sabato 23 gennaio 2016

Roma senza futuro



Christian Raimo
Solo la cultura può salvare Roma dalla tristezza
Internazionale, 16 gennaio 2016


... il presente non è nemmeno il tempo più avvilente per questa città. A Roma manca totalmente l’idea di un futuro, di una vocazione. E non solo perché da sempre vive in modo retroflesso, schiacciata dai miti (dell’impero, del papato, della repubblica…), ma perché continua a sperare in rinascite legate a grandi eventi: non bastano le costruzioni dei Mondiali di Italia ‘90 e le chiese del giubileo del 2000 che cadono a pezzi, lo stadio del nuoto mai completato, la nuvola di Fuksas che è ancora un cantiere. Oggi una città che non sa come regolarsi con la cacca degli uccelli si candida alle Olimpiadi del 2024, con l’ambizione meschina di svilupparsi ancora sull’unico prodotto su cui ha investito dal dopoguerra in poi: il cemento.
Nel 1962 fu approvato un piano regolatore per una città che si immaginava avrebbe raggiunto nel corso di un paio di decenni i cinque milioni di abitanti. Oggi non sono nemmeno tre milioni, eppure si continuano a costruire quartieri che mangiano l’agro romano, espandendo la periferia in uno sprawl indefinito, creando dal nulla comuni grandi come città – vedi Guidonia con i suoi quasi 100mila abitanti, di cui quasi un terzo ogni giorno fa il pendolare con Roma – e finanziando economie passive come quelle dei palazzinari e degli affittacamere.
E se forse i candidati sindaci – per adesso Matteo Renzi e Matteo Orfini hanno fatto il nome di Roberto Giachetti, e Stefano Fassina si è autocandidato per Sinistra italiana – concorderebbero su questa diagnosi desolante, è proprio sulla prognosi che sembrano già annaspare. Perché occorre interrogarsi sul destino di questa città, non solo a partire dai suoi evidenti problemi anche di spicciola amministrazione.
Cosa è e come immaginiamo che sarà Roma tra vent’anni? Una specie di fondale per un turismo anagraficamente vecchio? La succursale della burocrazia nazionale per campare ancora di questo terziario arretrato e del suo sempre più misero indotto? Un’infinita periferia di centri commerciali?

Un’idea per Roma
 
Chi governerà questa città dovrà non solo conoscere in modo profondo una città sfiancata dallo sfruttamento millenario della sua eredità genetica, della bellezza storica e naturale, ma avere una visione di lungo raggio.
Per far diventare Roma una vera metropoli europea, come è riuscito a Berlino o a Barcellona, darle un ruolo centrale nel Mediterraneo, farne una città della conoscenza – dell’università, della ricerca, delle arti (come è per esempio nella splendida prospettiva di Walter Tocci) – non è sicuramente sufficiente un commissario prefettizio ma nemmeno un bravo amministratore: serve rivendicare l’indipendenza dalla tutela del Vaticano e dalla famelicità dei costruttori, ed è necessaria ancora di più un’intelligenza di quelli che sono i grandi processi sociali e un progetto ispiratamente pedagogico.
Questo è forse avvenuto in due brevi fasi nel novecento: nel 1907 con Ernesto Nathan e tra la fine degli anni settanta e gli inizi degli ottanta con Carlo Giulio Argan, Luigi Petroselli, Ugo Vetere (e i loro collaboratori: Renato Nicolini, Antonio Cederna, Ludovico Gatto). Altrimenti l’ennesima occasione andrà dolorosamente sprecata.