domenica 11 settembre 2016

Mimmo Càndito, L'altro 11 settembre



Mimmo Càndito
Allende, “esperanza” perduta dell’America Latina
Ricordi di un viaggio nel subcontinente nei mesi del golpe di 40 anni fa La febbre del socialismo umanitario aveva contagiato tutti

La Stampa, 11 settembre 2013

Quarant’anni fa, l’11 settembre mi venne addosso in un mattino che traversavo le Ande. Ero in Perù, dalle parti di Arequipa, e il golpe di Pinochet lo ascoltai dal gracchiare d’una piccola radio verde, d’un incerto verde militare. La radio troneggiava sulla mensola d’una taverna semibuia da dove stavo per riprendere il viaggio che avevo appena cominciato, che era come un’esplorazione iniziatica delle terre che facevano il mondo dell’America Latina, da lassù del Rio Bravo fin giù alla Patagonia.
L’annuncio fu forte, brusco, anche emozionato. E fu come se nella taverna il tempo si fermasse. Tacquero tutti, lentamente, tacquero gli indios dei piccoli tavoli di legno nei loro dialetti quechua, e tacquero anche il padrone e i due campesinos che al banco si scambiavano in spagnolo fatti e storie comuni della loro povera vita senza domani.
Sentimmo da subito che le parole raccontavano proprio di noi, perché in quella storia che parlava del Cile, d’un generale fellone, di Allende che non si sapeva ancora se fosse vivo o morto, in quella storia c’era però dentro anche il Perù dei suoi generali «democratici» al potere e pure quella taverna semibuia di gente qualunque che ai generali di sinistra credeva sul serio, e c’era dentro l’America Latina tutta, gli indios, i campesinos, le loro rivoluzioni, le lotte e le leggende che, come aveva scritto Guillen in un suo poema, avevano fatto pensare che in quel continente potesse nascere forse l’«uomo nuovo / un uomo che trema della febbre della speranza».
«Esperanza», in spagnolo, è una parola molto ricca, significa, contemporaneamente, desiderio, illusione, e però anche attesa. E dal Cile di Salvador Allende, dal suo socialismo umanitario, l’America Latina ma non solo l’America Latina, in ogni suo angolo di vita - si era aspettata un segno forte di cambiamento, che rompesse gli schemi delle egemonie passate. Erano egemonie complesse, dove eredità coloniali, nazionalismi, la guerra fredda, si mescolavano intorbidando ogni tentativo di capir bene, ma dove, comunque, l’impronta forte degli interessi geostrategici che Washington coltivava all’ombra della Dottrina Monroe dominavano ogni processo politico che tentasse soluzioni altre.
E il Cile, e Allende, con quell’ombra ci cozzavano di brutto, perché Castro e il suo comunismo tropicale, ma anche Mosca e il suo comunismo reale, s’erano accomodati dietro i proclami di Unidad Popular, la riforma agraria, il radicalismo cieco del Mir, e dietro quel popolo unito che a gola spiegata si cantava «jamás sera vencido».
Il «pueblo unido» c’era anche nel Perù di quegli anni, che aveva appena avviato un illusorio esperimento di democrazia militare, certamente non allineata con Washington, come non era allineata con Washington la guerriglia sandinista che faceva tremare Somoza in Nicaragua (quel Somoza di cui il presidente Roosevelt aveva detto «sarà pure un figlio di puttana, ma è il ”nostro” figli di puttana»), e non era allineata la guerriglia dei Tupamaros in Uruguay, e non lo erano le lotte già da guerra civile del Salvador, e le azioni di rivolta contro la dittatura militare in Brasile, o lo stesso peronismo ch’era tornato a dominare l’Argentina.
Era l’intero subcontinente a essere traversato dalla «fiebre de esperanza», la febbre che il socialismo umanitario di Allende aveva riacceso; e dovunque io andassi, in quei quattro mesi che lo percorsi dal basso, da dentro, nelle sue strade, con la compagnia di solo uno zaino che teneva un po’ di libri e un maglione, camminando per ore sotto il sole della primavera nascente, schiacciato su vecchi autobus tra ceste di galline starnazzanti e indie prosperose, con indios che mi offrivano poveri piatti di manioca e guai se tentavo di resistere, dovunque incontravo e parlavo e vivevo con gente qualunque, mangiando il loro mangiare, sentendo i loro discorsi semplici e le loro «esperanzas» ingenue. E altro che il bolivarismo chavista di oggi.
Allende, anche con tutte le sue illusioni politiche, gli strumentalismi estremisti nei quali si lasciò trascinare, gli errori e i difetti d’una rottura sociale non controllabile, era comunque il catalizzatore d’una tensione che rischiava di mettere in crisi un intero sistema, «los yanquis» erano il lupo mannaro d’ogni latitudine. I forti finanziamenti della Cia agli oppositori (lo sciopero dei camionisti fece precipitare la crisi, in un Paese stretto e lungo come una lunga acciuga prosciugata) diedero spinta e forza alla rottura dell’ordine istituzionale, e i generali che erano passati per le aule della «Escuela de las Américas» a Panama – e ci passarono tutti, i cileni, i brasiliani, gli argentini d’ogni dittatura e d’ogni Junta militar - avevano ben imparato come si pratica un golpe e come si reprime una rivoluzione.
Cadde il Cile illuso di Allende, quell’11 settembre, e la «fiebre» si cancellò dalla vita della gente qualunque con la quale avevo vissuto quei miei lunghi giorni latinoamericani. La crisi del petrolio e le domeniche dell’austerità misero da parte l’attenzione mondiale verso il Cile di Pinochet; l’ordine riprese il suo posto.
Il mio itinerario dentro le strade del continente lo terminai due giorni prima del Natale, l’avevo cominciato che settembre era appena partito e Allende era presidente. Lo terminai a Cuba, dove volli anche provare a tagliare la canna della « zafra antimperialista». Fu una zafra fallimentare, a casa conservo il machete che volli portarmi via. Se ne sta in qualche cassetto, coperto della polvere delle illusioni perdute.



Michelle Bachelet saluta la presidente de Senato, Isabel Allende (2014)

 commento di Claudio Vercelli

Mah, che dire, al di là dei ricordi in parte oramai sbiaditi, comunque ingialliti benché non per questo cancellati? Ricordi, nel caso mio, traslati dal tempo anche se all'epoca ero già nato. La vicenda cilena fu molto vissuta, nel mentre si consumava il golpe ma anche negli anni successivi. Poiché da subito, oltre a dare il segno brutale della disintegrazione di un sogno tanto intenso quanto illusorio - quello di una rivoluzione "democratica", quasi azionista, se dovessimo usare i nostri paradigmi culturali e politici, dove la parte "buona" della borghesia, quella cosciente e "riflessiva", di cui Allende si era candidato ad essere la punta di diamante, traghetta una collettività verso "equilibri più avanzati" - comunicò all'opinione pubblica internazionale che il tradimento poteva rivelarsi consustanziale ad una democrazia. Il bacio di Giuda nella versione contemporanea, in altre parole. L'orrore per figure come Pinochet derivava non solo dal riscontro di ciò che stavano facendo, e avrebbero continuato a fare pressoché indisturbati, ma anche dalla consapevolezza che per potere tradire avevano dovuto e voluto giurare fedeltà ad un assetto istituzionale del quale erano parte a pieno titolo. Si sa che nel novero dell'alta ufficialità cilena, spaccata al suo interno, Pinochet era considerato un "lealista", risolvendosi a partecipare al golpe solo in prossimità di esso, più per paura di essere scavalcato dai suoi pari che non per una profonda convinzione sulla sua necessità politica in quel preciso momento. Non di meno, i golpisti si mossero quando una parte della Democrazia cristiana cilena diede il suo assenso, condizionato al fatto che non si trasformasse in un redde rationem. Le cose seguirono poi il loro corso, che fu dettato da una miscela di feroce rivalsa sociale (quella di una parte della borghesia che intendeva impedire qualsiasi processo redistributivo), di repressione belluina, con la distruzione di qualsiasi forma di dialettica politica e di creazione di un nuovo ceto medio - il vero, grande risultato dei golpisti, in ciò imbeccati dai Chicago Boys - che costituì la chiave del duraturo successo del regime pinochettista, declinato solo con la fine degli anni Ottanta, nel periodo delle "grandi transizioni". In Italia, allora, ne temevamo qualcosa, se si pensa anche solo alla traiettoria razionalmente delirante di un personaggio come Feltrinelli, alla paura che lo accompagnava del pari ad un'ombra, al timore che serpeggiava in molti "ambienti" rispetto alla ripetibilità della soluzione greca e così via. Le bombe e la strategia della tensione stavano lì a dimostrare non tanto la materiale praticabilità di una deriva golpista quanto la capacità di condizionamento che il fantasma di essa, ossia il solo evocarla, esercitava sulle forze politiche e sulle organizzazioni collettive democratiche. Queste dinamiche, insieme alle scelte scellerate delle Amministrazioni statunitensi nel "cortile di casa", che nel decennio successivo si sarebbero ripetute nel Centro America, con il brutale ridimensionamento della presenza politica e civile delle componenti amerindie (penso in particolare al Salvador e al Guatemala), non ci hanno permesso di formulare un giudizio definitivo sul "radicalismo" (più che sul socialismo) di Allende e dei suoi uomini. Ovvero, il Cile di Allende, trasformato poi in un vero e proprio laboratorio del neoliberalismo mercatista, dal quale presero esempio Thatcher e Reagan, continua ad esser ricordato essenzialmente come istanza affettiva e riscontro emotivo. Un bel film statunitense, di nove anni dopo il golpe, "Missing", fotografa e racchiude questo approccio, risolvendolo in un senso di sconsolata malinconia: quella per il figlio scomparso poiché assassinato, quella per la fine di un esperimento che si sarebbe rivisto, fatte le debite proporzioni e le molteplici differenze, come copia populista con il Venezuela di Chavez, quella per una democrazia menzognera nell'incarnato di alcune Amministrazioni di Washington (la prece di Billy Carter fu solo parentesi, non risarcimento). Della visionarietà dell'allendismo ma anche dei suoi molti limiti - hanno parlato a loro tempo, tra gli altri, Regis Debray, così come sagaci considerazioni dal vivo erano quelle che Alain Touraine consegnò quasi nel mentre - poco si continua a sapere. Così come un personaggio ricco di ispirazione ma anche politicamente contraddittorio quale fu Salvador Allende Gossens, animato da un interiore furore prometeico, abile nel tessere rapporti ma debole sul piano delle alleanze strategiche, uomo politico di lungo corso ma comunque di minoranza, quindi destinato ad essere in qualche modo emarginato se non spodestato, rimane l'immagine del martire. Qualche idiota per questo forse arriva a contrapporre il 1973 al 2001. E' tutto dire.