lunedì 21 dicembre 2015

Fedra, l'amore per Ippolito

Jean Racine
Phèdre I, 3 (1677)
Sarah Bernhardt nel ruolo di Fedra (1874)

      
Mon mal vient de plus loin. À peine au fils d'Égée,
Sous les lois de l'Hymen je m'étais engagée,
Mon repos, mon bonheur semblait être affermi,
Athènes me montra mon superbe Ennemi.
Je le vis, je rougis, je pâlis à sa vue.
Un trouble s'éleva dans mon âme éperdue.
Mes yeux ne voyaient plus, je ne pouvais parler,
Je sentis tout mon corps, et transir et brûler.
Je reconnus Vénus et ses feux redoutables,
D'un sang qu'elle poursuit tourments inévitables.
Par des vœux assidus je crus les détourner,
Je lui bâtis un Temple, et pris soin de l'orner.
De victimes moi-même à toute heure entourée,
Je cherchais dans leurs flancs ma raison égarée.
D'un incurable amour remèdes impuissants !
En vain sur les Autels ma main brûlait l'encens,
Quand ma bouche implorait le nom de la Déesse,
J'adorais Hippolyte, et le voyant sans cesse,
Même au pied des Autels que je faisais fumer,
J'offrais tout à ce Dieu, que je n'osais nommer.
Je l'évitais partout. Ô comble de misère !
Mes yeux le retrouvaient dans les traits de son Père.
Contre moi-même enfin j'osai me révolter.
J'excitai mon courage à le persécuter.
Pour bannir l'Ennemi dont j'étais idolâtre,
J'affectai les chagrins d'une injuste marâtre.
Je pressai son exil, et mes cris éternels
L'arrachèrent du sein, et des bras paternels.
Je respirais, Œnone. Et depuis son absence
Mes jours moins agités coulaient dans l'innocence.
Soumise à mon Époux, et cachant mes ennuis,
De son fatal hymen je cultivais les fruits.
Vaines précautions ! Cruelle destinée !
Par mon époux lui-même à Trézène amenée
J'ai revu l'Ennemi que j'avais éloigné.
Ma blessure trop vive aussitôt a saigné.
Ce n'est plus une ardeur dans mes veines cachée,
C'est Vénus toute entière à sa proie attachée.
J'ai conçu pour mon crime une juste terreur.
J'ai pris la vie en haine, et ma flamme en horreur.
Je voulais en mourant prendre soin de ma gloire,
Et dérober au jour une flamme si noire.
Je n'ai pu soutenir tes larmes, tes combats.
Je t'ai tout avoué, je ne m'en repens pas,
Pourvu que de ma mort respectant les approches
Tu ne m'affliges plus par d'injustes reproches,
Et que tes vains secours cessent de rappeler
Un reste de chaleur, tout prêt à s'exhaler.

°°°
            Ancor più remoto è il mio male. Appena al figlio di Egeo
            avevo donato la fede sotto la legge di imene:
            la mia pace sembrava ormai felice e sicura,
            ed ecco Atene mostrarmi il mio superbo nemico.
            Lo vidi, mi feci di fiamma, fui tutta pallore al vederlo,
            tutto insania divenne l’animo mio smarrito:
            mi cadde un velo sugli occhi, non potevo parlare,
            sentivo il mio corpo a un tempo rabbrividire e bruciare:
            era Venere quella, coi suoi terribili fuochi,
            inevitabile pena di un sangue su cui si accanisce.
            Cercai di stornarli da me porgendo voti su voti,
            eressi un tempio alla dea, e con zelo l’ornai;
            e circondata io stessa di vittime, in ogni momento,
            cercavo nel loro fianco la mia ragione smarrita.
            Tutti vani rimedi di una passione incurabile!
            Invano sugli altari facevo bruciare gli incensi:
            quando il mio labbro implorando chiamava per nome la dea,
            Ippolito solo adoravo; sempre mi era dinanzi,
            e, pur prostrata al piede degli altari fumanti,
            tutto offrivo a quel dio che non osavo nomare,
            cercavo ognora evitarlo. Oh, miserabile sorte!
            Trovavo ancora il suo volto nei lineamenti del padre.
            Contro me stessa, infine, osai esser ribelle:
            volsi a perseguitarlo tutto il mio coraggio.
            Per bandire il nemico che ormai idolatravo,
            volli ostentare i rancori di un’ingiusta matrigna;
            volli a ogni costo il suo esilio, ed i miei eterni lamenti
            lo strapparono al seno e alle braccia del padre.
            Potevo ormai respirare, Enone. Lungi da lui,
            trassi nell’innocenza giorni meno agitati.
            Sommessa al mio sposo, e celando il mio segreto tormento,
            in me maturavo il frutto di quelle nozze fatali.
            Tutte inutili astuzie contro il destino crudele!
            Dallo stesso mio sposo ero condotta a Trezene,
            e là rivedevo il nemico che avevo distolto da me.
            La mia ferita, ancor troppo viva, versò nuovo sangue;
            ormai non è più un ardore celato nelle mie vene:
            Venere tutta intera si attacca alla sua preda!
            Allora il mio delitto mi colmò di spavento;
            presi in odio la vita, ebbi in orrore il mio fuoco.
            Volevo almeno, morendo, serbare alto il mio nome,
            celare alla luce del giorno questa mia nera fiamma:
            non ho saputo respingere le tue preghiere e il tuo pianto,
            ti ho confessato tutto; ed ora non me ne pento,
            solo che tu rispetti la morte che a me si avvicina,
            e, senza più turbarmi con questi ingiusti rimproveri,
            rinunzi a tentare, con vani soccorsi, di dar nuovo ardore
            a un pallido fuoco già presso a dare l’ultimo guizzo.

traduzione di Ugo Dettore 

... Racine ha inscritto in Fedra la capitolazione di un essere di fronte ai desideri proibiti dalla sua coscienza con una profondità rimasta ineguale, che fa sì che anche lo spettatore al quale è devoluto l’orrore per il vizio qui dipinto con «colori che ne fanno conoscere e odiare la difformità» non ceda infine alla partecipazione con il carattere di Fedra le cui qualità sono tali da «eccitare compassione e terrore». (Letteratura europea Utet)