mercoledì 5 agosto 2015

Cola di Rienzo


la statua ai piedi del Campidoglio 
 



Giuliano Procacci
Storia degli italiani 
Laterza, Bari 1998 (1968) 

Strana città la Roma del Medioevo! Il suo aspetto era quello di un grosso agglomerato tra urbano e campagnolo, ben lontano dalle dimensioni e dalla densità di insediamento umano delle grandi città dell’Italia settentrionale e centrale, per non parlare di quelle dell’antica metropoli imperiale che pur era stata, come attestavano le rovine di cui il suo modesto paesaggio era costellato. Dal punto di vista dell’organizzazione politica Roma aveva anch’essa i suoi organi e le sue magistrature di autogoverno cittadino,che si fregiavano anzi di nomi illustri; ma chi in essa effettivamente deteneva il potere erano le potenti casate e fazioni feudali, prima fra tutti quelle dei Colonna e degli Orsini che, con le loro masnade, spadroneggiavano nelle vie cittadine e in più di un’occasione costrinsero il papa ad abbandonare la città.

Eppure da questa città partivano le scomuniche e alla volta di essa calavano gli imperatori in cerca della corona. E vi erano giornate in cui i cittadini romani avevano la sensazione che la loro città fosse tornata ad essere veramente il centro del mondo: al giubileo del 1300, indetto da Bonifacio VIII, migliaia e migliaia di pellegrini vi si erano riversati, sino a gremire le sue strade al punto che sotto il peso della folla un ponte era crollato. Poi vi era stata la calata del Bavaro, con il suo pittoresco seguito e la inconsueta cerimonia in Campidoglio di cui abbiamo parlato. Si direbbe quasi che Roma medievale vivesse una doppia vita, quella umile e plebea di tutti i giorni e quella delle grandi occasioni e delle solennità.


Figlio di questa Roma e partecipe della sua doppia natura fu Cola di Rienzo, uno dei personaggi più singolari della storia italiana. Figlio di un oste e di una lavandai, allevato tra i contadini della Ciociaria, egli fu uomo di gusti plebei e istintivi e tale rimase anche al culmine della sua singolare carriera. Quando, giunto al termine della sua fortuna, fu impiccato per i piedi, tutti rimasero colpiti dalla sua smisurata grassezza. “Pareva uno smisurato bufalo ovvero vacca a macello” – scriveva un anonimo cronista romano.Gli è che il potere era stato per lui anche un mezzo per sanare la sua antic afame popolana: “prese colore e sangue – ci informa ancora l’anonimo romano – e meglio manicava e meglio dormiva”. Eppure quest'uomo nutriva un affetto genuino per la sua città ed era sinceramente e appassionatamente convinto che la sua missione fosse quella di restituirle quella dignità che essa aveva perduto. Da giovane egli si era nutrito di letture classiche e si era aggirato inquieto tra le vestigia dei monumenti romani invocando le ombre dei grandi del passato: "Dove sono questi buoni romani? Dove enne loro summa iustizia? ... poterame trovare in tiempo che questi fussi". 
Questa singolare mistura di estroversione e di allucinazione, questo suo sonnambulismo, questa sua dotta ignoranza che piacque tanto agli intellettuali, questa combinazione di ingenuità e di megalomania spiegano, assieme alla presa che continuava a esercitare sugli animi li mito di Roma, la sua straordinaria ed effimera avventura. 




 Còla di Rienzo. - Tribuno e riformatore di Roma (Roma 1313 - ivi 1354). Figlio di un Lorenzo taverniere, benché più tardi lasciasse credere d'essere figlio illegittimo dell'imperatore Arrigo VII, Nicola si diede agli studî e alla professione di notaio, ma insieme si interessava ai monumenti e alla storia dell'antica Roma. Alla fine del 1342, inviato ambasciatore ad Avignone per invitare il papa Clemente VI a far ritorno a Roma, ne ottenne il favore, se non il ritorno, e la carica di notaio della Camera Capitolina. Dopo il rientro a Roma nell'estate del 1344, resosi sempre più popolare e guadagnatosi anche il favore del vescovo di Orvieto, Raimondo, vicario papale in spiritualibus, fu eletto il 20 maggio 1347 tribuno e liberatore dello stato romano. Obbligò allora i potenti baroni a sottomettersi, e cercò di legare a sé i comuni e i signori italiani, specialmente quelli umbri e toscani. Con fastosa cerimonia il 1º ag. 1347 assunse i titoli di candidatus Spiritus Sancti miles, Nicolaus severus et clemens, liberator/">liberator urbis, zelator Italiae, amator orbis et tribunus augustus. Il fantastico suo reclamare per Roma la dignità di capitale del mondo, pur dichiarando di non voler attentare ai diritti della Chiesa, insospettì Clemente VI; l'ostilità del pontefice, la freddezza e la diffidenza di alcuni comuni italiani, la rivolta dei baroni, soprattutto colonnesi, scossero la posizione di C. che dovette fuggire. Rifugiatosi tra gli eremiti della Maiella, s'imbevve di profetismo escatologico, e con nuovi programmi imperiali si recò a Praga (luglio 1350), per esporli a Carlo IV. Arrestato come sospetto d'eresia dall'arcivescovo di quella città, fu tradotto ad Avignone, e quindi liberato per intercessione di Carlo IV, dell'arcivescovo stesso e del Petrarca, suo ammiratore (sett. 1353). Dal nuovo papa, Innocenzo VI, fu inviato allora in Italia, perché con la sua influenza appoggiasse il restauratore dello stato pontificio, Egidio Albornoz. Nominato senatore di Roma, entrò come trionfatore nella città il 1º agosto 1354. Ma errori da lui commessi, per un'esaltazione che parve follia, di nuovo gli alienarono la popolarità e cadde ucciso in un tumulto. La breve esperienza di C., per avere espresso suggestivamente il trapasso dai miti universalistici medievali di Impero e Chiesa verso ideali, più moderni, di un Impero che avesse nel populus romanus (inteso come nazione italiana) il suo centro, e di una Chiesa realizzatrice di valori più spirituali, è stata da taluni storici intesa più creatrice di storia di quanto in realtà non sia stata, anche per il fatto che si intrecciò con l'esperienza petrarchesca certo più determinante nella storia della cultura. (Treccani.it)

il busto al Pincio

Cola di Rienzo: mito e rivoluzione nei drammi di Engels, Gaillard, Mosen e Wagner: 1837-1846: con la ristampa del testo di Friedrich Engels 'Cola di Rienzi' (1841)

Battafarano, Italo Michele (2006) Cola di Rienzo: mito e rivoluzione nei drammi di Engels, Gaillard, Mosen e Wagner: 1837-1846: con la ristampa del testo di Friedrich Engels 'Cola di Rienzi' (1841). Labirinti. Testi e Ricerche di Germanistica = Texte und Forschungen zur Germanistik / a cura di = herausgegeben von Italo Michele Battafarano; 94.1 . Trento: Università degli Studi di Trento. Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Filologici. ISBN 978-88-8443-148-6
Abstract
Sollecitati dal romanzo Rienzi. The Last of the Roman Tribunes (1835) dell’inglese Edward George Bulwer-Lytton, quattro giovani autori tedeschi elaborano in forme teatrali la figura del tribuno Cola di Rienzo (1313-1354) e la sua rivoluzione a Roma durante l’assenza dei Papi, in cattività ad Avignone dal 1304 al 1377, men­tre la città è vittima della tirannia della nobiltà. Questi drammi – Cola Rienzi (1837) di Julius Mosen; Cola di Rienzi (1841) di Friedrich Engels; Rienzi, der Letzte der Tribunen (1842) di Richard Wagner; Cola Rienzi (1846) di Carl Gaillard – riportano all’attenzione la libertà e l’uguaglianza come ideali della rivoluzione, la legalità e la giustizia sociale come fondamenti del nuovo ordine sociale in una cornice costituzionale, il pericolo del ritorno della restaurazione e quello della trasformazione del tribuno in tiranno. Rivelando originalità nella costruzione drammatica, nell’elabo­razione della concettualità politica e nella scelta metaforica, questi quattro autori tedeschi scrivono un capitolo importante di storia civile europea, attraverso un esempio italiano. Essi contri­buiscono così in maniera decisiva alla creazione di una mitologia popolare ancora oggi molto produttiva: Cola di Rienzo, figura eroica della letteratura tedesca, è il visionario propugnatore di una nuova Roma repubblicana, fondata su libertà e giustizia, protagonista carisma­tico della Rivoluzione, vittima, infine, di meschine rivalità e del conflitto che si sviluppa tra affetti privati e interesse pubblico, dopo la conquista del potere. "Mi paiono notevoli gli spunti di riflessione che l’autore suggerisce sul rapporto tra storiografia e letteratura, ovvero tra la ricostruzione storica e l’elaborazione immaginifica di un accadimento o di un personaggio. […] Osserva giustamente Battafarano: “Se, pertanto, è senza dubbio vero che Engels, Wagner, Mosen e Gaillard con le loro opere drammatiche non offrono nulla che possa servire agli storici odierni del medioevo, è però altrettanto vero che essi dicono molto allo storico che si accinga a studiare la Germania dell’Ottocento” (p. 23), e chiude il capitolo con una notevole sentenza: “La letteratura è la rappresentazione della storia dell’umanità rivisitata continuamente nel mito” (p. 25). Il rapporto tra storia e letteratura si presenta dunque come uno dei temi profondi del libro." Tommaso di Carpegna Falconieri, "il 996: rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli".