venerdì 23 ottobre 2015

Haaretz e Rusconi su Netanyahu

 
Netanyahu usa l'olocausto per fare propaganda
Haaretz, editoriale, 22 ottobre 2015

L’affermazione del primo ministro Benjamin Netanyahu, secondo cui è stato Haj Amin al Husseini, il gran muftì di Gerusalemme, ad aver ispirato a Hitler lo sterminio degli ebrei europei è completamente errata. Ci si aspetterebbero parole più caute da parte del figlio di un importante storico.
È vero che negli anni trenta del novecento i nazisti volevano espellere gli ebrei della Germania e, in seguito, quelli di Austria e Cecoslovacchia, ma all’epoca non c’erano contatti tra il muftì e l’elite ideologica nazista.
Il muftì era certamente un antisemita radicale, divenuto un entusiastico sostenitore del nazismo. Dopo aver abbandonato la terra di Israele per il Libano e quindi per l’Iraq, dove fu tra quanti incitavano ad attaccare gli ebrei, nel 1941 il muftì andò in Germania, passando dall’Italia. I nazisti lo usarono nella loro propaganda rivolta al Medio Oriente e per mettere in piedi una divisione musulmana delle Ss nei Balcani. Il muftì si adoperò anche per negare ai bambini ebrei i permessi ufficiali d’ingresso nella terra d’Israele dall’Ungheria, e sostenne pienamente l’uccisione degli ebrei. Ma non aveva alcuna influenza sulla politica tedesca.
Al Husseini incontrò Hitler una volta, il 28 novembre 1941, per una conversazione durante la quale non fece alcuna proposta concreta al Führer. Fu Hitler a parlare e a spiegargli la politica della Germania. Il muftì chiese cosa sarebbe successo agli ebrei di tutto il mondo dopo la vittoria della Germania, dicendo che credeva di aver capito che la Germania avrebbe abolito il focolare ebraico nella terra d’Israele. Hitler rispose che come prima cosa avrebbe chiesto a tutti gli stati europei, e in seguito a tutti gli stati del mondo, di comportarsi con gli ebrei nello stesso modo con cui li stavano trattando i tedeschi in Europa.
Ciò avvenne quando lo sterminio era già stato avviato. Cominciò infatti nel giugno del 1941, con l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica, sei mesi prima di quella conversazione. Hitler non aveva certo bisogno che un leader arabo (o di altra nazionalità) gli suggerisse la “soluzione finale”. L’uso che i politici israeliani fanno dell’olocausto per ragioni contingenti sminuisce le specifiche responsabilità di Hitler e del nazismo e denigra la memoria dell’olocausto. Sembra che quando il vero retroterra storico non è congeniale alle loro finalità politiche, preferiscano “inventare” fatti e collegamenti.
Non c’è dubbio che la memoria dei milioni di persone uccise è prima di tutto una questione ebraica. Ma sta diventando sempre di più un soggetto che ha un impatto su tutta l’umanità. Quello che stanno facendo questi politici è una sorta di negazione dell’olocausto, o meglio una negazione di come ha davvero avuto luogo l’olocausto. È un travisamento della storia.
La memoria, che costituisce un trauma ininterrotto per gli ebrei in Israele e altrove, e non solo per loro, viene svilita per servire una propaganda sbagliata, inappropriata e, peraltro, neanche particolarmente efficace. Non è questo il modo di ricordare l’olocausto.
(Traduzione di Federico Ferrone)


Gian Enrico Rusconi

Benjamin Netanyahu non è un negazionista, ma un politico che manipola la storia
La Stampa, 23 ottobre 2015 


La storia si manipola quando si strumentalizzano intenzionalmente momenti, aspetti, passaggi problematici della vicenda storica - a fini politici.
In questo caso, il premier israeliano ha attribuito al Gran Muftì di Gerusalemme Amin al Husseini la responsabilità d’aver convinto Hitler a sterminare gli ebrei anziché procedere al loro trasferimento fuori dalla Germania.
Netanyahu fa questa affermazione in un momento di estrema conflittualità tra ebrei e palestinesi, mettendo insieme tre elementi: l’esistenza negli ambienti nazisti di una alternativa allo sterminio; la presunta indecisione di Hitler su come intendere e attuare la «soluzione finale» e il filonazismo e l’antisemitismo radicale del Muftì.
[...]  Esisteva in effetti un’ipotesi alternativa allo sterminio con il trasferimento degli ebrei in Madagascar. Al ministero degli Esteri e anche in alcuni uffici d’emigrazione delle Ss si parlava di trasportare milioni di ebrei in quell’isola. Ma non c’era alcun progetto di fattibilità. Non si può escludere che fosse un’opera di disinformazione. Ma ottenne successo, dal momento che molti tedeschi ne erano convinti – anche quando vedevano intere famiglie ebree caricate sui vagoni ferroviari.
Ma è altrettanto certo che il colloquio tra il Muftì e Hitler cui si riferisce Netanyahu ha avuto luogo – 28 novembre 1941 – quando l’operazione che aveva di mira lo sterminio era già iniziata. Abbiamo testimonianze dirette di gerarchi e ufficiali in contatto con Hitler. Il 31 luglio 1941 Goering diede esplicitamente ordine al capo del Servizio di Sicurezza Reinhard Heydrich di «procedere alla soluzione finale del problema ebraico».
[...] Tornando all’incontro tra Hitler e il Muftì, questi (secondo Netanyahu ) avrebbe detto «Se cacciate via gli ebrei, verranno tutti in Palestina». «Allora che cosa devo fare di loro?» – avrebbe chiesto Hitler. «Bruciateli» – fu la risposta. Secondo il premier israeliano, il Muftì avrebbe anche accusato gli ebrei di voler distruggere la moschea sul Monte del Tempio.
Inutile dire come quest’ultima osservazione da parte del premier israeliano accentui ancora più esplicitamente il nesso che vuole proporre come autoevidente tra quegli eventi passati e il presente. Innescando un corto-circuito inaccettabile e pericoloso. La drammatica situazione di oggi in Israele richiede una intelligenza storica e politica ben più matura.