martedì 23 giugno 2026

Riflessioni di Camilleri



pensieri dalle «pietre eterne»

Intervista (quasi) impossibile. Un frammento di un testo più ampio (liberamente accessibile) che propone un confronto, basato su suoi testi e dichiarazioni con il maestro di Porto Empedocle. E aiuta a chiarirsi le idee sulla sua profondità di pensiero, al di là dei romanzi

Giuseppe Marci

Il Sole 24ore, 20 giugno 2026

Lo lascerò parlare cercando di non intromettermi con troppi preamboli in questa intervista che sarebbe quasi impossibile, se non fosse per la gran mole di informazioni disseminate da Camilleri, come se prevedesse ogni nostra domanda. Il problema è che molte volte non lo abbiamo letto con attenzione, abbiamo finito col sovrapporci, perdendo la possibilità di comprendere. E lo chiamerò Professore, come reciprocamente abbiamo sempre fatto.

La sua lingua, Professore Camilleri, è un idioletto familiare?

Lei, Professore Marci, vuole affondare il coltello in una piaga che ancora duole, per l’incomprensione riguardante la parte essenziale del mio lavoro. Tutti hanno avuto in dono un idioletto familiare, il lessico di una famiglia e di una comunità, fatto di consuetudine, vicinanza e affetti: freschezza propria delle parole dette e ascoltate. La scrittura, però, è altra cosa e pensare di travasarvi le forme dell’oralità come facessimo un copia e incolla è atteggiamento ingenuo dal quale spero che lei rifugga, come dovrebbero rifuggire i suoi colleghi accademici.

Lei spesso mette in relazione gli esseri umani col mondo naturale, il mare, la terra, gli alberi: gliene fa percepire il respiro, udire i suoni che sono quasi una musica, concorrono a comporre l’armonia universale.

Molti miei personaggi hanno una visione del mondo e in base a quella agiscono. O, come minimo, ci provano: non è facile percepire l’armonia universale, ma rinunciare a ricercarla significa perdere la possibilità di trovare, insieme, un equilibrio interiore e una strada verso la conoscenza.

Prima di fare lo scrittore lei è stato regista.

Così pare, a guardare dall’esterno le differenti fasi professionali che ho interpretato.

Perché invece?

Ripensandoci a cose fatte, mi sembra di poter pensare alla mia vita come a un lungo apprendistato iniziato quando ero bambino con la scoperta dei libri, in poesia e in prosa, diversi per genere letterario: tutti capaci di accendere la fantasia, di generare l’innamoramento per la scrittura, il gusto delle parole cariche di valori semantici. Mi incantavo a osservare come ciascuno scrittore, ognuno a suo modo, riusciva a combinarle. Per passione ho studiato i dizionari; ero affascinato dalla ricchezza dei vocaboli, una serie che alle volte mi sembrava immensa e che immaginavo potesse dare una libertà altrettanto sconfinata a chi sapesse impiegare le parole per costruire racconti. Ho letto molto, e traccia di tali letture è rimasta nella mia mente.

Mario Ceroli ha realizzato un’opera intitolata «La tela di Penelope», che già dal titolo trasmette un’idea. L’artista, osservando da bambino, con occhi di meraviglia, il lavoro della nonna al telaio, lo percepiva senza fine, come se i gesti della tessitura si potessero moltiplicare all’infinito. Così è stato per me, e forse per gli altri telespettatori, ascoltandola mentre, in tv con Domenico Iannacone, descriveva sfumature di colori, anch’esse infinite. Come infinite mi sembrano, in certi momenti, le sue parole, nelle variazioni che mi fanno dannare mentre cerco di incasellarle nell’ordine di un dizionario della lingua vigatese: sapendo che cercare di incasellare ciò che è fluido e in continuo divenire e un’impresa al limite dell’assurdo.

Oh, ecco: finalmente si parla del vigatese. Me lo ha fatto sospirare per tutto il tempo dell’intervista, ma almeno è riuscito a dirlo passabilmente.

Professore Camilleri, cosa è l’eternità?

Professore Marci, mi consente di parlare con lei come Stesicoro faceva con me, quando gli feci un’intervista impossibile?

Lo considererei un privilegio.

Allora, figlio mio, ascoltami e cerca di capire, anche se il concetto alla maggior parte degli uomini appare difficile. Ostinarsi su un’opinione come fosse l’unica, può non condurre a un buon risultato. Vale nelle scelte della vita privata e in quelle delle attività pubbliche. Vale, quel che più conta, nell’orientamento dei pensieri e nei conseguenti modi d’agire. Ho impiegato una vita, più di novanta anni, per arrivare non a definire il concetto, ma a non rifiutarlo per consuetudine di ragionamento. Non sono riuscito a capire, ma a intuire: mi sembra! A questo sono giunto, come vi ho detto qualche tempo fa, una sera in Sicilia, conversando su Tiresia: “venendo qui […] su queste pietre eterne”. Stai attento: non ho detto sulle pietre che formano il teatro greco di Siracusa, non ho parlato del monumento, che certo è importante e dice della storia e della cultura dell’uomo. Io ho parlato di “pietre eterne”, come quelle che vivono pure nella terra dalla quale vieni, spero che tu ne abbia avvertito il respiro, la voce silenziosa che parla a chi riesce a udirla. Occorre un lento esercizio, per riuscire a percepirla, un esercizio del corpo e della mente che deve rendersi libera dagli schemi cui per praticità ci siamo abituati. Bisogna riuscire a pensare l’impossibile, a confidare in ciò che abbiamo sempre rimosso, temendolo. Ti auguro di percorrere la strada delle possibilità che non hai mai preso in considerazione. 

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