, dell’austriaco: cioè, della potenza che avrebbe can­cel­lato l’ita­lia­nità men­tre la sua corte, in musica, par­lava ita­liano.

Va evi­tato l’ana­cro­ni­smo oppo­sto, però: non si tratta di ritro­vare una nazione che non c’era. Il punto è più netto. L’iden­tità cul­tu­rale fun­zionò senza lo Stato, e per­fino attra­verso la sua assenza. Non aveva biso­gno di sovra­nità per irra­diarsi.

Se oggi tutto que­sto ci suona estra­neo, una ragione è in casa. La riforma Gen­tile del 1923 fissò una gerar­chia dei saperi in cui il pen­siero teo­rico stava in alto e le arti pra­ti­che in basso: la musica fu con­fi­nata nel con­ser­va­to­rio, come adde­stra­mento pro­fes­sio­nale, ed espulsa dalla for­ma­zione del cit­ta­dino. Sotto cor­reva una radice filo­so­fica più pro­fonda: l’este­tica di Croce, ege­mone per gene­ra­zioni, non sapeva dove col­lo­care la musica stru­men­tale, muta di con­cetti. Il paese che aveva dato al mondo l’opera si diede una cul­tura alta strut­tu­ral­mente sorda al pro­prio mas­simo pro­dotto.

Il vuoto lasciato da quella sor­dità andava pure riem­pito, e i can­di­dati non man­ca­vano; solo che si sono rive­lati, uno dopo l’altro, troppo mal­fermi. Una gene­rica iden­tità “occi­den­tale”, invo­cata di con­ti­nuo e mai cir­co­scritta, che nes­suno sa dire dove cominci e dove fini­sca. Un’anti­chità greco-romana più imma­gi­nata che per­ti­nente, esi­bita come bla­sone e in realtà poco fre­quen­tata, ridotta a qual­che parola d’ordine. E quando ogni rife­ri­mento più alto si allon­tana o si dis­solve – com­presi il foot­ball e il cicli­smo, le glo­rie del dopo­guerra – ecco l’ultima spiag­gia, la più con­creta di tutte: la cucina, l’unica iden­tità che si debba esal­tare, ser­vire e difen­dere piatto per piatto; e i nostri liceali che sognano un futuro glo­rioso da chef. Quando lo sto­rico Alberto Grandi, sul Finan­cial Times nel 2023, ha osser­vato che la car­bo­nara è ricetta recente, la rea­zione è stata furi­bonda come se fosse stato toc­cato un pila­stro dell’esser ita­liani.

Non è un rim­pro­vero alla cucina, che ha una sto­ria degna. È il segno di una mono­cul­tura dell’iden­tità, cre­sciuta là dove si è reso muto tutto il resto.

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