Francesco Cundari, Cupio dissolvi. Il dibattito para-leninista sulla rifondazione del Pd è il solito gioco delle tre carte, L'Inkiesta, 3 dicembre 2022
Il surreale dibattito sulle radici anticapitaliste
del Partito democratico con cui si è aperta la sua «fase costituente»
rischia di accreditare il luogo comune secondo cui quel progetto sarebbe
stato un fallimento sin dall’inizio, avendo avuto la pretesa di unire
due tradizioni, post-comunista e post-democristiana, che insieme non
potevano stare e che avrebbero fatto meglio a rimanere divise.
Come spesso accade in politica, il luogo comune coniato dagli
avversari è stato progressivamente fatto proprio dai suoi bersagli, cioè
da buona parte dei fondatori del Partito democratico.
Ma il vero motivo per cui molti di quei dirigenti sono arrivati a
tale funesta conclusione è in verità la migliore dimostrazione del
contrario. Se infatti, ex post, ne hanno denunciato il peccato
originale, non è perché quel progetto sia fallito, ma perché ha
funzionato così bene da poter fare a meno di loro.
Di qui la reinvenzione della tradizione, funzionale ad attribuire a
Matteo Renzi lo snaturamento del Partito democratico, che da lui sarebbe
stato trasformato in un partito di destra neoliberista, rispetto a un
mitico passato socialista e rivoluzionario. Salvo poi scoprire, come è
accaduto alla prima riunione della «costituente» chiamata a rifondarlo,
che il Manifesto dei valori steso all’atto della sua fondazione già
conteneva simili tare.
In proposito il gioco delle parti ha raggiunto negli due ultimi
giorni vette inarrivabili. Il resoconto del dibattito pubblicato ieri da
tutti i giornali non lascia spazio a dubbi circa il significato
dell’operazione: ci sono Roberto Speranza e Andrea Orlando che se la
prendono con il neoliberismo di cui sarebbe impregnata la carta
fondativa del 2007 (difetto di cui sembrano essersi accorti solo nel
2022, e che comunque non ha impedito al primo di fare il parlamentare e
anche il capogruppo del Partito democratico fino al 2015, al secondo di
fare il parlamentare e il ministro, praticamente a tutto, fino all’altro
ieri); c’è Gianni Cuperlo che cita l’undicesima tesi su Feuerbach di
Karl Marx: «I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi;
si tratta però di mutarlo» (nella versione di Palmiro Togliatti, ma a
dire il vero le cronache non specificano a quale traduzione si sia
attenuto Cuperlo, ammesso che non l’abbia citata direttamente in
tedesco); c’è la neoparlamentare Caterina Cerroni, coordinatrice dei
Giovani democratici, che confida: «Leggevo Chomsky che citava Lenin,
secondo cui senza teoria rivoluzionaria non esiste alcuna pratica
rivoluzionaria» (dove la crisi dell’idea rivoluzionaria è dimostrata
soprattutto dalla pigrizia di non andarsi a cercare nemmeno la citazione
alla fonte diretta).
Tutto questo surreale florilegio di Marx e Lenin viene ora perlopiù
interpretato come un ritorno alle origini. Sarà dunque utile un veloce
ripasso.
Per chiarire quale fosse la teoria rivoluzionaria dei vertici del
Partito democratico prima dell’arrivo di Renzi basterebbe ricordare come
Pier Luigi Bersani, all’inizio del 2011, non si facesse scrupolo di
esortare a una comune alleanza anche un «terzo polo» guidato da Pier
Ferdinando Casini e Gianfranco Fini (altro che Renzi e Calenda), per non
parlare del modo in cui, alla fine di quello stesso anno, decideva di
appoggiare l’ascesa a Palazzo Chigi di Mario Monti (con un governo
tecnico assai più conservatore e incline all’austerità di quello guidato
da Mario Draghi) e insisteva, anche contro una parte della sua
segreteria, perché arrivasse fino al termine della legislatura.
Una linea sintetizzata da Massimo D’Alema nel bizzarro slogan «Con
Monti, oltre Monti», di cui ha lasciato testimonianza anche in un
libro-intervista, scritto appena in tempo per la campagna elettorale del
2013 (Controcorrente, Laterza).
Tra i pochissimi che provarono a correggere quella linea, a onor del
vero, c’erano Stefano Fassina e Matteo Orfini. Certamente non c’era
Enrico Letta, di cui resta memorabile il biglietto inviato al
neopresidente del Consiglio Monti in parlamento, prontamente catturato
dai fotografi, in cui definiva il nuovo esecutivo «un miracolo» (per la
precisione, perché anche il tono conta, il messaggio si concludeva con
queste parole: «Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli
esistono!»)
La reinvenzione del profilo politico di Letta è infatti la più
sbalorditiva di tutte. Ma è ancora niente rispetto al gioco di prestigio
con cui, dopo avere eguagliato cinque anni dopo il risultato più
disastroso della storia del partito (quello del Partito democratico
renziano del 2018), ha pensato bene che in attesa dell’inevitabile
congresso, lui e l’intero gruppo dirigente (non) uscente dovessero
organizzare nientemeno che la sua rifondazione.
Il summenzionato dibattito para-leninista è la conseguenza
inevitabile di questo gioco di specchi, ma anche dell’inerzia di chi
dovrebbe pretendere un vero ricambio e si lascia intortare come un
allocco. Senza capire che l’esito ultimo di tanti magniloquenti discorsi
su Marx, Lenin e la necessità di cambiare il mondo è la demolizione del
Pd in quanto tale, cioè in quanto partito capace di rappresentare la
grande maggioranza riformista del centrosinistra (contrariamente a
un’altra lunga serie di luoghi comuni, il Partito democratico non nacque
infatti come partito unico del centrosinistra, ma come unione delle sue
correnti riformiste).
Preoccupati di perdere il congresso del partito che c’è, i
responsabili della disfatta elettorale stanno provando dunque a
inventarsene un altro in questa singolare «fase costituente»
preliminare, per cercare di rimescolare le carte ancora una volta. E
così, per giustificare la fondazione di un nuovo soggetto,
implicitamente o esplicitamente hanno finito per certificare il
fallimento del partito attuale.
Eppure è vero l’esatto contrario. Il progetto del Partito democratico
è stato un completo successo, caso più unico che raro nella storia
della politica italiana in cui la fusione di due partiti abbia portato a
un risultato elettorale superiore alla loro somma, tanto da non essere
più messo in discussione nei successivi quindici anni (l’altro caso era
il Popolo della Libertà, nato proprio per rispondere da destra a quella
sfida, che però è durato assai meno).
Se il Partito democratico ha potuto esercitare un ruolo centrale
nella politica italiana pur non avendo mai pienamente vinto le elezioni,
se i suoi esponenti hanno potuto fare tante volte i ministri, se i suoi
gruppi dirigenti hanno potuto fare e disfare tanti governi, la ragione
sta proprio nella scelta di lasciarsi alle spalle partiti e partitini di
centro, di sinistra e di centrosinistra – quelli sì falliti – buoni
solo a farsi la guerra tra loro. Eppure, di questo passo, è proprio lì
che rischiano di tornare.