giovedì 6 agosto 2015

Hiroshima, un sommesso ricordo

Giuseppe Ceretti 
Hiroshima, cronaca della moderna Apocalisse 
Il Sole 24ore, 7 febbraio 2008  
 



Non è solo il sonno della ragione che genera mostri, non è solo l'odio razziale che spinge l'umanità verso il baratro. C'è anche una cupa e agghiacciante razionalità che percorre le vie del Male e semina morte in nome di un Bene presunto. Tale fu l'olocausto nucleare scatenato il 6 agosto 1945 quando un bombardiere americano scaricò l'atomica su Hiroshima. Kenzaburo Oe, premio Nobel per la letteratura nel 1994, ripercorre il cammino della moderna apocalisse. Note su Hiroshima è un saggio che si presenta sotto la forma di un racconto rivolto a tutti noi, al mondo, che non solo ha dimenticato, ma che pensa all'incubo nucleare come a qualcosa scacciato per sempre dall'orizzonte dell'umanità. Oe si è recato più volte a Hiroshima tra il 1963 e il 1965. Gli appunti di viaggio ricavati sono stati poi pubblicati a puntate dalla rivista Sekai e raccolti ora in un volume.
Le cronache di quel tempo ci restituiscono intatta la memoria dei dimenticati, gli hibakusha. Chi sono costoro? Letteralmente "coloro che sono stati colpiti dal bombardamento". I giapponesi coniarono il neologismo preferendolo a sopravvissuti o superstiti, termini che potevano suonare offensivi nei confronti dei defunti. Perché l'autore si decise a radunare i suoi scritti? C'era una ragione evidente: farsi parte attiva nella lotta al riarmo nucleare e promuovere la realizzazione di un libro bianco sui danni della bomba atomica. Quel mobilissimo intento si è trasformato in uno straordinario percorso dentro l'uomo:
"A Hiroshima sono riuscito per la prima volta a impugnare una chiave che mi ha permesso di scrutare a fondo l'autenticità umana. E, sempre a Hiroshima, ho avuto modo di cogliere gli aspetti più imperdonabili della mistificazione di cui l'essere umano è capace".
C'è una specificità che fa dell'olocausto giapponese un unicum nella storia. Hiroshima evoca la catastrofe finale causata dalla mutazione delle cellule e dunque degli esseri umani in qualcosa di mostruoso; è l'avvisaglia della fine del mondo e dell'estinzione della razza umana in quanto tale. In un libro pubblicato nel 1950, e di fatto boicottato, sono raccolte le straordinarie testimonianze della condizione umana dopo il bombardamento. Il titolo è l'unione di due parole giapponesi, pika, ovvero il bagliore e don, ovvero il fragore. Oe trascrive da Pikadon la testimonianza di una giovane donna, una hibakusha.
"Il muro di cemento che si ergeva davanti ai miei occhi era pieno di grossi squarci. Mi ci avvicinai perché mi sembrava che alla sua base vi stessero accoccolate delle persone scure come ombre… Erano quasi completamente nude e se ne stavano immobili una accanto all'altra; avevano la faccia e il corpo tutti gonfi e dello stesso colore brunastro, come lo avessero fatto apposta per assomigliarsi. Tra queste persone ce n'era una che non ci vedeva più. E poi ne notai subito un'altra che teneva in grembo un bambino dalla schiena con la pelle che pendeva tutta staccata, simile a una nespola marcita e privata della buccia. D'istinto tolsi lo sguardo. Quelle persone non accennavano a muoversi e continuavano a restarsene in silenzio, quasi che esse fossero sospese fra la vita e la morte".
Sono proprio gli hibakusha, i dimenticati del 6 agosto 1945, i veri protagonisti. Kenzaburo Oe squarcia il velo su un'umanità dolente, stretta tra il diritto al silenzio e il bisogno di testimonianza: "Hiroshima è un unico, immenso sepolcro a ogni angolo di strada". Nella città martire l'autore incontra quanti, con il loro eroismo quotidiano, hanno permesso di costruire basi medico-scientifiche alla lotta contro un mostro che si era presentato quella mattina d'estate con la mortale perfidia di corpi intatti, ma giù svuotati dalle radiazioni.
Gli eroi di Kenzaburo Oe sono i medici come Shigeto Fumio, direttore dell'ospedale della Croce Rossa, anch'egli colpito dalle radiazioni, instancabile non solo nell'opera di soccorso, ma nella costruzione della memoria scientifica di questa moderna e sconosciuta peste: "Ci vollero sette anni di scrupolose ricerche solo per determinare le prime certezze statistiche riguardo al legame tra radiazioni e leucemia".
Gli eroi di Kenzaburo Oe sono le persone comuni, lavoratori e intellettuali, come il vecchio filosofo Maritaki che, morente, pronuncia parole di speranza, poi tradite, in una moratoria mai davvero realizzata. Il racconto riflette l'immagine di una città sconvolta nel normale ciclo della vita, ma proprio qui, confessa Oe "ho scoperto il significato pieno dei concetti di umiliazione, vergogna e dignità".
Tutti noi che siamo scampati solo per caso all'olocausto atomico, è l'invito dell'autore, impariamo a considerare Hiroshima come parte intrinseca del Giappone e del mondo intero, cioè di noi stessi: "L'immane potenza di quell'arma malefica è stata mitigata dagli sforzi di quanti non hanno mai smesso di lottare alla ricerca di una pur minima speranza in un mare di disperazione, intravedendo il bene al di là dei confini del male".
E quindi uscimmo a riveder le stelle. L'ultimo verso dell'Inferno della Divina Commedia chiude la prefazione dell'appassionato libro di Kenzaburo Oe. E' una nota di speranza dell'autore, nonostante ogni evidenza contraria, arricchita da un singolare quanto toccante elogio all'edizione italiana. "La pubblicazione di Note su Hiroshima in italiano, una lingua che sa esprimere la speranza dopo il dolore in un modo così incantevole, costituisce per me un motivo di straordinaria gioia".






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Kenzaburo Oe
Note su Hiroshima
Traduzione di Gianluca Coci
Editrice Alet
pagg. 224