sabato 3 ottobre 2015

Primo Levi e la letteratura



Andrea Cortellessa 
Nel cuore di Primo Levi per sempre deportato
Fra il dovere della testimonianza dopo il lager e la vocazione precedente: quella di scrittore

La Stampa Tuttolibri, 3 ottobre 2015
a proposito di Marco Belpoliti, Di fronte e di profilo











... Levi era ben consapevole che Se questo è un uomo non è affatto un mero documento; anche noi lo capiamo meglio confrontandolo con le sue testimonianze vere e proprie (raccolte da Fabio Levi e Domenico Scarpa, all’inizio di quest’anno, in Così fu Auschwitz). In un suo capitolo-chiave, Belpoliti analizza un brano del Sistema periodico, Vanadio, confrontandolo con le vere lettere che nel 1967 Levi si scambiò col collega chimico della I.G. Farben, la casa produttrice del gas Zyklon B, incontrato ad Auschwitz (e che alla fine della contesa – come Franz Stangl dopo quella con Gitta Sereny, In quelle tenebre – di quella fatica muore).
Un concetto-chiave di quello che è insieme il testamento e il capolavoro di Levi, I sommersi e i salvati, è la «zona grigia»: che separa e insieme congiunge i carnefici e le vittime. Anche lui, in quanto «salvato», temeva di farne parte? In copertina al suo libro Belpoliti ha voluto uno degli inquietanti fotoritratti realizzati da Mario Monge l’anno prima del suicidio, nei quali Levi cela il proprio volto dietro maschere di animali da lui stesso realizzate con fili di rame, scarti di fabbrica che possono ricordare i fili spinati. I suoi testi fantastici, che imbarazzavano lui per primo (al punto che nel ’66 pubblica Storie naturali sotto pseudonimo), avevano a loro volta nel Lager la propria chiave segreta. Una chiave a stella, per dirla con un suo titolo: la stella di Davide cucita sulla giacca. Davvero come dice Belpoliti, e a dispetto delle apparenze, «nulla è semplice in un racconto di Levi».
Di sicuro la sua opera ci mostra una zona grigia, un’ambiguità che percorre ogni testo fondato sul «vero» (e l’ambiguità finì per riconoscerla come un valore, Levi). Il Centauro non fu considerato un «vero» scrittore, a pieno titolo, sino all’inizio degli anni Ottanta; oggi invece nessuno scrittore italiano, forse, è letto quanto lui nel mondo. Oggi, che la non-fiction è divenuta letterariamente egemone, capiamo che non fu un grande scrittore malgrado la sua testimonianza, ma per la sua testimonianza. E lui stesso capì che non era stato un testimone essenziale malgrado il suo talento di scrittore: proprio per quel talento, in effetti, noi oggi lo leggiamo – e gli crediamo – mentre tanti altri li abbiamo dimenticati. «La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace», aveva scritto. Lo stesso si può dire della letteratura. Fallace, senz’altro; e davvero meravigliosa.

https://palomarblog.wordpress.com/2015/09/17/primo-levi-autore-incompiuto/