domenica 27 dicembre 2015

La ricerca del senso

Romano Màdera
La filosofia come stile di vita
Bruno Mondadori, Milano 2003
















La filosofia è sempre stata un modo di vivere, quel modo di vivere che riceveva la sua impronta dall'amore per la sapienza.
Eppure, se oggi chiedessimo alla maggior parte dei filosofi in che cosa consista il loro particolare stile di vita, ci accorgeremmo che esso tende a coincidere con quello dei professori: la filosofia, come modo di vivere, è diventata il modo di vivere dei professori che si occupano di filosofia. Se questa è la pratica filosofica essa si riduce all'esercizio dello studio, della scrittura e dell'insegnamento dei risultati di tale studio. Nella maggior parte dei casi non viene neppure percepito il problema della riducibilità, o dell'irriducibilità, della figura del filosofo a quella di un mestiere. Tuttavia, amare la sapienza non può essere un mestiere particolare: questa vocazione può toccare tutti, indipendentemente dal lavoro svolto e dal ruolo ricoperto nella società. Anche i personaggi dei libri di storia della filosofia sono stati insegnanti di filosofia solo in epoche determinate, soprattutto nella modernità, e pur sempre con vistose eccezioni. Questa semplice verità, provata da numerosissimi esempi, leggendari e biografici (da Talete a Socrate, Diogene, Epicuro, Marco Aurelio, Avicenna, Bruno, Spinoza, Kierkegaard, Marx, Wittgenstein), è stata oscurata per decenni dall'identificazione tra filosofia e insegnante di filosofia. Benché libera, la vocazione filosofica è stata, nella maggior parte dei casi, vincolata per secoli alle modalità previste dalle legislazioni degli stati per insegnare qualsiasi altra "materia scolastica".
Oggi l'insegnamento della filosofia nelle scuole è una possibilità occupazionale assai ridotta, e questa incertezza sugli "sbocchi professionali" può diventare un'occasione per riproporre una domanda cruciale per ogni epoca; quali possono essere le forme della filosofia in quanto pratica della filosofia? Una pratica unita a un discorso filosofico, ma non riducibile a esso?
Studiare, insegnare e scrivere devono certamente continuare a riguardare la filosofia come arte dell'inesauribile domandare ragione di ogni conoscenza in ogni campo della conoscenza. Amare la sapienza significa prima di tutto sentirsi spinti a oltrepassare ogni risposta che trova acquietamento in una sua bastante funzionalità. La sapienza chiede a volte l'inutile, il sapere per il sapere, per la bellezza e il tormento della sua stessa impresa. Ma la sapienza non è senza mondo: il suo desiderio nasce nelle passioni, nei comportamenti, nelle tecniche, nelle scienze e nelle arti del mondo. La storia della filosofia non può quindi autoriferirsi alla storia della sola filosofia senza esaurire l'humus dal quale nasce. Ogni volta essa riprende vigore dalle domande del mondo, dalle circostanze della storia di una particolare comunità umana, dalla vita quotidiana di singoli individui. Credo che nel nostro mondo la filosofia si debba rinnovare ma che, per rinnovarsi, debba uscire dalle limitazioni di una pratica solo professorale e reimmergersi nella sua più ampia vocazione di ricerca della via alla sapienza. Pretesa apparentemente risibile, sommersi come siamo da ingestibili quantità di informazioni e infinite offerte di formazione. Ancor peggio, pretesa anacronistica per rilevanti settori di specialisti che ritengono ormai proponibile solo una filosofia nei limiti della storia della filosofia, e assurda per una diversa e significativa parte della comunità filosofica, potremmo dire di derivazione quiniana, che assegna alla filosofia il compito di essere scienza fra le scienze, dedita ai problemi di tipo generalistico che attraversano diversi campi scientifici. Dunque la filosofia come viene concepita e proposta in questo scritto rappresenta un diverso modo di praticarla, che intende rinnovarla ritornando alla sua vocazione originaria, per aprire un sentiero di saggezza che accolga le domande di senso della nostra epoca.
Secondo questa scelta, praticare la filosofia significa mettersi alla scuola della domanda sul senso e del senso del tutto. Sentendo questa domanda come un intenso desiderio. Niente di meno, e niente di più lontano dalla mentalità maggioritaria di un'epoca prostrata dalle delusioni dei miti del moderno che, a loro volta, avevano relegato nei musei dello spirito i miti religiosi. Ma è esattamente la combinazione fra il debito con ciò che il tempo pare aver abbandonato e il profluvio di offerte per rimediare a un'angosciosa domanda di senso che chiede una svolta. Non possiamo sottrarci, anche se il compito appare disperato, perché la domanda di senso sembra, già nel suo porsi, sapersi destinata all'elusione: infinite e reciprocamente relativizzabili le risposte, e presumibilmente ininfluenti.