giovedì 1 ottobre 2015

Lukács e Solženicyn sullo stalinismo

Mario Baldino

Nel 1966 Lukács descrive le cause della crisi dell’Unione sovietica alla morte di Stalin in questo modo: «Per quanto il sistema di direzione di Stalin possa essere stato profondamente problematico dal punto di vista economico, pure esso è stato capace di costruire e mettere in funzione un’industria pesante orientata verso la guerra. Dopo la conclusione vittoriosa della guerra contro Hitler, questo sistema però è diventato sempre più incompatibile con il normale funzionamento della già sviluppata industria sovietica. Non era più possibile indirizzare, con i metodi degli anni trenta, la massa degli intellettuali e degli operai sovietici [...] verso la produzione pacifica, estesa e altamente qualificata [...]. Così ha avuto inizio la liquidazione dell’era staliniana».

La liquidazione dell’epoca staliniana — se pure questa espressione non debba essere rivista — avviene quindi per motivi economici, non per motivi etici.

Interessante è però confrontare questa serie di opinioni del Lukács con quelle espresse direttamente da Solženicyn nel 1975, cioè non appena ebbe la possibilità di esprimersi, un anno dopo la sua espulsione dall’Unione sovietica, dinanzi al mondo libero: a coloro i quali non si fanno convinti della reale minaccia rappresentata dal sistema sovietico per l’intera umanità io dico — così si esprime lo scrittore che Lukács aveva indicato come l’esempio più fulgido di letterato socialista — che «Sono stato nel ventre del drago, nel suo ventre rosso e ardente. Lui non mi ha digerito e mi ha rigettato ... E io sono venuto a testimoniarvi come si sta laggiù, nel ventre del drago». Il volume Discorsi americani raccoglie tre discorsi, due dei quali pronunciati su invito della federazione sindacale americana AFL-CIO, il terzo pronunciato davanti al Senato degli Stati Uniti.

Nella seconda conferenza, dedicata all’ideologia marxista, Solženicyn sostiene, a proposito dello “stalinismo”, quanto segue: «non c’è mai stato nessun stalinismo», lo stalinismo «è una invenzione di Krušcëv e del suo gruppo per attribuire a Stalin quelli che sono invece i caratteri fondamentali del comunismo, le sue colpe congenite. E sono perfettamente riusciti nel loro intento». Secondo Lukács con la rivoluzione d’ottobre sarebbero «nati i presupposti materiali del marxismo per la reale costruzione scientifica più volte sollecitata da Engels e poi anche da Lenin nei Quaderni filosofici. L’immensa colpa storica dello stalinismo sta nell’avere non solo lasciato inutilizzata questa costruzione scientifica, ma fatta retrocedere». In sostanza, la colpa storica dello stalinismo non starebbe nei 16.000.000 di morti di cui parla per esempio Foucault, ma nel fatto che Stalin «ostacolò proprio la tendenza che sarebbe stata capace di questa [scientifica] costruzione».

«In realtà — prosegue Solženicyn — aveva già fatto tutto Lenin, molto prima di Stalin. È stato lui a ingannare i contadini con la terra, è stato lui a ingannare gli operai con l’autogestione, è stato lui a fare dei sindacati uno strumento di repressione, è stato lui a creare la Cekà e i campi di concentramento ...». A Stalin, prosegue Solženicyn, «si può al massimo addebitare un eccesso di diffidenza [...]. L’unica colpa di Stalin fu nei confronti del proprio partito, fu di non fidarsi del suo stesso partito. Solo per questo motivo è stato inventato lo stalinismo». Ciò che a Solženicyn preme affermare è questo: «che in realtà Stalin non ha per niente deviato dalla linea del suo predecessore».



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