venerdì 9 dicembre 2022

Gli astratti furori di Vittorini

Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, 1941
Incipit

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi sono messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.
Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire a vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.

 

giovedì 8 dicembre 2022

Davanti alla legge


 

Sposata, con due figli, un lavoro da insegnante e la piena responsabilità nelle faccende domestiche ogni giorno mi allontanavo sempre più dalla promessa di vendicare il mio popolo. Non potevo leggere la parabola Davanti alla legge del Processo di Kafka senza vedere il mio destino: morire senza aver mai varcato il cancello costruito apposta per me, il libro che solo io potevo scrivere.
Annie Ernaux, Discorso di Stoccolma


Franz Kafka, Il processo, 1925, traduzione di Emilio Castellani, 1966

Davanti alla legge sta un guardiano. Un uomo di campagna viene da questo
guardiano e gli chiede il permesso di accedere alla legge. Ma il guardiano gli
risponde che per il momento non glielo può consentire. L’uomo dopo aver
riflettuto chiede se più tardi gli sarà possibile. «Può darsi», dice il guardiano,
«ma adesso no». Poiché la porta di ingresso alla legge è aperta come sempre e
il guardiano si scosta un po’, l’uomo si china per dare, dalla porta, un’occhiata
nell’interno. Il guardiano, vedendolo, si mette a ridere, poi dice: «Se ti attira
tanto, prova a entrare ad onta del mio divieto. Ma bada: io sono potente. E sono
solo l’ultimo dei guardiani. All’ingresso di ogni sala stanno dei guardiani, uno più
potente dell’altro. Già la vista del terzo riesce insopportabile anche a me». L’uomo
di campagna non si aspettava tali difficoltà; la legge, nel suo pensiero, dovrebbe
esser sempre accessibile a tutti; ma ora, osservando più attentamente il guardiano
chiuso nella sua pelliccia, il suo gran naso a becco, la lunga e sottile barba nera
all’uso tartaro decide che gli conviene attendere finché otterrà il permesso.
Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere a lato della porta. Giorni e anni
rimane seduto lì. Diverse volte tenta di esser lasciato entrare, e stanca il guardiano
con le sue preghiere. Il guardiano sovente lo sottopone a brevi interrogatori, gli
chiede della sua patria e di molte altre cose, ma sono domande fatte con distacco,
alla maniera dei gran signori, e alla fine conclude sempre dicendogli che non può
consentirgli l’ingresso. L’uomo, che si è messo in viaggio ben equipaggiato, dà
fondo ad ogni suo avere, per quanto prezioso possa essere, pur di corrompere il
guardiano, e questi accetta bensì ogni cosa, però gli dice: «Lo accetto solo perché
tu non creda di aver trascurato qualcosa». Durante tutti quegli anni l’uomo osserva
il guardiano quasi incessantemente; dimentica che ve ne sono degli altri, quel
primo gli appare l’unico ostacolo al suo accesso alla legge. Impreca alla propria
sfortuna, nei primi anni senza riguardi e a voce alta, poi, man mano che invecchia,
limitandosi a borbottare tra sé. Rimbambisce, e poiché, studiando per tanti anni
il guardiano, ha individuato anche una pulce nel collo della sua pelliccia, prega
anche la pulce di intercedere presso il guardiano perché cambi idea. Alla fine gli
s’affievolisce il lume degli occhi, e non sa se è perché tutto gli si fa buio intorno,
o se siano i suoi occhi a tradirlo. Ma ora, nella tenebra, avverte un bagliore che
scaturisce inestinguibile dalla porta della legge. Non gli rimane più molto da vivere.
Prima della morte tutte le nozioni raccolte in quel lungo tempo gli si concentrano
nel capo in una domanda che non ha mai posta al guardiano; e gli fa cenno,
poiché la rigidità che vince il suo corpo non gli permette più di alzarsi. Il guardiano
deve abbassarsi grandemente fino a lui, dato che la differenza delle stature si è
modificata a svantaggio dell’uomo. «Che cosa vuoi sapere ancora?» domanda
il guardiano, «sei proprio insaziabile».
«Tutti si sforzano di arrivare alla legge», dice l’uomo, «e come mai allora nessuno
in tanti anni, all’infuori di me, ha chiesto di entrare?». Il guardiano si accorge che
l’uomo è agli estremi e, per raggiungere il suo udito che già si spegne, gli urla:
«Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato
l’ingresso. E adesso vado e la chiudo».

martedì 6 dicembre 2022

Clarissa Dalloway: apparenza fisica e pensieri


 

Virginia Woolf, La signora Dalloway, 1925, traduzione di Nadia Fusini

Si irrigidì appena sul marciapiede, aspettando che passasse il furgone di Durtnall. Una donna affascinante, pensò di lei Scrope Purvis, (che la conosceva come ci si conosce tra vicini a Westminster): somigliava a un uccello, a una gazza verde-azzurra, esile, vivace, malgrado avesse più di cinquant'anni, e le fossero venuti tanti capelli bianchi dopo la malattia. Se ne stava posata lì, senza neppure vederlo, in attesa di attraversare la strada ben diritta.

Increspava le labbra quando si guardava allo specchio. Era per dare espressione al volto. Quelle era lei - tesa, appuntita, precisa. Era lei quando un qualche sforzo, un richiamo a essere se stessa, la obbligava a costringere tutte insieme le sue parti, lei sola sapeva quanto diverse, quanto incompatibili tra loro, e soltanto per il mondo ricomposte intorno a un centro, un diamante, una donna che, seduta nel suo salotto, costituiva un punto fermo, un centro di luce, non c'è dubbio, per alcune vite, un rifugio in cui ripararsi per i solitari, forse. Aveva contato per dei giovani che le erano grati, aveva cercato di essere sempre la stessa, senza mai mostrare neppure un segno di tutti gli altri suoi aspetti - i difetti, le gelosie, le vanità, i sospetti. 

Sotto sotto, era molto furba - sapeva giuducare il carattere delle persone molto meglio di Sally, per esempio, ma rimaneva con tutto ciò assolutamente femminile; con quel dono straordinario, un dono tipicamente femminile, di ricrearsi il proprio mondo, dovunque le capitasse di trovarsi. Entrava in una stanza, stava lì come spesso le aveva visto fare, in piedi sulla soglia, con tante persone intorno. Ma era Clarissa che rimaneva nella mente. Non che facesse colpo, non era affatto bella, non c'era niente di pittoresco in lei, non diceva mai niente di particolarmente intelligente, ma c'era, era lì.

E ora Clarissa scortava il Primo Ministro per la sala; trottava, frizzava, con tutta la dignità della sua capigliatura grigia. Portava degli orecchini e un vestito verde argento da sirena. A cavallo delle onde, coi capelli raccolti in trecce, ancora possedeva il dono di essere, di esistere, di riassumere tutto nel momento che passava; volgendosi, la sciarpa le si impigliò nel vestito di una signora; la liberò, rise, il tutto con una perfetta naturalezza, con l'aria di una creatura che galleggia nel proprio elemento. Ma gli anni l'avevano sfiorata; allo stesso modo, in una serata limpida, una sirena sulle onde può vedere nel suo specchio il sole che tramonta. Emanava da lei un alito di tenerezza: la severità, la pudicizia, la legnosità di prima erano ora pervase di calore, e mentre diceva arrivederci all'uomo robusto e pieno di galloni d'oro che ce la metteva tutta, e tanti auguri, per sembrare importante, tutto intorno a lei alitava un'ineffabile dignità, una cordialità squisita; come se augurasse ogni bene al mondo intero, ma ora doveva andare, perché era proprio nel bel mezzo di qualcosa, sull'orlo, al limite.

"Se dovessi morire ora, sarebbe la perfetta felicità" s'era detta una volta, scendendo le scale vestita di bianco.

https://machiave.blogspot.com/2025/05/dalloway-per-sempre.html


 

sabato 3 dicembre 2022

Il Pd verso l'affondamento

 


Francesco Cundari, Cupio dissolvi. Il dibattito para-leninista sulla rifondazione del Pd è il solito gioco delle tre carte, L'Inkiesta, 3 dicembre 2022

Il surreale dibattito sulle radici anticapitaliste del Partito democratico con cui si è aperta la sua «fase costituente» rischia di accreditare il luogo comune secondo cui quel progetto sarebbe stato un fallimento sin dall’inizio, avendo avuto la pretesa di unire due tradizioni, post-comunista e post-democristiana, che insieme non potevano stare e che avrebbero fatto meglio a rimanere divise.

Come spesso accade in politica, il luogo comune coniato dagli avversari è stato progressivamente fatto proprio dai suoi bersagli, cioè da buona parte dei fondatori del Partito democratico.

Ma il vero motivo per cui molti di quei dirigenti sono arrivati a tale funesta conclusione è in verità la migliore dimostrazione del contrario. Se infatti, ex post, ne hanno denunciato il peccato originale, non è perché quel progetto sia fallito, ma perché ha funzionato così bene da poter fare a meno di loro.

Di qui la reinvenzione della tradizione, funzionale ad attribuire a Matteo Renzi lo snaturamento del Partito democratico, che da lui sarebbe stato trasformato in un partito di destra neoliberista, rispetto a un mitico passato socialista e rivoluzionario. Salvo poi scoprire, come è accaduto alla prima riunione della «costituente» chiamata a rifondarlo, che il Manifesto dei valori steso all’atto della sua fondazione già conteneva simili tare.

In proposito il gioco delle parti ha raggiunto negli due ultimi giorni vette inarrivabili. Il resoconto del dibattito pubblicato ieri da tutti i giornali non lascia spazio a dubbi circa il significato dell’operazione: ci sono Roberto Speranza e Andrea Orlando che se la prendono con il neoliberismo di cui sarebbe impregnata la carta fondativa del 2007 (difetto di cui sembrano essersi accorti solo nel 2022, e che comunque non ha impedito al primo di fare il parlamentare e anche il capogruppo del Partito democratico fino al 2015, al secondo di fare il parlamentare e il ministro, praticamente a tutto, fino all’altro ieri); c’è Gianni Cuperlo che cita l’undicesima tesi su Feuerbach di Karl Marx: «I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo» (nella versione di Palmiro Togliatti, ma a dire il vero le cronache non specificano a quale traduzione si sia attenuto Cuperlo, ammesso che non l’abbia citata direttamente in tedesco); c’è la neoparlamentare Caterina Cerroni, coordinatrice dei Giovani democratici, che confida: «Leggevo Chomsky che citava Lenin, secondo cui senza teoria rivoluzionaria non esiste alcuna pratica rivoluzionaria» (dove la crisi dell’idea rivoluzionaria è dimostrata soprattutto dalla pigrizia di non andarsi a cercare nemmeno la citazione alla fonte diretta).

Tutto questo surreale florilegio di Marx e Lenin viene ora perlopiù interpretato come un ritorno alle origini. Sarà dunque utile un veloce ripasso.

Per chiarire quale fosse la teoria rivoluzionaria dei vertici del Partito democratico prima dell’arrivo di Renzi basterebbe ricordare come Pier Luigi Bersani, all’inizio del 2011, non si facesse scrupolo di esortare a una comune alleanza anche un «terzo polo» guidato da Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini (altro che Renzi e Calenda), per non parlare del modo in cui, alla fine di quello stesso anno, decideva di appoggiare l’ascesa a Palazzo Chigi di Mario Monti (con un governo tecnico assai più conservatore e incline all’austerità di quello guidato da Mario Draghi) e insisteva, anche contro una parte della sua segreteria, perché arrivasse fino al termine della legislatura.

Una linea sintetizzata da Massimo D’Alema nel bizzarro slogan «Con Monti, oltre Monti», di cui ha lasciato testimonianza anche in un libro-intervista, scritto appena in tempo per la campagna elettorale del 2013 (Controcorrente, Laterza).

Tra i pochissimi che provarono a correggere quella linea, a onor del vero, c’erano Stefano Fassina e Matteo Orfini. Certamente non c’era Enrico Letta, di cui resta memorabile il biglietto inviato al neopresidente del Consiglio Monti in parlamento, prontamente catturato dai fotografi, in cui definiva il nuovo esecutivo «un miracolo» (per la precisione, perché anche il tono conta, il messaggio si concludeva con queste parole: «Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!»)

La reinvenzione del profilo politico di Letta è infatti la più sbalorditiva di tutte. Ma è ancora niente rispetto al gioco di prestigio con cui, dopo avere eguagliato cinque anni dopo il risultato più disastroso della storia del partito (quello del Partito democratico renziano del 2018), ha pensato bene che in attesa dell’inevitabile congresso, lui e l’intero gruppo dirigente (non) uscente dovessero organizzare nientemeno che la sua rifondazione.

Il summenzionato dibattito para-leninista è la conseguenza inevitabile di questo gioco di specchi, ma anche dell’inerzia di chi dovrebbe pretendere un vero ricambio e si lascia intortare come un allocco. Senza capire che l’esito ultimo di tanti magniloquenti discorsi su Marx, Lenin e la necessità di cambiare il mondo è la demolizione del Pd in quanto tale, cioè in quanto partito capace di rappresentare la grande maggioranza riformista del centrosinistra (contrariamente a un’altra lunga serie di luoghi comuni, il Partito democratico non nacque infatti come partito unico del centrosinistra, ma come unione delle sue correnti riformiste).

Preoccupati di perdere il congresso del partito che c’è, i responsabili della disfatta elettorale stanno provando dunque a inventarsene un altro in questa singolare «fase costituente» preliminare, per cercare di rimescolare le carte ancora una volta. E così, per giustificare la fondazione di un nuovo soggetto, implicitamente o esplicitamente hanno finito per certificare il fallimento del partito attuale.

Eppure è vero l’esatto contrario. Il progetto del Partito democratico è stato un completo successo, caso più unico che raro nella storia della politica italiana in cui la fusione di due partiti abbia portato a un risultato elettorale superiore alla loro somma, tanto da non essere più messo in discussione nei successivi quindici anni (l’altro caso era il Popolo della Libertà, nato proprio per rispondere da destra a quella sfida, che però è durato assai meno).

Se il Partito democratico ha potuto esercitare un ruolo centrale nella politica italiana pur non avendo mai pienamente vinto le elezioni, se i suoi esponenti hanno potuto fare tante volte i ministri, se i suoi gruppi dirigenti hanno potuto fare e disfare tanti governi, la ragione sta proprio nella scelta di lasciarsi alle spalle partiti e partitini di centro, di sinistra e di centrosinistra – quelli sì falliti – buoni solo a farsi la guerra tra loro. Eppure, di questo passo, è proprio lì che rischiano di tornare.

 

mercoledì 30 novembre 2022

Il suicidio di Septimus

 

 

Durante la festa da lei organizzata Mrs Dalloway sembra accorgersi della maschera che da sempre indossa e che si è imposta nel momento in cui ha sposato Richard Dalloway: una signora dell'alta società, educata e controllata. Si accorge che sposando Mr Dalloway oltre al cognome ha perso anche la propria identità individuale, o forse si rende conto di aver sempre nascosto la sua vera identità a causa delle imposizioni della società. Da qui scaturisce il ricordo dell'amicizia con Sally, intensa, profonda e autentica, in cui forse solo per poco è emersa la vera Clarissa. Proprio per questo Mrs Dalloway ha timore di questa vecchia amicizia con una donna forte, libera e indipendente che ha sposato un uomo di basso rango, Sally incarna tutto quello che lei non riesce ad essere e che vorrebbe essere, o meglio che forse un tempo voleva essere. Ed è qui che interviene la catarsi, durante la festa la moglie del Dr Bradshaw racconta del suicidio di un uomo, Septimus (altro protagonista del romanzo), sconosciuto a Clarissa. Sentendo la storia, la donna prova una specie di empatia, riconoscendosi nel gesto di liberazione dell'uomo. Questo è il punto di connessione tra Clarissa e Septimus, e culmine del romanzo.
(Alessandro Cane)

Come viene propriamente raccontato il suicidio di Septimus?  Il romanzo è scritto in terza persona, ma non c'è una sola voce narrante. Normalmente il discorso riflette un punto di vista che è quello del personaggio principale, Clarissa Dalloway. Septimus Warren Smith è l'altro personaggio di assoluto rilievo. E' lui a parlare del suo suicidio, prendendo la parola a un certo punto. Una trentina di pagine più in là, assistiamo a una ripresa del medesimo fatto in forma di notizia. La signora Dalloway si confronta con il tema della morte. (Giovanni Carpinelli)

Il suicidio di Septimus

Septimus la sentì che parlava a Holmes dalle scale.
"Ma, cara signora, sono venuto da amico" diceva Holmes.
"No, Non le permetterò di vedere mio marito", disse lei.
La vedeva, era una chioccia con le ali spiegate a sbarrare il passaggio. Ma Holmes insisteva.
"Ma cara signora, mi permetta... " diceva Holmes, e la spingeva da parte. Holmes avrebbe detto: "Ha paura, eh?". Holmes l'avrebbe raggiunto. No: né Holmes, né Bradshaw. Si tirò su, incerto sulle gambe, e barcollando da un piede all'altro, prima prese in considerazione il coltello della signora Filmer con la scritta "Pane" incisa sul manico. No, meglio non sciuparlo. Il gas? Era troppo tardi. Holmes stava arrivando. Avrebbe potuto prendere il rasoio, ma Rezia [la moglie], che pensava sempre a queste cose, lo aveva già impacchettato. Non rimaneva che la finestra, l'ampia finestra della casa di Bloomsbury; la faticosa, incresciosa e piuttosto melodrammatica faccenda di aprire la finestra e buttarsi di sotto. Era la loro idea di tragedia, non la sua, né di Rezia (perché lei era dalla parte sua). A Holmes e Bradshaw piacevano quel genere di cose. (Si sedette sul davanzale.) Avrebbe aspettato fino all'ultimo momento. Non aveva voglia di morire. La vita era bella. Il sole caldo. E gli esseri umani? Un uomo che scendeva dalla scala di fronte si fermò, e lo fissò sbalordito. Holmes era ormai alla porta. "Lo volete voi!" gridò, e si buttò di sotto con tutte le sue forze, con violenza, giù sulla cancellata del giardinetto della signora Filmer. (traduzione di Nadia Fusini, come per il brano successivo).

La reazione di Clarissa

Con la voce abbassata, attirando la signora Dalloway nel rifugio della comune femminilità, del comune orgoglio che entrambe provavano per le illustri qualità dei loro mariti, e la loro tendenza a lavorare troppo, Lady Bradshaw (povera oca - in fondo non era così male) le sussurrò che proprio mentre stavano per uscire, era stato chiamato al telefono; un caso molto triste. Un giovane uomo (è quello che Sir William sta raccontando alla gente o al signor Dalloway) si è ucciso. Era stato in guerra. “Oh… Nel bel  mezzo della mia festa, ecco la morte” pensò.
[...] Che bisogno avevano i Bradshaw di parlare della morte alla sua festa? Un giovane s'era ucciso. E ne vengono a parlare alla mia festa i Bradshaw parlavano della morte. S'era ucciso - ma come? Reagiva sempre così, quando d'improvviso qualcuno le raccontava una disgrazia: il vestito andava in fiamme, , il corpo le bruciava. Si era buttato dalla finestra.. D'un lampo il suolo era sfrecciato in alto; alla cieca, le punte rugginose dell'inferriata l'avevano infilzato, trafitto. Giaceva lì per terra col cervello che batteva, bun, bum, e poi un gran nero lo soffocò. Lei lo vide così. Ma perché l'aveva fatto? E i Bradshaw ne venivano a parlare alla sua festa!
Lei una volta aveva buttato uno scellino nella Serpentine, niente di più. Ma lui aveva scaraventato via tutto. Loro (aveva pensato tutto il giorno a Bourton, a Peter, a Sally), loro invecchiavano. Ma una cosa c'era che contava, una cosa infestata di chiacchiere, sfigurata, offuscata nella sua stessa vita, che ogni giorno lei lasciava cadesse nella corruzione, nella menzogna, nelle chiacchiere. Questa cosa lui l'aveva preservata. La morte è una sfida. La morte è un tentativo di comunicare: la gente sente l'impossibilità di raggiungere il centro che misticamente ci sfugge; così ciò che è vicino si allontana; l'estasi svanisce; si resta soli. Nella morte c'è un abbraccio.
Ma quell'uomo giovane s'era ucciso . s'era buttato tenendo stretto il suo tesoro? "Se dovessi morire ora sarebbe la perfetta felicità" s'era detta una volta, scendendo le scale vestita di bianco.
[...] Strano, incredibile. Non era mai stata tanto felice. Non c’era niente che fosse abbastanza lento, niente che durasse abbastanza a lungo. Non c'era piacere, pensò, raddrizzando le sedie, rimettendo a posto un libro nello scaffale, che eguagli il senso di averla fatta finita coi fasti della giovinezza, di essersi perduta nel corso della vita, per ritrovarla ora, con un brivido di gioia, al sorgere del sole, al calare del giorno.

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venerdì 25 novembre 2022

Leone Ginzburg a Torino

 
 
 

 
Elisabetta Pagani, A Torino l'archivio di Leone Ginzburg, "Dobbiamo difendere l'antifascismo, La Stampa, 25 novembre 2022
 
«Il russo di Torino». Così era stato affettuosamente soprannominato Leone Ginzburg dai suoi amici. «Un soprannome eloquente» osserva il figlio Carlo. Un soprannome in cui è condensato il suo fortissimo legame con la città. «Perché Torino fu decisiva per la sua formazione, per la rete di amicizie costruite, per la partecipazione alla fondazione della casa editrice Einaudi». E fu centrale «nella sua attività politica clandestina contro il Fascismo e nella sua attività intellettuale». Ecco perché, ora, Leone Ginzburg "torna" a Torino.
I figli Carlo e Alessandra hanno deciso di donare l'archivio del padre - composto da lettere, manoscritti e documenti «in gran parte inediti» finora custoditi dalla famiglia - alla Fondazione Polo del '900, che già ospita quelli di altri protagonisti del Novecento come Primo Levi e Piero Gobetti.
Il nucleo più consistente riguarda il carteggio tra Leone Ginzburg e la moglie e scrittrice Natalia Levi. «Sono le lettere che si scrissero prima e dopo il matrimonio - racconta il figlio Carlo, che aveva 5 anni quando nel 1944 il padre morì nel carcere di Regina Coeli -. Lettere di quando era in prigione, degli anni della promulgazione delle leggi razziali che gli tolsero la cittadinanza (ottenuta nel '31), del confino a Pizzoli, in Abruzzo. Presto dovrebbero essere pubblicate» aggiunge sottolineando i contatti avuti con Domenico Scarpa del Centro Studi Primo Levi.
A questo prezioso materiale si sommano le missive scritte a Norberto Bobbio, le cartoline inviategli da Benedetto Croce, un quaderno di appunti del 1921 e una novella inedita del 1925 «che gettano luce sulla sua sorprendente precocità», oltre alla traduzione di Taras Bul'ba di Nikolaj Gogol' e ad appunti su saggi come La tradizione del Risorgimento, che «mostrano le correzioni che apportava, il suo modo di lavorare».
«Donare questo archivio nell'Italia di oggi, che per la prima volta dal Dopoguerra ha un governo di destra, significa difendere la Repubblica nata dalla Resistenza, nel presente e nel futuro - spiega Carlo Ginzburg -. Un punto va subito chiarito: non siamo di fronte a un risorgere del fascismo, ma non possiamo nascondere che l'antifascismo rischia di essere cancellato e di sparire dalla coscienza delle prossime generazioni. Mi pare - prosegue lo storico - che ci sia un processo che è già cominciato da parte della destra per cancellare questo legame e a cui bisogna guardare con vera preoccupazione. Il ruolo di Mattarella è fondamentale. Vedo quello che vediamo tutti, una sinistra fragile e senza idee e un rischio per l'antifascismo. La situazione è grave. E il peggio secondo me deve ancora arrivare».
Leone Ginzburg dell'antifascismo è un simbolo. Nato nel 1909 a Odessa in una famiglia ebrea, colta, agiata e cosmopolita, arriva in Italia nel 1914, e a Torino negli Anni 20, quando frequenterà i licei Gioberti e poi D'Azeglio, con compagni come Bobbio e dove per l'acutezza e la cultura verrà definito discepolo maestro. E poi le facoltà di Legge e soprattutto Lettere. Più avanti, da docente, rifiuterà di giurare fedeltà al Fascismo. Vivrà anni da sorvegliato speciale, verrà arrestato due volte, la seconda nel 1943. «Morì in seguito alle torture. In carcere venne torturato dai nazisti. C'è la testimonianza di Sandro Pertini che lo incontrò con il volto sfigurato e a cui mio padre disse: "guai a noi se domani nella nostra condanna investiremo tutto il popolo tedesco. Dobbiamo distinguere tra popolo e nazisti"». Una frase che risuona ancora più forte in tempi di guerra tornata nel cuore dell'Europa. «C'è solo un modo per leggere quella frase - sottolinea il figlio Carlo - ed è pensando al futuro dell'Europa. Mio padre si sentiva cittadino europeo. Partecipò alla diffusione del Manifesto di Ventotene. E si sentiva italiano. Come ricordò Vittorio Foa entrò in clandestinità solo dopo aver ottenuto la cittadinanza».
Ora l'archivio di Ginzburg prenderà forma al Polo del '900, che vuole condividerlo e valorizzarlo. «Abbiamo iniziato il riordino del materiale. In tutto sei scatoloni - racconta il figlio Carlo - e presto lo porteremo qui. Con questo passaggio non si chiude un cerchio ma si apre una spirale. Che continuerà con la pubblicazione del carteggio fra i miei genitori e proseguirà con altri progetti». —

domenica 13 novembre 2022

Kherson ucraina

 

 


Paolo Brera, Kherson torna in Ucraina. L'arrivo dei soldati di Kiev festeggiato nelle strade, La Repubblica, 12 novembre 2022

Centinaia di bandiere gialle e blu sventolano in piazza Svobody, “libertà”. Kherson, per otto mesi occupata, ieri è tornata libera. La gente esce incredula dagli scantinati, dagli appartamenti in cui ha vissuto blindata, e si aggrappa alle divise dei primi incursori ucraini, sbucati in centro con una jeep militare. Sono sempre di più. La folla solleva di peso una soldatessa, urlando di gratitudine e di gioia. L’incubo è finito. Internet era bloccato e censurato, nella Kherson russa; ma i primi incursori che perlustrano le strade per non far rischiare un’imboscata alle retrovie riversano sui social le immagini della folla impazzita. Le auto strombazzano i clacson, ovunque rispuntano le bandiere ucraine. A ogni minuto qualcuno in più si convince che è proprio vero: i russi se ne sono andati, ora sono liberi. Dalle tre locali di ieri mattina, come ha ufficialmente annunciato la Difesa russa, «le nostre forze armate hanno completato il ripiegamento» attraversando il fiume Dnipro e abbandonando interamente la riva destra. La grande controffensiva attesa da mesi, negata come «propaganda» dagli scettici, è finita con la debacle di un completo ritiro. Così ordinato, però, da lasciare molte domande senza risposta. Quarantamila soldati russi intrappolati, con le linee di rifornimento tagliate e i ponti sul fiume sotto tiro degli Himars, erano l’occasione militare per una vittoria eclatante sul campo di battaglia, con la distruzione di armi e attrezzature e la minaccia di un bagno di sangue se non si fossero arresi. Invece i russi se ne sono andati senza perdite, dice il Cremlino. Il ponte Antonovsky e il suo sostituto di chiatte all’ombra dei piloni sono saltati in aria, ma sono stati i russi a demolirli una volta passati. Ora quei soldati specializzati, con una capacità offensiva quasi intatta, possono essere schierati su altri fronti, senza alcun vantaggio tattico per l’Ucraina. Se Kiev lo ha consentito, è probabile esista davvero un tracciato per uscire da questa guerra folle, o almeno per avviare una de-escalation. Ma qui e ora ci sono le centinaia di bandiere che sventolano a Kherson mostrando la bellezza, la dignità e l’orgoglio di questa gente che non si è mai arresa. Erano qui anche il 6 marzo: tre giorni dopo l’arrivo in città dei russi, entrati senza sparare un colpo per il tradimento di chi ha aperto loro le porte della città. Era domenica, gli ucraini le sventolavano davanti ai blindati e ai Kalashnikov che osavano violare le loro strade: «A casa, a casa», urlavano, «soldato russo vai all’inferno». Una settimana dopo “U-cra-i-na! U-cra-i-na!”, urlava la folla, e «soldato russo, occupante fascista». I primi spari, il primo gambizzato. Ma rieccoli la domenica successiva, il 21; solo un po’ meno perché il lupo ora li azzannava davvero. Arrivarono l’imposizione del russo come lingua ufficiale, il rublo come moneta di scambio, la caccia ai dissidenti. Eppure erano sempre lì, il 27 marzo, in piazza con le bandiere gialle e blu. E allora figurati se oggi potevano lasciarle a casa. Le hanno conservate ben nascoste, i deportati in Crimea di queste ultime settimane raccontano il terrore e le sparizioni, le perquisizioni e l’ansia di essere il contatto sul cellulare di un altro patriota acciuffato. Eppure non si piegarono, è in questa città che i partigiani hanno alzato la testa: hanno ucciso il deputato “traditore” Alexej Kovalov, un blogger propagandista, un attivista filorusso... Dietro i primi incursori, il grosso delle truppe avanza cautamente nelle stradine polverose e minate. Almeno due auto saltano in aria. In ogni paesino distrutto da mesi di guerra durissima spuntano come bucaneve i sopravvissuti, anziane babushke baciano i marcantoni in divisa, i bambini saltellano felici vedendo arrivare i Robocop in mimetica armati fino ai denti. La riconquista sarebbe velocissima, se non pagasse tributo a felicità incontenibili. Tutto il Paese è in festa, anche se non c’è un solo giorno davvero
sereno: ieri un missile russo ha centrato un palazzo a Mykolaiv, sette morti. Non è finita; tutti sanno che si chiude un capitolo, non il libro. Ma oggi è oggi: Konstantin Ryzhenko, giornalista di Kherson, lancia sui social la maratona della gioia: «Ragazzi postate la foto di come festeggiate la liberazione», ed è uno stupendo brindisi collettivo, prosecco e vino bianco, whisky e “Sangue degli orchi”. Sorrisi e ottimismo per tutti. A Odessa il centro è pieno di gente e slogan, di canti e bandiere. A Kherson si balla di notte. Ma è ora di voltare pagina, mentre sminatori e procuratori cercheranno di ripulire città e villaggi senza perdere traccia dei crimini. È già ora di tremare per la diga di Nova Kakovka, fortemente danneggiata: se venisse abbattuta, Kherson sarebbe allagata da uno tsunami.