Fulvio Conti
Dino Frescobaldi, inviato speciale Corrispondenze dal Mediterraneo
Corriere della Sera, 22 giugno 2026
Nell’estate del 1955, quando arrivò a Belgrado come corrispondente del «Corriere della Sera», Dino Frescobaldi aveva ventinove anni. Nato a Firenze il 26 giugno 1926, apparteneva a una delle più antiche famiglie aristocratiche della città. Gli piaceva ricordare che un suo omonimo e lontanissimo antenato, raffinato verseggiatore del dolce stil novo, era stato colui che nel 1306, secondo il racconto di Boccaccio, aveva salvato i primi sette canti della Divina Commedia che Dante, al momento della sua fuga da Firenze, aveva dovuto abbandonare. All’università Frescobaldi ebbe come compagno di studi Giovanni Spadolini, di un anno più grande, col quale strinse un’amicizia che durò per tutta la vita e s’intrecciò a più riprese con la sua attività professionale. Probabilmente fu proprio Spadolini a metterlo in contatto con Mario Missiroli, all’epoca direttore del «Messaggero», che fin dal 1950 gli offrì di collaborare alla terza pagina del quotidiano romano, dapprima con brevi note e recensioni e poi con articoli più impegnativi.
Così, quando Missiroli passò alla direzione del «Corriere» e il giornale decise di inaugurare una corrispondenza dalla capitale jugoslava, la scelta cadde inaspettatamente sul giovane giornalista fiorentino, il quale non era neppure iscritto all’albo, ma già si era segnalato per alcuni servizi dall’estero per il «Messaggero» e la «Nazione». Fra questi una straordinaria intervista al primo ministro francese Pierre Mendès France, che apparve sulla «Nazione» nel dicembre 1954, al cadere di un anno cruciale nella storia della Francia, segnato dalla fine della guerra d’indocina con la drammatica sconfitta di Dien Bien Phu e dall’inizio della guerra d’algeria.
Il primo articolo pubblicato sul «Corriere», il 18 agosto 1955, conteneva una lucida disamina della situazione che si era venuta a creare nelle relazioni fra Jugoslavia e Unione Sovietica dopo la visita a Belgrado nel maggio precedente di Nikita Krusciov. Il leader sovietico non solo aveva ricucito lo strappo che si era prodotto nel 1948, quando Stalin aveva espulso la Jugoslavia dal Cominform accusando Tito di «deviazionismo», ma aveva pronunciato anche la prima clamorosa denuncia dello stalinismo, anticipatrice delle posizioni ben più esplicite che avrebbe assunto nel 1956 al XX congresso del Pcus.
Tito ne emergeva come un leader di statura mondiale, capace di tenere testa a Stalin senza vendersi all’Occidente, immediatamente accreditato come uno dei principali punti di riferimento di tutti quei Paesi in Asia e in Africa che si stavano liberando dal dominio coloniale e cercavano una posizione di equidistanza fra i due blocchi. Non a caso, egli era stato il maggiore artefice, insieme al leader indiano Nehru e a quello egiziano Nasser, della conferenza che si era tenuta a Bandung nell’aprile 1955, ospitata dal presidente indonesiano Sukarno, e aveva gettato le basi per la nascita del movimento dei Paesi non allineati. Un movimento che avrebbe fatto un significativo passo in avanti con l’incontro avvenuto nelle isole Brioni, in Jugoslavia, nel luglio 1956. «Non potevi avere complessivamente maggiore fortuna — scrisse Spadolini a Frescobaldi dopo il vertice di Brioni —: la tua andata a Belgrado ha coinciso con l’elevazione di codesta città a uno dei fulcri dell’equilibrio politico, non solo europeo, ma mondiale».
La presenza a Brioni fra i giornalisti accreditati si rivelò per Frescobaldi di straordinaria importanza. Fu lì che Tito, alla fine di un incontro a cui aveva partecipato anche Nehru, lo invitò ad avvicinarsi e lo presentò a Nasser. Dopo pochi giorni, appena rientrato in Egitto, Nasser per rispondere al rifiuto americano di finanziare la costruzione della diga di Assuan decise di nazionalizzare la compagnia che gestiva il traffico nel canale di Suez, posseduta in prevalenza da azionisti inglesi e francesi. Fu l’inizio della famosa crisi di Suez, che si protrasse dall’estate all’autunno del 1956 e si concluse con il fallimento dell’azione militare intentata dalla Francia e dall’inghilterra mediante lo sbarco di paracadutisti sul canale, e con le truppe israeliane intervenute in loro sostegno anch’esse costrette a ritirarsi. Missiroli, a cui Frescobaldi aveva accennato del colloquio avuto con Nasser, non ebbe dubbi e gli chiese di recarsi al Cairo col mezzo più rapido.
Sui fronti caldi
Seguì la guerra dei Sei giorni e quella del Kippur, raccontò l’avvento di Gheddafi e di Khomeini
«Ero molto giovane — avrebbe ricordato il giornalista —, appena trentenne. Quella di Suez si annunciava come una grande crisi internazionale. Al mio giornale altri inviati speciali avrebbero avuto molti più titoli di me per occuparsene. Ma il direttore tagliò corto: “Figurarsi se vogliono andare in Egitto in piena estate. Loro aspettano dicembre”».
Quell’esperienza fu assai importante nella crescita professionale di Frescobaldi e nell’evoluzione del suo atteggiamento rispetto alla questione mediorientale, in particolare del conflitto arabo-israeliano, di cui tante volte sarebbe tornato a occuparsi nel corso della sua carriera giornalistica. Era partito per l’Egitto su posizioni allineate con quelle del «Corriere», filo-israeliane e ostili all’avventurismo di Nasser, ma l’esperienza diretta lo portò a vedere le cose diversamente. «Gli arabi — scrisse — avevano le loro buone ragioni che in Occidente trovavano scarso ascolto. Anche il problema del Medio Oriente apparteneva a quelli dove il torto e la ragione non si dividono con un taglio netto». Parole inequivocabili e profetiche, che rivelano l’onestà intellettuale con la quale Frescobaldi, a partire da quella prima esperienza di inviato in uno scenario di guerra, avrebbe interpretato la sua professione. Curiosità, assenza di preconcetti, ricerca di fonti d’informazione diverse e di punti di vista alternativi, analisi acute che non si preoccupavano di compiacere i lettori.
Da allora continuò a occuparsi per il «Corriere» delle principali vicende del Medio Oriente e più in generale dei Paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo. Seguì le guerre dei Sei giorni e del Kippur, raccontò il colpo di Stato di Algeri del 1965 e quello di Tripoli del 1969 che sancì l’avvento al potere di Gheddafi. Fra il 1978 e il 1979 fu a Teheran per descrivere la crisi del regno di Reza Pahlavi e la nascita del regime islamico guidato da Khomeini. «Uno degli aspetti più delicati di tutta la situazione mediorientale — si legge in un suo articolo dell’81 — è costituito dal controllo di quegli stretti che sono le grandi arterie del petrolio». Nel pezzo si parlava degli stretti di Hormuz e di Babel-mandeb: sembra scritto oggi.
Nessun commento:
Posta un commento