Anna Maria Guadagni
Il Foglio, 24 giugno 2026
I Basaglia erano due, l’altra metà di tutto si chiamava Ongaro. Entrambi furono protagonisti di una rottura culturale tra le più importanti del Novecento, quella che ha umanizzato la malattia di mente, restituito dignità ai matti, scoperchiato l’orrore dei manicomi. Franca e Franco furono una coppia conflittuale e solidale, integrata in un’equipe di lavoro e motivata a realizzare l’impresa pionieristica iniziata all’ospedale psichiatrico di Gorizia nel 1961. Furono un tandem che a suo modo ne ricorda altri più famosi tipo Sartre e de Beauvoir o Pierre e Maria Curie. Tra il 1967 e il 1975 scrissero in collaborazione alcuni tra i testi fondamentali di quella stagione (Che cos’è la psichiatria, l’istituzione negata, Morire di classe, La maggioranza deviante, Crimini di pace). La figlia Alberta racconta come lavoravano: lei decifrava gli appunti di lui, li integrava e la versione finale veniva fuori dalle loro discussioni. E se la visione era di Franco, i piedi per terra, la sistematicità, il metodo erano di Franca. Ongaro aveva cominciato scrivendo favole e riduzioni di grandi libri per il Corriere dei Piccoli, arrivò all’ospedale psichiatrico di Gorizia come moglie del direttore, presto abbandonò le ambizioni letterarie e divenne volontaria in reparto, studiò sociologia a Trento, andò in Scozia per osservare da vicino il primo esperimento di comunità terapeutica diretto da Maxwell Jones, di cui avrebbe poi tradotto le opere più importanti.
Questo volumone raccoglie scritti e discorsi che di Ongaro restituiscono un profilo più strettamente personale. Sono testi elaborati in un trentennio: prefazioni di libri, presentazioni di film, articoli e voci di enciclopedia, discorsi fatti in Senato (Ongaro fu nel gruppo della Sinistra indipendente dal 1983 al
1992). Si tratta di documenti eterogenei e si può scegliere che cosa leggere. L’analisi dell’impatto internazionale e dell’esito dei primi dieci anni di 180, la legge che abolì i manicomi ma che cadde in vuoto di servizi tale da generare situazioni insostenibili, così da poter essere presto dichiarata utopica e inattuabile. Oppure le drammatiche esplorazioni del manicomio femminile, fatte negli anni Settanta, per scoprire che una donna non conforme (non madre, non oblativa, sessualmente libera) poteva facilmente, soprattutto se povera, essere internata e non uscire più.
Suona ancora emozionante l’incipit del congedo scritto all’indomani della morte del marito: “Ora che la mia lunga lotta con e contro l’uomo che ho amato si è conclusa, so che ogni parola scritta in questi anni era una discussione senza fine con lui…”. Il cuore desidera armonia e consenso, la mente ha bisogno di confronto (e di conflitto) con l’altro. Lei lo sapeva.
A. Basaglia, S. Jop, M. Setaro (a cura di)
Una voce scomoda
Il Saggiatore, 936pp.
Una voce scomoda raccoglie quasi quarant'anni di scritti e interventi di Franca Ongaro, tra le figure decisive nel processo che ha portato alla legge 180 e al superamento dell'istituzione del manicomio. Spesso relegata nell'immaginario comune a un ruolo marginale all'interno di quella stagione, quest'opera vuole restituire visibilità e spessore alla sua figura di intellettuale e attivista, portatrice di una riflessione autonoma e originale in un'epoca che troppo spesso concedeva alle donne solo di accompagnare, senza prendere parola.
Se il manicomio è il luogo da cui muovono gli interrogativi che hanno guidato il lavoro di Franca Ongaro, questo non ne è mai stato l'unico orizzonte. A ricorrere nei suoi ragionamenti pubblici, di decade in decade, è soprattutto una domanda più ampia: che cosa accade quando ciò che dovrebbe proteggere finisce per sorvegliare, ciò che dovrebbe garantire tutele lascia soli, ciò che dovrebbe curare normalizza? In queste pagine possiamo osservare il suo sguardo allargarsi verso altri luoghi in cui la sofferenza incontra il potere - il carcere, il fine vita, il disagio minorile, la tossicodipendenza - fino alla sua decennale esperienza parlamentare, quando ha scelto di portare tali temi nel campo delle leggi e delle decisioni politiche. All'interno di questo movimento è la questione femminile ad acquistare un posto centrale, non tanto come semplice dato biografico, bensì come prospettiva concreta da cui interrogare il corpo, la maternità, la famiglia, il lavoro di cura e il modo in cui una differenza diventa inferiorità sociale.
Oggi la voce di Franca Ongaro mantiene la sua forza critica, perché non consente di chiamare cura ciò che rischia di essere «controllo», né tutela ciò che può tradursi in «esclusione». Anche quando le forme della segregazione sembrano arretrare, ne svela il ritorno sotto aspetti più discreti e accettabili. Ed è per questo che resta una voce scomoda, e ancora necessaria. (presentazione editoriale)
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