giovedì 30 marzo 2023

In memoria di Giuseppe Lo Presti

 

 
 
Eugenio Colorni
 
Vi sono parole che abbiamo ritegno di adoperare a proposito di Giuseppe Lopresti, solo perché troppo usate nella pietosa retorica dei necrologi. Egli era veramente – e non solo oggi dopo il suo martirio – il migliore, il più serio, il più sensato, il più profondamente puro dei nostri giovani. Aveva 25 anni. Laureato in giurisprudenza, iscritto al secondo anno di filosofia, di una intelligenza aperta a ogni problema della cultura, con un appassionato interesse per i problemi religiosi, si può dire che tutte le vie gli erano aperte. Si era avvicinato a noi con estrema naturalezza, come a una compagnia a cui avesse da lungo tempo appartenuto. Non sentimmo in lui un’ombra di lontananza e di distacco, per il fatto che era cresciuto in clima fascista. In lui cominciammo ad apprezzare e ad amare questa meravigliosa nuova generazione che oggi combatte al nostro fianco, e che sembra passata come per incanto attraverso i venti anni di fascismo, senza insozzarsene; riportandone anzi un più profondo bisogno di vita intensamente e coscientemente vissuta. Beppe ci aveva avvicinato a questo mondo dei giovani cui siamo ormai così indissolubilmente legati; di questo mondo egli era, in qualche modo, il portavoce e il simbolo.
Nella nostra organizzazione militare si era immediatamente distinto come uno degli elementi più sicuri ed efficienti. Gli erano stati affidati incarichi di estrema fiducia. Benché giovane, benché da poco tempo a contatto con noi, era uno dei nostri capi. E a queste difficili e rischiosissime mansioni sopperiva con totale tranquillità, senza la minima presunzione, con quella modesta allegria che è propria dei forti, cioè degli uomini che hanno la coscienza tranquilla. L’obbligo di sacrificarsi e di fare totale gettito della propria persona, era per lui qualche cosa di evidente, su cui non era neppure il caso di discutere. E lo dimostrò sotto la tortura nazista, assumendo su di sé anche tutta la responsabilità degli altri.
Lo avevamo visto pochi minuti prima del suo arresto, preoccupato per una situazione che andava aggravandosi, intento a prendere tutte le disposizioni per salvare ciò che poteva ancora essere salvato. Non potremo mai dimenticare il suo volto attento e pensoso già presago della morte che lo attendeva. I fascisti godono delle loro inumane vendette: ma c’è una cosa che non sapranno mai, perché non hanno la levatura morale necessaria per comprenderla: cioè di quali valori umani, di quali ricchezze spirituali coi loro ciechi colpi ci privano. Ma questo che è il motivo del nostro cocente dolore, è anche il nostro massimo titolo di orgoglio.
Questo testo uscì postumo sull’Avanti! del 19 agosto 1944
 
 
Giovanni Carpinelli, Il ricordo di Claudio Pavone  
 
Giuseppe Lo Presti era con Claudio Pavone il vice di Eugenio Colorni alla direzione dell'Avanti! a Roma. Claudio Pavone si ricordava di lui. Una volta mi portò a visitare il mausoleo delle Fosse Ardeatine e mi indicò una certa tomba come quella di una persona che aveva conosciuto. Ne scrisse poi nelle sue Memorie. "Più volte ricorre nel libro il nome, il ricordo di Giuseppe Lopresti: un suo caro amico, compagno fraterno di studi e di banco, già dalle prime classi del ginnasio Tasso di Roma ed ancora allo stesso liceo. Poi, all’Università di Roma alla Facoltà di Giurisprudenza. Con lui condivise momenti e difficili scelte nei 45 giorni dal 25 luglio all’8 settembre del 1943, quindi l’adesione alla militanza clandestina romana. Claudio Pavone definisce Giuseppe Lopresti “un giovane di straordinaria nobiltà e di finezza d’animo”.
 
 
Giuseppe Lo Presti, Testimonianza
 
Prima della cattura, sapendo di dover morire, scrisse: “Questa notte il respiro si è fatto più faticoso, il battito del cuore più debole. Con uno sforzo sono riuscito ad alzarmi dal letto, ad avvicinarmi al tavolo e a sedermici davanti: il gatto, svegliato dai miei movimenti, ha stirato svogliatamente le zampe anteriori, incominciando a fare le fusa; …forse continuerà anche dopo. Prima di arrivare alla poltrona ho battuto contro lo spigolo del tavolo, ma non ho avvertito alcun dolore. Sono certo che non durerà molto, per questo ho ceduto all’impulso di venire a scrivere, scrivere per non dare un ultimo saluto alla vita, il che non m’interessa, bensì perché mi tormenta l’idea di scomparire completamente dal mondo: ho speranza che, facendo questo, riuscirò a far sopravvivere qualcosa di me, dopo che sarà accaduto ciò che irrimediabilmente deve accadere…”.
 
 
LO PRESTI Giuseppe

Luogo di nascita: Roma (RM)

Medaglia d'oro al valor militare

Medaglia d'oro al valor militare

Cenni storici e normativa dell'onorificenza

Partigiano combattente

Data del conferimento: 1944

Alla memoria

motivazione:

Con l’ardore della giovinezza e l’audacia dei forti accorse all’appello della Patria. Ispettore di zona, presente sempre nelle imprese più rischiose, si distingueva per la calma fredda e il valore insuperabile. Animatore infondeva la fede nell’animo dei dubbiosi e li trascinava nelle azioni più ardite. Mentre con nobile senso di altruismo tentava di mettere in salvo un compagno minacciato di arresto, veniva egli stesso catturato e trascinato nel covo di via Tasso. Ripetutamente sottoposto alle più inumane sevizie trovava nella propria fede la forza per resistere e tacere fieramente, salvando così la vita dei suoi compagni di lotta. Il piombo nemico, alle fosse Ardeatine, troncò la eroica e breve esistenza. Roma, 8 settembre 1943 -24 marzo 1944.



 

lunedì 27 marzo 2023

Italiani e non

 


Alessandro Portelli
, Italiani e non, il revisionismo di Giorgia Meloni, il manifesto, 25 marzo 2023

Giorgio Leone Blumstein era nato nel 1895 a Leopoli, città dell’Ucraina. È morto il 24 marzo 1944., ammazzato alle Fosse Ardeatine. Non l’hanno ucciso perché era italiano. Non era italiano. L’hanno ucciso perché era ebreo.

Blumstein non è un caso isolato. Gli stranieri uccisi alle Fosse Ardeatine sono una dozzina. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni (così vuole essere chiamata) vanta giustamente la sua origine alla Garbatella, quartiere popolare di Roma. La Garbatella è direttamente contigua alle Fosse Ardeatine. Chi è cresciuto lì non può non aver sentito parlare di che cosa è successo.

Le sue sorprendenti parole non sono frutto di ignoranza ma di inconfessata e tracotante vergogna. Non fu ucciso perché era italiano neanche il generale Simone Simoni, cacciato da Mussolini perché si era permesso di dubitare dell’inevitabile vittoria delle armate nazifasciste. Non fu ucciso perché era italiano Celestino Frasca, colpevole soltanto di essersi trovato vicino via Rasella dopo l’azione partigiana. Non fu ucciso perché era italiano Bruno Bucci, colpevole di avere nascosto sotto il letto una copia di un giornale antifascista. Non è stato ucciso perché era italiano Pilo Albertelli, professore di filosofia, colpevole di avere combattuto anche con le armi contro i tedeschi occupanti e i loro servitori fascisti.

Come scrisse a suo tempo Vittorio Foa, sono stati uccisi per quello che erano, per dove si trovavano, per quello che avevano fatto: «Si uccidevano gli ebrei perché erano ebrei, non per quello che pensavano e facevano; si uccidevano gli antifascisti per quello che pensavano e facevano; si uccidevano uomini che non c’entravano per niente solo perché erano dei numeri da completare per eseguire l’ordine». In tribunale, Herbert Kappler, che aveva diretto il massacro, spiegò che secondo lui includere gli ebrei era stata una buona idea perché «se non avessi messo gli ebrei avrei dovuto aggiungere altre persone la cui colpevolezza era meno chiara»: in altre parole, gli ebrei erano colpevoli per definizione; gli altri (italiani o meno) no.

Infatti il comunicato tedesco affisso dopo la strage spiegava perché li avevano uccisi: non perché erano italiani ma perché ai loro occhi erano tutti «comunisti badogliani».

Quando l’italiano Guido Buffarini Guidi, ministro degli interni di quella che si era chiamata Repubblica sociale italiana, consegna ai nazisti la lista di una cinquantina di italiani da uccidere, non lo fa perché erano italiani. Lo fa precisamente perché, agli occhi del suo regime, erano tutto il contrario: nemici della patria, letteralmente «anti-italiani». Perché gli italiani non erano, non sono mai stati, una cosa sola. In un certo senso, questo tema degli «italiani vittime della barbarie tedesca», che risuona nei commenti odierni alla malaugurata uscita di Giorgia Meloni, rinvia a una narrazione della Resistenza, a lungo anche da parte antifascista, che ha cancellato le divisioni fra gli italiani (tanto che quando Claudio Pavone ricominciò a parlare di guerra civile molti furono come minimo disorientati).

Raccontare la Resistenza come sollevamento unitario di tutto il popolo italiano contro l’invasione nazista, o l’invasione nazista come crimine contro gli italiani in quanto tali significa assumere il popolo, o adesso «la nazione», come un tutto unitario, indistinto. La guerra civile significa invece che «il popolo», «il paese», «la nazione» sono entità conflittuali e divise – e continuano ad esserlo.

Quella di Giorgia Meloni è una reazione istintiva che maschera una sorta di afasia, ma che anche evoca l’ invereconda e ipocrita par condicio dell’anti-antifascismo contemporaneo, e ribadisce quel senso di vittimismo che accompagna tante narrazioni del nazionalismo italiano che si adopera a resuscitare (non a caso applica pedissequamente alle Fosse Ardeatine il mantra di destra sulle foibe – che come sappiamo non funziona davvero neanche per quel crimine lì). Ma le sue parole sono comunque preziose: ci aiutano a capire che le Fosse Ardeatine sono ancora una memoria insopportabile e vergognosa per gli eredi dei carnefici. Per generazioni, hanno sparso menzogne cercando di infangare i partigiani e giustificare i nazisti; adesso Meloni prova maldestramente a disinnescarla in nome dello ius sanguinis della nazione.

Il giornale clandestino trovato sotto il letto dagli assassini di Bruno Bucci si chiamava “Italia Libera”. Perché è vero, di Italia si trattava; ma l’aggettivo non è meno importante del nome – di che Italia parliamo? È vero, i partigiani e gli antifascisti erano italiani; i partigiani si definivano «patrioti» ben prima che di questa parola si impadronissero i Fratelli d’Italia. Ma l’Italia che volevano, la patria a cui appartenevano, era un’altra.

mercoledì 22 marzo 2023

L'ansia dei cattolici


 
 
 
Stefano Folli, Schlein e le piazze: rischi di ambiguità, La Repubblica, 21 marzo 2023 
 
La piazza arcobaleno è gioiosa nei suoi colori e nei suoi propositi, ma Elly Schlein non può aver pensato che sia questa la fotografia della politica che l’attende nei prossimi mesi: una permanente festa di popolo in cerca di diritti, dove le contraddizioni svaniscono e i Cinque Stelle restano sullo sfondo a sfruttare il tema dell’Ucraina con innegabile cinismo. La situazione è più complessa, dal momento che la questione dei diritti delle coppie omosessuali è traslata in una questione di desideri individuali da affermare modificando, quando è il caso, la legislazione.
Il desiderio di paternità si può esaudire attraverso lo strumento dell’adozione: e qui la strada non è senza ostacoli, ma può condurre a un risultato. Oppure può imporsi, quel desiderio, attraverso la “maternità surrogata”, il cosiddetto “utero in affitto”: e qui la via sembra sbarrata. Non certo da oggi, visto che la destra al governo non ha dovuto abolire una legge in vigore, che non c’era. Al contrario, il divieto di questa e altre pratiche non è mai stato rimosso negli anni in cui il centrosinistra aveva, sulla carta, la forza parlamentare sufficiente per prendere un’iniziativa. Se non lo ha fatto è per la buona ragione che solo una minoranza era e resta favorevole alla “maternità surrogata”.
Di ciò Schlein è certo consapevole. Ma la piazza arcobaleno, pur entusiasmante, è un fiume in piena. Non è facile addomesticarla dopo averla convocata, stabilire delle sottili distinzioni. La registrazione dei figli nati all’estero da madri “surrogate” è un principio in sé indiscutibile, sul quale tanti sono d’accordo, ma può essere anche lo spiraglio per arrivare comunque alla legittimazione “dell’utero affittato”. In materie etiche così delicate conta anche la percezione, dunque la ferita al senso comune posto di fronte a una novità che la maggioranza degli italiani respinge.
Non a caso sul rifiuto dell’equazione “desideri uguali diritti” trovano un’intesa democristiani (poi Margherita) come Giuseppe Fioroni e comunisti d’antan come Marco Rizzo, per citarne solo due. Vuol dire che si tratta di personaggi d’altri tempi, poco rappresentativi? In questo caso può essere vero l’opposto. È l’elettorato del Pd, o se si vuole del centrosinistra in un’ampia accezione, che rimane perplesso di fronte all’ambiguità. La neosegretaria, politica attenta, non si è detta favorevole alla maternità surrogata, ma non ha mai nemmeno pronunciato un “no” perentorio. E sembra di capire che il richiamo delle piazze (giorni fa quella antifascista di Firenze, adesso quella arcobaleno di Milano) sia un tentativo di rafforzarsi rispetto a un partito che lei sente di non controllare ancora a sufficienza.
C’è il rischio però dell’errore di valutazione.
Forse è stato già commesso. Se l’antifascismo, sia pure talvolta di maniera, è spesso un argomento unificante, i temi etici possono urtare varie sensibilità. Il mondo cattolico che si riconosce nel centrosinistra ed è stato protagonista di una lunga stagione, cominciata con l’Ulivo, oggi è perplesso di fronte alla spinta radicaleggiante. Potrebbe accettarla se si trattasse di essere intransigenti sui diritti sociali e sul lavoro; ma qui si sta entrando in una foresta eticamente inesplorata che suscita ansia. Per molti cattolici, e non solo per loro, la ricerca di un’identità più netta non può cancellare valori essenziali. E l’idea di un mercato che in un modo o nell’altro coinvolga i bambini va al di là di ciò che è accettabile agli occhi di tanti.
Elly Schlein non ha quindi solo il problema di tenere a bada Conte e sottrargli voti. Deve soprattutto trovare il modo di entrare in altri settori della società, di incuriosire e conquistare un elettorato molto più vasto. Il sentiero imboccato può produrre l’effetto opposto e spaventare non la destra — che può anzi ricavarne un vantaggio — bensì i numerosi indecisi.
 
 
Lucetta Scaraffia, Se l'utero vale 15 mila dollari, La Stampa, 17 marzo 2023
 
Ho incontrato Consuelo, una giovane donna ispanica di una trentina d'anni, in un albergo della California dove faceva la cameriera. È lì che mi ha raccontato la sua storia. Aveva ripreso a lavorare sei mesi dopo il momento in cui aveva partorito un figlio per una coppia di omosessuali di Chicago, e ne era ancora sconvolta. Quando ha deciso di accettare questa proposta, due anni prima, pensava che sarebbe stato facile e poco faticoso: aveva già avuto due gravidanze normali, e l'idea di potere per un po' non lavorare fuori, ma stare in casa con i figli ancora piccoli le sembrava una meraviglia. E soprattutto le piaceva la possibilità di guadagnare 15.000 dollari praticamente non facendo niente. Sarebbero serviti molto alla sua famiglia, avrebbero risolto molti problemi.
Era quindi andata a parlare per proporsi a una agenzia apposita che le avevano indicato: uffici modernissimi, impiegati un po' distanti ma cortesi. Il contratto che le avevano fatto firmare parlava chiaro: per nove mesi avrebbero avuto la possibilità di arrivare inaspettati a casa sua, per controllare se le regole di ingaggio erano rispettate. Regole di alimentazione, di riposo, di controlli medici – tutto pagato dall'agenzia – e di incontri con uno psicologo se fossero sorti problemi.
Ma per questi in realtà non c'era spazio. Consuelo, ad esempio, non sarebbe stata libera di abortire qualora avesse cambiato idea, e al contrario sarebbe stata costretta ad abortire se la coppia committente lo avesse deciso. Ma in un primo momento questa clausola, questa limitazione così forte della sua libertà, non le era sembrata così grave, così come non aveva capito bene cosa significassero i controlli medici. Pensava si trattasse di un monitoraggio della sua salute e quella del bambino. Si trattava invece di un controllo minuzioso del suo corpo. A cominciare da tre mesi prima dell'inseminazione, aveva dovuto assumere dosi massicce di ormoni, per garantire l'insediamento e poi la crescita di un embrione estraneo al suo utero. Il che aveva voluto dire, per un anno, nausee, pesantezza, gonfiore, spossatezza. E naturalmente nessuno l'aveva informata, nessuno le aveva detto che questa dose massiccia di ormoni avrebbe aumentato di otto volte le sue probabilità di ammalarsi di cancro, e che la stessa cosa sarebbe valsa per il feto-bambino che portava dentro di sé. Ma questa, come avrebbe capito dopo, era una informazione che l'agenzia preferiva sempre omettere.
Era stato difficile poi far capire ai bambini, i suoi figli, che quel fratellino che stava crescendo nella sua pancia, dove erano stati a suo tempo anche loro, non sarebbe rimasto a far parte della famiglia. Ben più difficile, anzi decisamente straziante, era stato ascoltare i primi movimenti del feto, sentire quel legame speciale che si crea fra una donna e il figlio che porta dentro, consapevole tuttavia che lui sarebbe andato a lungo in cerca del suono della sua voce, del suo odore, e lei però non ci sarebbe stata. Sapere già da ora che avrebbe dovuto separarsene: e sempre per quei 15.000 dollari. Consuelo non immaginava che sarebbe stato così doloroso, così come del resto era stato difficile e doloroso affrontare il parto – che è sempre un'incognita, e un'incognita accompagnata dal dolore fisico – ma sapendo già che non avrebbe mai visto suo figlio.
Perché questo Consuelo non aveva messo in conto: che durante quei mesi quel piccolo era diventato suo figlio. Come succede del resto a ogni madre. Non era come cuocere una torta nel forno per poi regalarla, come avevano voluto farle credere.
Parlando con altre donne e informandosi meglio in giro, aveva poi saputo che quei 15.000 dollari in realtà non costituivano che un quinto della somma complessiva pagata dai committenti. Molto di più era andato ad avvocati, medici, impiegati dell'agenzia: per loro sì che era stato un buon affare. Consuelo lo raccontava a tutti, voleva avvertire altre donne che rischiavano di venire coinvolte in questo mercato. Era venuta a sapere però che molte nascondevano di averlo già fatto, di avere già venduto la loro capacità di essere madri, ma che si vergognavano e preferivano non dirlo a nessuno.
Questa è la storia di Consuelo, così mi è stata raccontata. Mi rincresce se trascrivendola ho forse turbato la felicità di tanti genitori, come le coppie omosessuali, che si sono serviti della pratica dell'utero in affitto. Ma così come è rispettabile e vero il loro dolore per non avere figli è forse egualmente vero il dolore oggi di Consuelo per avergliene fornito uno. —

lunedì 13 marzo 2023

Si riapre una partita

 

 
 
Ezio Mauro
Il consenso e il mandato, la Repubblica, 12 marzo 2023

È una strana creatura, finalmente uscita dal Novecento e liberata dalle ruggini ideologiche sopravvissute alla lezione del secolo, questo Pd che ieri si è affacciato alla post-modernità nello scenario della “Nuvola”, col disegno del tempo sospeso. Presentato come agonizzante dopo la vittoria elettorale della destra estrema guidata da Giorgia Meloni, accompagnato da preci che chiedevano il suo scioglimento per adempiere alla falsa profezia secondo cui l’antitesi destra-sinistra non riusciva più a interpretare le contraddizioni del nuovo mondo, di colpo con la vittoria di Elly Schlein il Pd ha risolto il problema capitale del primum vivere . Adesso bisogna inventare una filosofia del nostro tempo, in grado di risolvere l’incertezza del Paese e persino di governarla recuperando un rapporto di fiducia nella società, partendo da quel deposito di energia democratica che non si vedeva a occhio nudo e che le primarie hanno svelato.
Come in tutte le fasi di crisi, che radicalizzano i problemi rendendo evidenti le vie di fuga, quanto è accaduto ha una lettura semplice: il sistema politico è talmente stremato che l’ultima speranza viene riposta soltanto nel cambiamento. Persino Giorgia Meloni, ministro di Berlusconi già nel 2008 — quindici anni fa — è stata scambiata per una novità, privilegiando la sua provenienza dall’altromondo piuttosto che il suo curriculum castale di lungo corso.
Questo sentimento generale da tempo si è incanalato per gran parte nella palude civica dell’astensione, arrivata ormai a una quota del 40 per cento che contrasta col principio costituzionale del voto come dovere civico verso il Paese: nella convinzione per cui la posta in gioco è così bassa, e le differenze sono così irrilevanti, che non vale la pena alzarsi dal divano per esprimere una preferenza. Ma c’è evidentemente una riserva d’impegno civile, convinta al contrario che il diritto di cittadinanza si esprime proprio nella capacità di distinguere comunque e nel dovere di scegliere in ogni caso, prendendo parte. A sinistra, nonostante le delusioni e le frustrazioni accumulate, questa disponibilità democratica ha continuato a covare sotto la cenere governista, nell’illusione ministeriale che intanto viveva artificialmente e contronatura, separando il voto dall’esercizio del potere.
Radicali e spettacolari, concentrate sui leader trasformati in personaggi piuttosto che sulle idee tradotte in programmi, le primarie sono diventate insieme la valvola di sfogo e il mezzo d’espressione di questa energia repubblicana compressa, arrabbiata, delusa ma comunque viva, addirittura irriducibile.
Perforando gli incomprensibili rituali di partito e il viluppo di regole trasformate in ossessione procedurale, hanno aperto uno spiraglio di democrazia diretta, senza la ritualità maestosa di un congresso ma con l’irruzione della sovranità di base, quando il potere di scelta si sposta dalla nomenklatura agli elettori. Per un giorno il partito — unico in Italia — si apre, si espone al giudizio, e diventa contendibile. Anzi di più: scalabile. Questa è la vera chiave di interpretazione dell’uso politico delle primarie, perché unisce il testardo senso di appartenenza con il decisivo istinto di sopravvivenza, testimoniando l’urgenza vitale del cambiamento come ultima spiaggia. E dunque premia chi dà l’assalto al quartier generale rispetto a chi amministra lo status quo, con un pregiudizio di massa a favore della scalata, versione riformista, si potrebbe dire, della spallata d’altri tempi.
La partecipazione e il consenso sono quindi un’arma a doppia lama: perché contengono il senso della speranza residuale e il rifiuto della pratica politica attuale, l’adesione e la repulsione, l’attaccamento e il distacco. In questo senso gli elettori delle primarie hanno votato soprattutto per se stessi, cioè per confermare una loro personale fedeltà a un’idea e a un’identità, anche se non le sentono rappresentate. Poi naturalmente Schlein si è presentata all’incrocio tra questi due sentimenti politici come la figura piùpronta a impersonarli entrambi, sommandoli nella promessa di azzardo e di sfida. Ma anche lei, tra gli applausi che ieri hanno salutato l’incoronazione, deve sapere che la sua vittoria è fatta più di un mandato che di un consenso: èla magnifica condanna a cambiare, partendo dalla necessità di interpretare l’identità incompiuta della sinistra di fine secolo, finalmente risolta, non ideologica, europea, occidentale, radicale nei principi, liberale nel metodo.
Conciliare l’unità del partito (senza farsi ricattare dall’eterna minaccia di scissione) con la necessità continua del rinnovamento non è semplice: ma è il ballo che la nuova segretaria deve ballare, ad ogni costo. Insieme con l’impegno a difendere e sviluppare i diritti senza fare soltanto una collezione di minoranze, ma innestandoli sul grande albero di una moderna cultura del lavoro, tenendo insieme l’emancipazione dal bisogno e l’innovazione del sistema: per combattere le ingiustizie soprattutto quando diventano esclusioni, puntando a costruire una forza sociale e non solo politica interessata a un Paese più giusto e più libero, anche dalle sue ossessioni ideologiche tardive. La disumanità mostrata dal governo a Cutro apre addirittura uno squarcio di civiltà alternativa, la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri: su cui si può sfidare fino in fondo questa destra immemore.

 

venerdì 10 marzo 2023

Il ritorno dell'antica fiamma

 


Dante, Purgatorio, XXXI, 64-145

Quali fanciulli, vergognando, muti
con li occhi a terra stannosi, ascoltando
e sé riconoscendo e ripentuti,

tal mi stav’io; ed ella disse: "Quando
per udir se’ dolente, alza la barba,
e prenderai più doglia riguardando".

Con men di resistenza si dibarba
robusto cerro, o vero al nostral vento
o vero a quel de la terra di Iarba,

ch’io non levai al suo comando il mento;
e quando per la barba il viso chiese,
ben conobbi il velen de l’argomento.

E come la mia faccia si distese,
posarsi quelle prime creature
da loro aspersïon l’occhio comprese;

e le mie luci, ancor poco sicure,
vider Beatrice volta in su la fiera
ch’è sola una persona in due nature.

Sotto ’l suo velo e oltre la rivera
vincer pariemi più sé stessa antica,
vincer che l’altre qui, quand’ella c’era.

Di penter sì mi punse ivi l’ortica,
che di tutte altre cose qual mi torse
più nel suo amor, più mi si fé nemica.

Tanta riconoscenza il cor mi morse,
ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,
salsi colei che la cagion mi porse.

Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
la donna ch’io avea trovata sola
sopra me vidi, e dicea: "Tiemmi, tiemmi!".

Tratto m’avea nel fiume infin la gola,
e tirandosi me dietro sen giva
sovresso l’acqua lieve come scola.

Quando fui presso a la beata riva,
’Asperges me’ sì dolcemente udissi,
che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.

La bella donna ne le braccia aprissi;
abbracciommi la testa e mi sommerse
ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.

Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.

"Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.

Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
le tre di là, che miran più profondo".

Così cantando cominciaro; e poi
al petto del grifon seco menarmi,
ove Beatrice stava volta a noi.

Disser: "Fa che le viste non risparmi;
posto t’avem dinanzi a li smeraldi
ond’Amor già ti trasse le sue armi".

Mille disiri più che fiamma caldi
strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
che pur sopra ’l grifone stavan saldi.

Come in lo specchio il sol, non altrimenti
la doppia fiera dentro vi raggiava,
or con altri, or con altri reggimenti.

Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
quando vedea la cosa in sé star queta,
e ne l’idolo suo si trasmutava.

Mentre che piena di stupore e lieta
l’anima mia gustava di quel cibo
che, saziando di sé, di sé asseta,

sé dimostrando di più alto tribo
ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
danzando al loro angelico caribo.

"Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi",
era la sua canzone, "al tuo fedele
che, per vederti, ha mossi passi tanti!

Per grazia fa noi grazia che disvele
a lui la bocca tua, sì che discerna
la seconda bellezza che tu cele".

O isplendor di viva luce etterna,
chi palido si fece sotto l’ombra
sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,

che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
là dove armonizzando il ciel t’adombra,

quando ne l’aere aperto ti solvesti? 

 

Anna Maria Chiavacci Leonardi

Niente è risparmiato all'autore protagonista. Per tutto il Purgatorio gli spiriti accusano se stessi dei loro gravi peccati – ricordiamo Manfredi, Umberto, Sapia, Adriano, il Guinizelli – cancellati dal pentimento, dalle lacrime, dalla misericordia divina; ma ora l'autore assume su di sé, nel presente – non ascoltiamo più un ricordo, ma vediamo l'azione mentre si compie – quel carico di accuse e di lacrime. Questo fa della scena il centro drammatico, e il cuore ideale di tutta la cantica.

Essa tocca la sua acme quando Dante, alzando infine il volto a guardare Beatrice, la intravede, pur velata e lontana, molto più bella di quella sé stessa antica che egli ricordava. Ed è quella bellezza nascosta che – straordinaria invenzione del poeta – provoca in lui la più profonda puntura del pentimento (l'ortica), tanto da fargli perdere i sensi. Nel V dell'Inferno egli sviene per l'intensità della pietà, evidente segno del coinvolgimento personale (ciò infatti non accade altrove, di fronte a ben più strazianti pene): qui la situazione sembra rovesciarsi: ciò che lo vince è l'acutezza del doloroso sentimento non della propria pena, ma della propria colpa.

In questo stesso momento egli diventa in grado di bere dal Lete, e di passarlo. Il limite tra i due mondi è varcato attraverso lo spezzarsi del cuore. L'antico simbolo pagano dell'oblio assume qui un ben diverso e profondo significato. L'uomo che dimentica significa in realtà che Dio ha dimenticato. Dio «non si ricorda più» del peccato dell'uomo (Is. 43, 25). Tutto è cancellato, lavato, sparito. Il versetto intonato dagli angeli (Asperges me) dice infatti che l'animo diventa candido più della stessa neve.

L'intensità drammatica della prima parte del canto va ora allentandosi, nella scena del lavacro, della danza delle virtù che accolgono Dante, preparando lentamente il momento finale dello svelamento, vertice poetico di tutti e due i canti.

In quegli ultimi mirabili sette versi – dove nel volto di Beatrice viene per la prima volta nel poema a manifestarsi direttamente la realtà divina – risplende anche la prima anticipazione dell'alto linguaggio del Paradiso, nel suo allusivo fulgore, insieme velo (che adombra) e realtà (che si solve, si apre all'occhio dell'uomo).

Qui la Beatrice antica; cioè terrena, che pur si intravedeva chiaramente sotto il velo anche se vinta dalla nuova, sembra – per questo breve squarcio, misurato dai pochi versi – del tutto scomparsa. Irrompe in queste due terzine l'albore della luce divina (il «candor lucis aeternae» evocato dal v. 138), ma temperato dai due grandi verbi, armonizzando, adombra: il richiamo al correre parallelo delle due realtà – cardine dei due canti – pervade anche questi ultimi versi; quasi che la bellezza dell'uomo nella sua perfezione – il Paradiso terrestre – sfiori, lambisca la stessa bellezza divina, adombrandone la luce. Di fatto è in un volto umano che tale luce si fa visibile.

Franco Nembrini, In cammino con Dante, Garzanti, Milano 2021, pp. 209-211

 

giovedì 23 febbraio 2023

Il libro nero di Putin

 
 
 
 

Danilo Ceccarelli
, Stéphane Courtois. L'ultimo sovietico, La Stampa, 23 febbraio 2023
 
L'asse principale dell'opera si basa sul fatto che Putin è un uomo del Kgb». Ha bisogno di poche parole lo storico francese Stéphane Courtois per riassumere Il libro nero di Putin (Mondadori), che ha curato insieme alla collega Galia Ackerman. Una raccolta di saggi dove viene ripercorso il cammino politico, professionale ed esistenziale dell'inquilino del Cremlino, in un'ascesa segnata dallo shock per la fine dell'era sovietica e una voglia di rivalsa nei confronti del mondo intero. Il profilo che ne esce è quello di uno zar spietato, che ha raccolto l'eredità russa del secolo scorso mettendola al servizio di un nuovo sistema imperiale, sfociato nell'aggressione all'Ucraina. Il titolo fa eco a Il libro nero del Comunismo, che Courtois pubblicò alla fine degli anni Novanta, tra feroci polemiche e strumentalizzazioni. «È quasi inevitabile quando si fa un libro del genere», dice oggi lo storico, che in gioventù militò per qualche anno in un gruppo maoista francese vicino a Lotta Continua, Vive la Révolution.
A partire dal titolo, quest'ultimo lavoro sembra essere legato a doppio filo al Libro nero del Comunismo.
«In qualche modo ne è la continuazione, perché Putin rappresenta il proseguimento di quello che è successo nel periodo descritto in quell'opera».
Quanto c'è oggi in Putin dell'Homo sovieticus?
«Direi tutto. Il presidente russo ha passato i primi 40 anni della sua vita sotto l'Unione Sovietica e, di questi, 20 anni li ha trascorsi come agente del Kgb. Faceva parte di quello che era un organo del terrore, il cui principale compito consisteva nel proteggere il potere. A Putin non è rimasta una mentalità da comunista ma da kgbista, per questo ha l'abitudine di agire in tutta impunità, proprio come facevano i suoi vecchi colleghi che incarceravano, torturavano e avvelenavano senza timori di subire conseguenze».
Cosa ha rappresentato per lui il crollo di quel mondo?
«Putin è rimasto doppiamente traumatizzato da due eventi. Il primo è stato la caduta del muro di Berlino, nel 1989. In quell'occasione si trovava a Dresda, in Germania, dove sappiamo che difese un palazzo del Kgb armi alla mano, minacciando chi provava ad assaltarlo. Poi, due anni dopo, visse in prima persona la scomparsa dell'Unione Sovietica. Per lui fu come assistere al crollo del suo universo, e ancora oggi prova un forte rancore per quello che è successo. Del resto, lo ha detto chiaramente nel 2005, quando ha dichiarato che "la dissoluzione dell'Unione Sovietica è stata la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo"».
Quindi il capo del Cremlino vuole un ritorno al passato?
«Cito un'altra dichiarazione, ancora più importante: "Chi non rimpiange l'Unione Sovietica non ha cuore, chi vuole ricrearla identica a come era non ha cervello". È come un messaggio subliminale, dove il concetto sta in quella parola: "identica". Sa bene che la ricostituzione di un modello come quello scomparso è impossibile perché il comunismo è finito. Putin vuole quindi ricrearlo in un altro modo».
È come se un intero Paese non avesse fatto i conti con la sua storia.
«La Russia ha fallito il processo di uscita dal comunismo. La popolazione dopo il crollo dell'Urss non aveva una conoscenza pubblica della propria storia, perché fino a quel momento era stata controllata dal potere comunista. C'era quindi la voglia di sapere cosa fosse realmente accaduto. Putin, però, ha distrutto tutto e il modo in cui ha represso l'associazione Memorial è sintomatico di questa strategia. Ha schiacciato tutti coloro che volevano raccontare quello che era successo negli ultimi settant'anni».
In Putin c'è una nostalgia anche di Stalin?
«Alla fine degli anni 80 era una figura in calo, perché si cominciava a sapere qualcosa su quanto era accaduto. Ma Putin ha contribuito a riscattarlo già negli anni duemila. Inizialmente faceva una sorta di doppio gioco: da un lato ricordava il terrore, le violenze e le vittime innocenti del periodo staliniano, ma dall'altra lo presentava come colui che aveva battuto i nazisti. Adesso, però, siamo in un'altra fase: quella della riabilitazione totale».
Ma a che pro?
«Stalin agli occhi di Putin rappresenta l'uomo forte che non si lascia intimidire, che liquida i suoi nemici in ogni modo. Il suo principale strumento politico era il terrore. Un po' come fa il presidente russo, che ha fatto sparire gli oppositori con avvelenamenti, omicidi e incarcerazioni».
Sembrerebbe però che in Putin ci sia un senso di rivincita personale, un riscatto dall'umiliazione subita con il crollo del mondo nel quale si è formato.
«Assolutamente, soprattutto nella questione ucraina. Il presidente russo ha preso molto sul personale le proteste di Maidan avvenute tra il 2013 e il 2014, quando il presidente Viktor Janukovy? scappò in Russia dopo aver sospeso le trattative con l'Unione Europea. Putin era furioso, non poteva concepire il fatto che un popolo potesse cacciare il proprio presidente».
Lei si aspettava l'aggressione all'Ucraina scattata un anno fa?
«Non proprio. Certo, accendere la televisione e vedere una colonna di carri armati avanzare verso Kiev mi ha sorpreso. Ma quello che mi ha veramente stupito è l'errore fatto da Putin sul calcolo del rapporto di forza tra il suo esercito e quello ucraino. Pensava di prendere la capitale in tre giorni, ma ad un anno dall'inizio del conflitto è stato addirittura costretto ad indietreggiare in molte zone. C'è poi un elemento che non bisogna dimenticare: l'Ucraina post-sovietica era diventata progressivamente un Paese ricco e Putin pensava di appropriarsene senza difficoltà, come del resto aveva fatto capire da molte dichiarazioni rilasciate prima dell'attacco. Infatti, nelle zone dove sono state costrette a ritirarsi, le truppe russe hanno riportato con sé tutto quello che sono riuscite a saccheggiare, come nel 1945 quando l'Armata Rossa ha rubato in tutta l'Europa dell'est».
E come si spiega una simile mossa, al netto degli aspetti geopolitici?
«Dall'aggressione all'Ucraina emerge la psicologia di Putin tipica del Kgb e di Stalin. È una paranoia, che viene dall'idea di sentirsi accerchiati da nemici che vogliono far del male alla Russia».
Dalla quale scaturisce un certo tipo di narrazione.
«È sorprendente vedere la mitologia nella quale Putin si è calato, che poi somiglia molto a quella sovietica. Come quando dice che russi e ucraini fanno parte dello stesso popolo. Ricorda Leonid Breznev quando sosteneva che tutti i popoli dell'Urss sono fratelli. Sui quali però si sparava».
Qual è la responsabilità dell'Occidente in quello che sta succedendo?
«Nel Kgb, oltre al terrore e alla violenza si apprende anche a mentire, a ricattare e a truffare. Negli anni Duemila il mondo occidentale ha fatto di tutto per aiutare il presidente russo, ma solamente quando si è fatto rieleggere e ha cambiato la Costituzione per rimanere al potere fino al 2036, il mondo ha cominciato a capire che quello alla guida della Russia non era il democratico che si credeva». —

 

lunedì 20 febbraio 2023

Chi era Pasolini

 

 


Alfonso Berardinelli, Pasolini personaggio-poeta, Doppiozero, 16 gennaio 2023 

Più di Italo Calvino, di Alberto Moravia, di Elsa Morante, anche se meno tradotto all'estero, nella cultura italiana dell'ultimo mezzo secolo Pier Paolo Pasolini ha avuto un ruolo di assoluto protagonista. La sua morte prematura ha accresciuto il suo successo e la sua influenza, facendo di lui un mito.

Quando fu assassinato, nel 1975, mentre era in compagnia di un "ragazzo di vita", in circostanze che forse un giorno saranno chiarite, aveva poco più di cinquant'anni ed era in Italia l'intellettuale più controverso e scandaloso. Le sue tesi sulla "mutazione antropologica" degli italiani venivano criticate e denigrate da ogni parte, soprattutto dalla sinistra radicale e marxista.

Nei suoi ultimi articoli e saggi, raccolti in due libri, Scritti corsari e Lettere luterane, Pasolini aveva lanciato un disperato allarme: lo sviluppo neocapitalistico, il culto dei consumi di massa o "consumismo" avevano abolito le differenze culturali di classe: proletari e sottoproletari avevano perso identità e coscienza di se stessi. Tutti, anche se di fatto non lo erano, volevano essere classe media, piccola borghesia modernizzata. Diversità durate secoli erano state cancellate nel corso di un decennio. La società italiana si era "omologata" al suo livello medio. Sostituendo il controllo politico, questa unificazione fondata su valori e stili di vita si dimostrava infinitamente più efficace, potente e pervasiva di ogni altra. La stessa cultura di sinistra, anche se marxista e anche se si credeva rivoluzionaria, non si era accorta di questa nuova "dittatura" che non aveva bisogno di un'ideologia di Stato e di un controllo poliziesco per controllare l'intera vita sociale. Era la dittatura fondata sull'identificazione fra sviluppo e progresso, crescita economica, incremento dei consumi e miglioramento della società. Di fronte a questo fenomeno, la critica marxista fondata sul materialismo economico si mostrava, secondo Pasolini, disarmata e cieca.

Ma chi era, che cos'era Pasolini? Forse troppe cose. E questo dava fastidio. Figlio primogenito di una maestra di scuola elementare e di un ufficiale di carriera, Pasolini era nato a Bologna il 5 marzo 1922. Apparteneva socialmente a una piccola borghesia che si sentiva custode di valori morali e a quella generazione, cresciuta sotto il fascismo, che si risvegliò dagli ideali patriottici alla coscienza politica nel corso della guerra 1940-45. In lui la resistenza contro il nazi-fascismo rimase un presupposto primario e incancellabile, dal quale si sviluppò la sua critica alla borghesia "moralmente fascista", alla politica clericale di destra e infine alla società di massa "omologata”.

Autore di poemetti autobiografici e ideologici che a metà degli ani cinquanta erano stati sorprendentemente innovatori per la loro provocatoria discorsività ideologica, Pasolini era anche un narratore: i suoi romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta avevano reso famose le periferie sotto-proletarie romane. Come critico letterario era molto attivo e spesso geniale sia per le sue idee che per la sua capacità di penetrazione psicologica e sociale. Giornalista, polemista e saggista politico, con la vocazione e l'istinto di fare scandalo, non aveva mai smesso di intervenire sui più diversi fenomeni culturali e fatti di cronaca. Infine, era un regista di film che sfidavano le abitudini del pubblico e le tradizioni prevalenti del cinema italiano.

Pasolini aveva così prodotto in un paio di decenni un'opera ampia, articolata e aperta a ogni sviluppo. Se non era universalmente apprezzato, la sua presenza sulla scena culturale era stata costante e incisiva. Oltre a essere un autore, Pasolini era un "personaggio" pubblico rivelatore e suscitatore di conflitti, un attore al centro della scena, un produttore, forse eccessivamente prolifico, di stili e di idee. Aveva praticato tutti i generi letterari, anche il teatro in versi, e come regista cinematografico è stato, da Accattone a Salò-Sade, anche più famoso e discusso che come scrittore. Tutto questo faceva di lui l'esempio più vistoso di intellettuale impegnato: un ideologo eretico che metteva se stesso e la sua esperienza personale al centro di ogni discorso pubblico. Si considerava anzitutto un poeta, sebbene un poeta più giovane di lui, Giovanni Raboni, abbia scritto, con arguta malizia, che poeta Pasolini lo era sempre, ma lo era meno quando scriveva poesie. Pasolini aveva però teorizzato la propria lotta contro la prigione dello stile. Le sue poesie si presentavano sempre più esplicitamente come progetti di opere future e appunti per poesie da scrivere.

Sta di fatto che per Pasolini scrivere poesia era la più naturale delle arti, un'attività più o meno quotidiana di cui non poteva fare a meno; una passione originaria e quasi maniacale che gli permetteva un immediato riconoscimento di se stesso: una specie di pratica propiziatoria, devozionale, igienica alla quale non poteva sottrarsi se voleva mantenere o ritrovare la fede in se stesso. Se era certo di essere poeta, poteva diventare qualunque altra cosa: uomo di cinema, critico letterario, ideologo antiborghese e infine, come è accaduto, un improvvisato ma originale sociologo della modernizzazione italiana, da lui sofferta personalmente e letterariamente come la fine improvvisa di un mondo secolare.