mercoledì 2 dicembre 2015

Dostoevskij e Tolstoj


Raffaele La Capria

Nabokov contro Dostoevskij
Il creatore di «Lolita» tenne negli atenei americani una serie di lezioni sulla letteratura russa analizzando i testi di sei colleghi
Il migliore è Tolstoj, mentre lo scrittore di «Delitto e castigo» è mediocre

Corriere della Sera, 2 dicembre 2015










... E arriviamo a Dostoevskij: «La mia posizione su Dostoevskij è curiosa e difficile», questo è l’inizio, e subito dopo, tanto per esser preciso, Nabokov osa scrivere: «Dal punto di vista dell’estro artistico Dostoevskij non è un grande scrittore, ma è piuttosto mediocre». Non è un po’ troppo definire Dostoevskij mediocre? Nabokov se lo può permettere? A lui sembra «incredibilmente banale» in Delitto e castigo la storia della prostituta virtuosa che redime Raskolnikov. Lo stesso Raskolnikov gli sembra l’autore di un delitto «stupido e inumano», commesso da un nevrotico dalle idee curiosamente fasciste che ha esposte in un articolo di giornale. Da queste idee è stato spinto a uccidere? Per quanto riguarda la sua redenzione, a Nabokov non piace «il vezzo di arrivare peccando a Gesù», e nemmeno la morbosità spirituale o «la gongolante pietà per la gente, per gli umiliati e offesi».
Insomma lui riconosce di non aver orecchio per la musica e similmente non aver orecchio per Dostoevskij, e non lo considera un grande scrittore nel senso in cui lo sono Puškin, Tolstoj e Cechov. Questo lo avevamo capito, si capisce meno il fatto che per Nabokov il miglior libro di Dostoevskij sia Il sosia, mentre L’idiota, I demoni, I fratelli Karamazov gli sembrano grandi libri «scritti in fretta e in una situazione di stress», pieni di difetti strutturali, i cui personaggi sono singolari e affascinanti fantocci immersi nel flusso del movimento delle idee dell’autore. E poi si sentono in questi romanzi le influenze della narrativa sentimentale e «gotico occidentale (Richardson, Rousseau, Sue, Dickens) associate a una religione della compassione che sconfina nel sentimentalismo melodrammatico». E ci fermiamo qui, convinti che l’aristocratico Nabokov e il povero Dostoevskij siano assolutamente inconciliabili.
È il conte Leone, Tolstoj, il più grande di tutti e il più amato, lo scrittore dall’arte potente e «furiosamente luminosa». Tra l’altro il mondo di Tolstoj era quello cui apparteneva la famiglia di Nabokov, un mondo scomparso, di cui, esule in America, egli sente ancora forte la nostalgia. Ed è Tolstoj che scrive «l’immenso Guerra e pace e l’immortale Anna Karenina» . L’asceta che era in lui desiderava seguire con lo stesso ardore con cui il libertino anch’esso in lui desiderava i piaceri urbani della carne. Nabokov si domanda: «Che importanza hanno le sue opinioni etiche di fronte a questo o quel brano immaginativo di uno qualsiasi dei suoi romanzi?». E tuttavia quando inizia a raccontare Anna Karenina, ci avverte che la sua trama è un «intreccio morale» dove le storie parallele di Anna e Vronskij e di Kitty e Levin si riferiscono la prima a un amore carnale, condannato perciò a finire tragicamente col suicidio di Anna, la seconda a un amore che si fonda su una concezione metafisica e non soltanto fisica, che corrisponde all’ideale religioso di Tolstoj. Un elemento importante della narrazione tolstojana è il tempo, perché la sua scrittura procede di pari passo con le nostre pulsazioni. C’è il tempo di Proust o il tempo di Joyce che procedono più lenti o più veloci del tempo del lettore; quello di Tolstoj è il tempo medio comune, quello che corrisponde al pendolo di ognuno, il tempo normale di ogni vita. Inoltre il flusso di coscienza o monologo interiore è un metodo espressivo inventato da Tolstoj molto tempo prima di Joyce, e di Anna Karenina seguiamo i pensieri, il flusso della sua coscienza attraverso il suo silenzioso monologo interiore. La prosa di Tolstoj non è semplice e diretta come può apparire per la sua somiglianza con la vita, è invece complessa e attentissima ai dettagli, ai gesti, alla presenza di un oggetto, è una prosa che cerca non la verità, ma la luce interiore della verità, e a Tolstoj «accadeva di trovarla in sé, nello splendore della propria immaginazione creativa». Anna Karenina non è Emma Bovary, una sognatrice di provincia, il bello di Anna è che lei dona a Vronskij l’intera vita, per amore lei sfida le convenzioni sociali e «sostiene l’urto della collera della società». Vronskij «è un uomo mondano», è diverso da lei anche se l’ama intensamente.
Tutto questo e altro ci dice Nabokov, facendo l’analisi di questo romanzo per far capire agli studenti americani la grandezza e l’unicità della narrativa tolstojana. Non si sofferma sugli altri romanzi di Tolstoj perché non previsti nel suo programma, fa però un’eccezione per La morte di Ivan Il’ic, che secondo Nabokov non è il racconto della sua morte, ma della sua vita rivisitata al momento della fine. La morte determina uno straordinario cambiamento del suo punto di vista: «E se la mia vita fosse stata tutta sbagliata?», si domanda Ivan Il’ic. Ed è questo il vero tema del racconto.