venerdì 25 novembre 2022

Leone Ginzburg a Torino

 
 
 

 
Elisabetta Pagani, A Torino l'archivio di Leone Ginzburg, "Dobbiamo difendere l'antifascismo, La Stampa, 25 novembre 2022
 
«Il russo di Torino». Così era stato affettuosamente soprannominato Leone Ginzburg dai suoi amici. «Un soprannome eloquente» osserva il figlio Carlo. Un soprannome in cui è condensato il suo fortissimo legame con la città. «Perché Torino fu decisiva per la sua formazione, per la rete di amicizie costruite, per la partecipazione alla fondazione della casa editrice Einaudi». E fu centrale «nella sua attività politica clandestina contro il Fascismo e nella sua attività intellettuale». Ecco perché, ora, Leone Ginzburg "torna" a Torino.
I figli Carlo e Alessandra hanno deciso di donare l'archivio del padre - composto da lettere, manoscritti e documenti «in gran parte inediti» finora custoditi dalla famiglia - alla Fondazione Polo del '900, che già ospita quelli di altri protagonisti del Novecento come Primo Levi e Piero Gobetti.
Il nucleo più consistente riguarda il carteggio tra Leone Ginzburg e la moglie e scrittrice Natalia Levi. «Sono le lettere che si scrissero prima e dopo il matrimonio - racconta il figlio Carlo, che aveva 5 anni quando nel 1944 il padre morì nel carcere di Regina Coeli -. Lettere di quando era in prigione, degli anni della promulgazione delle leggi razziali che gli tolsero la cittadinanza (ottenuta nel '31), del confino a Pizzoli, in Abruzzo. Presto dovrebbero essere pubblicate» aggiunge sottolineando i contatti avuti con Domenico Scarpa del Centro Studi Primo Levi.
A questo prezioso materiale si sommano le missive scritte a Norberto Bobbio, le cartoline inviategli da Benedetto Croce, un quaderno di appunti del 1921 e una novella inedita del 1925 «che gettano luce sulla sua sorprendente precocità», oltre alla traduzione di Taras Bul'ba di Nikolaj Gogol' e ad appunti su saggi come La tradizione del Risorgimento, che «mostrano le correzioni che apportava, il suo modo di lavorare».
«Donare questo archivio nell'Italia di oggi, che per la prima volta dal Dopoguerra ha un governo di destra, significa difendere la Repubblica nata dalla Resistenza, nel presente e nel futuro - spiega Carlo Ginzburg -. Un punto va subito chiarito: non siamo di fronte a un risorgere del fascismo, ma non possiamo nascondere che l'antifascismo rischia di essere cancellato e di sparire dalla coscienza delle prossime generazioni. Mi pare - prosegue lo storico - che ci sia un processo che è già cominciato da parte della destra per cancellare questo legame e a cui bisogna guardare con vera preoccupazione. Il ruolo di Mattarella è fondamentale. Vedo quello che vediamo tutti, una sinistra fragile e senza idee e un rischio per l'antifascismo. La situazione è grave. E il peggio secondo me deve ancora arrivare».
Leone Ginzburg dell'antifascismo è un simbolo. Nato nel 1909 a Odessa in una famiglia ebrea, colta, agiata e cosmopolita, arriva in Italia nel 1914, e a Torino negli Anni 20, quando frequenterà i licei Gioberti e poi D'Azeglio, con compagni come Bobbio e dove per l'acutezza e la cultura verrà definito discepolo maestro. E poi le facoltà di Legge e soprattutto Lettere. Più avanti, da docente, rifiuterà di giurare fedeltà al Fascismo. Vivrà anni da sorvegliato speciale, verrà arrestato due volte, la seconda nel 1943. «Morì in seguito alle torture. In carcere venne torturato dai nazisti. C'è la testimonianza di Sandro Pertini che lo incontrò con il volto sfigurato e a cui mio padre disse: "guai a noi se domani nella nostra condanna investiremo tutto il popolo tedesco. Dobbiamo distinguere tra popolo e nazisti"». Una frase che risuona ancora più forte in tempi di guerra tornata nel cuore dell'Europa. «C'è solo un modo per leggere quella frase - sottolinea il figlio Carlo - ed è pensando al futuro dell'Europa. Mio padre si sentiva cittadino europeo. Partecipò alla diffusione del Manifesto di Ventotene. E si sentiva italiano. Come ricordò Vittorio Foa entrò in clandestinità solo dopo aver ottenuto la cittadinanza».
Ora l'archivio di Ginzburg prenderà forma al Polo del '900, che vuole condividerlo e valorizzarlo. «Abbiamo iniziato il riordino del materiale. In tutto sei scatoloni - racconta il figlio Carlo - e presto lo porteremo qui. Con questo passaggio non si chiude un cerchio ma si apre una spirale. Che continuerà con la pubblicazione del carteggio fra i miei genitori e proseguirà con altri progetti». —

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