lunedì 29 giugno 2026

Hezbollah escluso e presente

Naim Kassem

Francesca Mannocchi
Così l'accordo del Libano con Israele può scatenare una guerra civile

La Stampa, 29 giugno 2026

Il 26 giugno, a Washington, Israele e Libano hanno firmato un accordo quadro. Alla cerimonia era presente il Segretario di Stato Marco Rubio, che ha definito il momento «l’inizio dell’inizio». È una frase onesta, forse più di quanto intendesse: perché nel momento stesso in cui i rappresentanti dei due Paesi firmavano, nel Sud del Libano le forze israeliane continuavano a colpire, Hezbollah dichiarava l’accordo nullo e senza valore, e Benjamin Netanyahu precisava che le sue truppe rimarranno nella zona di sicurezza finché Hezbollah non sarà disarmato – cioè, nelle condizioni date, a tempo indeterminato. Otto giorni prima gli Stati Uniti e l’Iran avevano firmato un memorandum d’intesa con la stessa regia: stessa cerimonia ordinata, stesso linguaggio della condizionalità, stesse promesse di sequenze verificabili. Anche quel testo si era incrinato nel giro di ventiquattr’ore. La diplomazia americana produce accordi con grande efficienza. Tenerli in piedi è un’altra questione.

L’accordo tra Israele e Libano è un testo breve, costruito con il linguaggio ordinato della diplomazia americana: ritiro graduale, zone pilota, verifica, ritorno dei civili, ricostruzione, rafforzamento dell’esercito libanese. Sulla carta disegna una sequenza razionale: Israele arretra da alcune aree del Sud, l’esercito libanese vi entra, prende il controllo del territorio, smantella le infrastrutture dei gruppi armati, garantisce sicurezza e permette agli abitanti di tornare. Ma il Libano raramente obbedisce all’ordine delle carte, per questo l’accordo nasce fragile nel suo punto più importante cioè chiedere allo Stato libanese di comportarsi come se avesse già il monopolio della forza, mentre l’intero testo esiste proprio perché quel monopolio, in Libano, non esiste ancora. E qui sta il primo limite dell’accordo. Il soggetto che dovrebbe essere disarmato non è al tavolo. Hezbollah è il grande assente formale e il grande presente reale, è assente nella firma, ma è presente in ogni riga che parla di «gruppi armati non statali», di infrastrutture da smantellare, di minaccia da rimuovere, di libertà d’azione israeliana, di ritorno dei civili, di fondi per la ricostruzione da impedire a entità affiliate alla milizia. Questa è la contraddizione originaria: l’accordo è negoziato tra Stati, mentre il potere che deve essere sciolto non coincide con lo Stato. Hezbollah è stato indebolito, è vero, è stato colpito nella leadership, logorato dalla guerra e dalla pressione su Teheran, ma trattarlo come una variabile esterna allo Stato serve alla diplomazia, perché consente di firmare un testo tra governi, ma non serve alla realtà, perché la realtà libanese è costruita proprio sull’intreccio tra istituzioni statali, comunità confessionali, poteri armati e protettorati regionali. Il secondo limite è nelle “zone pilota”, una dovrebbe trovarsi a Sud del Litani, l’altra a Nord. Israele arretrerebbe da porzioni limitate di territorio, l’esercito libanese entrerebbe, gli Stati Uniti verificherebbero, la ricostruzione comincerebbe solo dopo la conferma del disarmo e dello smantellamento delle infrastrutture. La parola chiave è “verifica”. Il testo la usa come garanzia, ma rinvia i dettagli a un allegato di sicurezza. Chi verifica? Con quale mandato? Con quali strumenti? Con quale accesso al terreno? La supervisione viene affidata a un gruppo di coordinamento militare trilaterale con partecipazione americana, ma la catena di responsabilità resta opaca. L’esercito libanese riceverà aiuti, fondi, addestramento e condizioni, gli Stati Uniti metteranno risorse e pretenderanno risultati misurabili, Israele conserverà una zona di sicurezza e rivendicherà libertà d’azione finché riterrà che Hezbollah rappresenti una minaccia. Il Libano dovrà dimostrare che l’autorità dello Stato può prevalere su un attore armato senza trasformare la prova di sovranità in una guerra interna. E questa è la parte più pericolosa dell’accordo. Il testo parla di pace e sicurezza, ma il suo meccanismo operativo può riaprire lo spettro più antico della storia libanese: la guerra civile.

Hezbollah ha già respinto l’intesa, l’ha definita umiliante, nulla, costruita per imporre la resa del Libano a Israele. Hassan Fadlallah, deputato del blocco di Hezbollah, ha detto con chiarezza che l’accordo potrà essere applicato solo trascinando il Paese verso una guerra civile e il Libano conosce questa grammatica. Ogni volta la domanda rimane aperta: chi ha abbastanza forza per trasformare queste parole in comando effettivo? Il governo di Joseph Aoun e Nawaf Salam prova a rispondere che lo Stato deve tornare a essere il solo titolare della guerra e della pace. È una posizione necessaria. È anche una posizione fragile, perché il ritorno dello Stato non si decreta in un testo firmato a Washington, si misura nelle cittadine del Sud in cui l’esercito entra, nel checkpoint che apre o chiude, nella famiglia che torna a casa, nella milizia che accetta o rifiuta di arretrare, nella comunità che decide se vedere lo Stato come protezione o come esecutore di un ordine straniero. Israele, da parte sua, ha ottenuto il punto decisivo: il ritiro resta subordinato al disarmo di Hezbollah. Netanyahu ha presentato l’accordo come un successo proprio perché consente all’esercito israeliano di restare nella zona di sicurezza finché la minaccia non sarà rimossa. Il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato di una permanenza prolungata. Questo significa che l’accordo, nato per costruire una via d’uscita dall’occupazione, può diventare il dispositivo che la organizza nel tempo. Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali in Libano, ma conserva il criterio militare con cui decidere quando la minaccia sarà finita. In un conflitto asimmetrico, chi definisce la minaccia definisce anche la durata dell’eccezione.

Gli Stati Uniti chiamano l’approccio dell’accordo performance based, fondato sui risultati, è un linguaggio solo apparentemente pragmatico, che in realtà applica a una frattura storica la logica della condizionalità: aiuti in cambio di riforme, ritiro in cambio di disarmo. Funziona nei documenti ma si inceppa nella realtà perché il soggetto chiamato a compiere l’azione principale, lo Stato libanese, deve agire contro un soggetto armato che rappresenta una parte del suo stesso corpo politico. La diplomazia americana ha interesse a presentare l’accordo come una vittoria: sottrae il dossier libanese all’Iran, rimette Israele ha interesse a presentarlo come una vittoria: ottiene il principio del disarmo totale di Hezbollah, mantiene una zona di sicurezza, lega il proprio ritiro a condizioni che può giudicare insufficienti, trasforma la pressione militare in architettura negoziale. Il governo libanese ha interesse a presentarlo come una possibilità: ha bisogno di far tornare gli sfollati, ricostruire il Sud, fermare l’avanzata israeliana, impedire che l’Iran parli per il Libano e dimostrare che la sovranità nazionale appartiene ancora a Beirut. Ma il giorno dopo la firma, l’accordo era già dentro la sua contraddizione. Hezbollah lo ha respinto, Israele ha colpito ancora nel Sud, a Beirut i sostenitori del partito scendevano in strada. Per questo la parola pace, in questo accordo, resta fragile.

Una pace vera riduce il potere delle armi e riapre lo spazio della politica. Qui il rischio è l’opposto: che la politica venga ridotta a una procedura di sicurezza e che siano ancora le armi a decidere se quella procedura potrà vivere. L’accordo promette di restituire sovranità al Libano, ma affida tutto al punto che da decenni rende quella sovranità incompiuta: la capacità dello Stato di imporre il monopolio della forza senza trasformare il disarmo di Hezbollah in uno scontro tra libanesi.

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