Carminella Biondi
Glissant, modellarsi sulla mobilità
il manifesto Alias, 14 giugno 2026
La forza e la bellezza del pensiero e della scrittura di Édouard Glissant ci costringono a percorrere sentieri impervi, e forse perciò – nonostante siano già stati tradotti in Italia una decina di suoi testi, fra cui romanzi, raccolte poetiche e almeno tre saggi importanti – Introduzione a una poetica del Diverso (1998 e 2020), Poetica della Relazione (2007), Il pensiero del tremore (2008) – la sua opera fatica a trovare l’ascolto che meriterebbe, essendo un insieme complesso che sfida il nostro tempo. Ultima opera saggistica dello scrittore martinicano, pubblicata nel 2009, due anni prima della sua morte, Filosofia della Relazione Poesia in estensione (Mimesis «Macula», a cura di Renato Boccali, pp. 144, euro 16,00) conclude un percorso di ricerca di oltre cinquant’anni, presentandosi, anche nella tipologia della scrittura adottata, come un bilancio in cui le diverse tappe, non necessariamente in ordine cronologico, sono indicate da una serie di brevi capitoli, che si susseguono come le voci di un dizionario, e indicano la natura dinamica della filosofia della Relazione.
È una «filosofia errante», nomade, che si sforza di mettersi in sintonia con i ritmi del mondo e delle sue molteplici storie: «il pensiero arcipelagico o dello sperimentare», «il pensiero del tremore», «il nuovo pensiero della frontiera», «il pensiero dell’erranza», «il pensiero della creolizzazione», «il pensiero dell’imprevedibile», «il pensiero dell’opacità», «il pensiero della Relazione», «il pensiero della traccia», seguiti poi da molte altre tipologie che riaffiorano carsicamente nel testo. A ben guardare, tutte queste definizioni sono in realtà sinonimiche e indicano non tanto un pensiero astratto, sistematico che si impone (trasparenza versus opacità), quanto un pensiero esitante, che si cerca e si modella sulla mobilità instabile del reale, ponendo l’Ente al posto dell’Essere.
Glissant lo ha definito anche pensiero del caos, non intendendo con ciò dargli il senso di un disordine, bensì riferendolo alle moderne ricerche scientifiche che ammettono variabili dinamiche, e quindi imprevedibili, anche nelle cosiddette scienze esatte. In un primo capitolo, che sembra funzioni da portolano, si parte da lontano per arrivare al presente: dalle origini della Terra e dal caos primordiale, il cui canto spontaneo Glissant chiama sacro, perché sa esprimere il tutto e le sue diversità. In un mondo che ha ritrovato la sua unità originaria, la filosofia della Relazione si sforza di recuperare quella voce in grado di salvaguardare la molteplicità dei luoghi, dei popoli, delle culture e il loro interscambio. Glissant parla di un Tutto-mondo, vale a dire «la totalità del mondo come esiste nel reale e nel nostro desiderio».
Ogni atto, ogni forma di scrittura e di arte non possono più ignorarlo, perché è impossibile non venire presi nelle sue dinamiche che uniscono, intrecciano, trasformano, sconvolgono, mettono in relazione: «Scrivo in presenza di tutte le lingue del mondo»; «Agisci nel tuo luogo, pensa con il mondo». Ed è proprio con il suo luogo di nascita, la Martinica, e con alcuni riferimenti biografici che il poeta (così si definisce sempre Glissant nel suo testo «filosofico») apre e chiude il saggio, perché è qui che si è acceso il suo sguardo sul mondo, sollecitato da una terra i cui rigurgiti (le eruzioni del vulcano Pelée), secondo la leggenda, hanno facilitato il parto della madre (a cui dedica parole commoventi) contribuendo alla sua nascita in sintonia con le forze telluriche che l’hanno espulso dal ventre materno. Gli stessi sommovimenti hanno poi inghiottito la casa natale, e quasi tutte le dimore degli schiavi da cui discende, dunque la sua storia, come il tempo ha inghiottito il magma primordiale della Terra.
Spetta alla poesia riportare in vita tutto questo: così, grazie a uno sconfinato immaginario spazio-temporale, Glissant stabilisce un parallelo fra le sue origini e quelle del pianeta, non per hybris ma per sottolineare profondi legami con forze primigenie che spiegano la sua visione quasi profetica e la sua scrittura. Giustamente il traduttore e curatore dell’edizione italiana, Renato Boccali, usa il termine geofilosofia, ma anche geopoetica per connotare questa scrittura: del resto, come lascia presagire il sottotitolo, «Poesia in estensione», il solo linguaggio in grado di dire il mondo è, per l’appunto, la poesia. In un’affermazione apparentemente paradossale, come càpita spesso nella sua opera, Glissant arriva persino a definire la filosofia della Relazione, a cui ha dedicato tante pagine dei suoi lavori, come «un’impossibilità», perché «l’infinita diversità viene evocata, raccontata o illustrata anche altrove, ma solo la poesia riesce a esprimerla».
E così scopriamo una lingua capace di ritrovare i luoghi sorgivi dove tutto si genera, i luoghi- comuni in cui le diversità entrano in relazione creando il nuovo e dove nasce e opera il meraviglioso imprevedibile che sfugge a ogni forma di dominio, ed è pura bellezza: concetto, questo, il cui spazio è sempre più ampio, negli ultimi lavori, e non allude solo a una categoria estetica, come del resto emerge in un volumetto intitolato L’intraitable beauté du monde (2008), indirizzato a Barack Obama e concepito a quattro mani con un altro grande scrittore martinicano, Patrick Chamoiseau, in cui si evidenzia lo stretto legame fra bellezza e apertura allo scambio fra eguali insito nella Relazione, contro le forze negative di chiusura dei nazionalismi, del capitalismo, della finanza, dell’iperconsumismo, dell’inquinamento, dell’emarginazione, della guerra…
Glissant racconta di avere sognato, da giovane, di realizzare un testo che, avvolgendosi innocentemente su sé stesso, genera il proprio senso, sul filo della ripetizione, ma con qualche piccola variante che permette un lento avanzamento, e di aver ricercato per tutta la vita di avvicinarsi all’oggetto di questo sogno che, nella sua visione, è il solo in grado di dire la totalità senza cristallizzarla in sistema. In tutta la sua opera, l’autore compie uno sforzo titanico per sfidare il caos, dare voce alla terra, ai suoi elementi inestricabili, alle sue umanità, come indica anche l’antologia di testi di autori di tutte le epoche e di tutti i paesi che ha pubblicato nel 2010, alla vigilia della morte: La Terre, le feu, l’eau et les vents in cui si entra nel cuore della natura, delle sue distese e delle sue profondità, del suo continuo divenire, qui evidenziato dall’interazione dei quattro elementi da cui tutto ha origine. Al centro, le umanità che fanno parte di questo universo tanto vorticoso da apparire immoto e che partecipano di questo veloce succedersi di luoghi e stagioni, in cui si sovrappongono figure e volti che vanno a comporre una sorta di palinsesto universale in continua creazione, secondo l’epigrafe: «Nulla è vero, tutto vive».
Nel corso degli anni, Glissant ha usato tante espressioni per definire la «filosofia della Relazione», spesso anche piuttosto oscure, secondo uno dei principi fondanti della sua poetica, che rivendica l’opacità come «base di un nuovo umanesimo», in quanto essa accresce la libertà dell’altro e rafforza la propria. Per trovare un filo che ci guidi in questo splendido labirinto, conviene affidarsi alla sapiente introduzione del curatore, che si conclude con una definizione lapidaria e illuminante, in cui si evidenziano non soltanto le caratteristiche di un pensiero, ma anche la sua operatività: «La filosofia della relazione si rivela quindi una filosofia della tessitura intesa come processo di riconnessione, ritrasmissione e cor-relazione (relato) possibile solo sulla base di un instancabile lavoro poetico che, partendo dal singolo essere-come-ente, produce sempre nuove forme di soggettivazione collettiva, su cui la filosofia può riflettere e la politica operare».

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