domenica 18 settembre 2016

Recalcati e l'elogio del fallimento


Da psicanalista rilessivo a tuttologo scatenato il passo non è così lungo come potrebbe sembrare. Tu sei uno psicanalista giovane con una formazione filosofica alla spalle. Sai parlare in modo persuasivo e accattivante. Ami apparire in pubblico. Hai qualcosa da dire, per questo ti trascini dietro folle innumerevoli di ascoltatori rapiti dal tuo verbo. Ed ecco che ti immedesimi nel ruolo. Diventi una sorta di consolatore universale. Hai considerato a lungo il tema del fallimento. Hai scritto un libro su questo. Adesso ti chiamano a un festival di filosofia. Tieni a Carpi una lezione in cui tracci l'elogio del fallimento (hai già scritto un articolo in proposito, anni fa). Ti intervistano, ti chiedono di riassumere il tuo pensiero. Viene fuori che il fallimento è una buona cosa, guai a farne a meno. Chissà se un fallito di quelli veri in cuor suo la pensa così. E forse questo non è neppure il tuo pensiero. No, il fallimento non è una buona cosa, dipende. Diventa una buona cosa se sappiamo reagire ad esso. Massimo Recalcati si avvia a diventare un banale clone del tuttologo Crepet? Speriamo di no. Andiamo intanto a vedere cosa può avere realmente scritto e detto, prima dell'esplosione mediatica, sul fallimento il nostro psicanalista filosofo. (Giovanni Carpinelli)

Elogio del fallimento

La psicoanalisi non tesse affatto l’elogio della prestazione. Il lavoro dell’analisi è antagonista al narcisismo dell’apparizione, a quel successo dell’io che abbaglia e cattura i giovani di oggi. L’esperienza dell’analisi punta piuttosto a scorticare l’involucro narcisistico dell’immagine per porre il soggetto di fronte alla verità del proprio desiderio. Tutto nell’esperienza analitica mira a ridurre i falsi prestigi dell’io, come si esprimeva Lacan. La psicoanalisi non sostiene il culto ipermoderno della prestazione, ma tesse l’elogio del fallimento. Essa raccoglie i resti, i residui, le vite di scarto; lavora sulle cause e sulle vite perse. Per fare lo psicoanalista bisogna amare le cause perse… Ma cosa significa tessere un elogio del fallimento? Il fallimento non è solo insuccesso, sconfitta, sbandamento. O meglio, è tutto questo: insuccesso, sconfitta e sbandamento, ma è anche il suo rovescio. Il fallimento, secondo Lacan, è proprio del funzionamento dell’inconscio. La sua definizione di atto mancato è tutta un programma: un atto mancato è il solo atto riuscito possibile. Perché? Perché è un atto mancato per l’io, ma è riuscito per il soggetto dell’inconscio. Lo stesso accade in una sbadataggine o in un lapsus. Il fallimento è uno zoppicamento salutare dell’efficienza della prestazione. E, in questo senso, la giovinezza è il tempo del fallimento o, meglio, è il tempo dove il fallimento dovrebbe essere consentito. È quel tempo che esige il tempo del fallimento, dell’errore, dell’erranza, della perdita, della sconfitta, del ripensamento, del dubbio, dell’indecisione, delle decisioni sbagliate, degli entusiasmi che si dissolvono e si convertono in delusioni… del tradimento e dell’innamoramento…

http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-formazione-passa-per-la-via-del-fallimento/


WM: Professor Recalcati, quali sono i malesseri tipici del nostro tempo e perché i giovani d'oggi sono così infelici e tormentati?
MR: I malesseri sono vari e sono diffusi epidemicamente: abuso di sostanze, anoressie, bulimie, obesità, attacchi di panico, depressioni, dipendenze patologiche di vario genere, violenza. Ma sotto queste maschere sintomatiche i giovani d'oggi – non tutti i giovani d'oggi ma i giovani che stanno male – sembrano afflitti dalla difficoltà di accedere all'esperienza del desiderio. Sono soggetti senza desiderio.
WM: Soddisfacimento, godimento e desiderio: quale connotazione assumono nel contesto odierno?
MR: Nel nostro tempo domina il godimento compulsivo, la ricerca affannosa della nuova sensazione, del nuovo oggetto. Ma questa ricerca riproduce sempre la stessa insoddisfazione. Il godimento che oggi appare come un vero e proprio dio cannibale al quale i giovani sacrificano le loro vite non procura alcuna soddisfazione. La ricerca del nuovo, della nuova sensazione, si esaurisce nella ripetizione della stessa insoddisfazione.
WM: La frase sempre più comune tra i giovani "vivo alla giornata", secondo lei ha ragione di esistere?
MR: Progettare la vita significa differire il godimento immediato, canalizzarlo – appunto – in un progetto. Ed ogni progetto implica anche l'esperienza del limite, dello sforzo, della costanza, dell'impegno. Rinnovare la fedeltà nei confronti della propria aspirazione, della propria vocazione, del proprio desiderio: questo comporta una assunzione di responsabilità rischiosa e difficile. Vivere alla giornata solleva da quella assunzione, ma la sua offerta di felicità è illusoria ed effimera.
WM: Anoressia e bulimia: malattie del corpo o malattie sociali?
MR: Sono malattie che investono il corpo e che lo conducono sul baratro della morte. Nel campo della salute mentale non esistono malattie mortali come sono anoressie e bulimie. E tuttavia questo corpo che rende schiavi – schiavi della sua fame o della sua immagine estetica – è anche un corpo esaltato dalla nostra cultura. I due miti che reggono la nostra industria culturale sono gli stessi che agiscono come miti guida nell'anoressia-bulimia. Il primo è il mito del consumo, il mito che esiste un oggetto capace di risolvere il dolore di esistere, il mito di un consumo fine a se stesso, di un consumo di consumo che trova la sua esplicitazione più drammatica nell'abbuffata bulimica: mangiare tutto senza mai raggiungere il senso della sazietà. Il secondo è il mito dell'immagine estetica del corpo. Avere un corpo magro significa per una donna assimilarsi al corpo alla moda, avere la giusta divisa, essere assimilata all'ordine di ciò che deve essere una donna. Questi due miti ci introducono a forme paradossali di schiavitù dove nel massimo di una falsa libertà il soggetto si scopre prigioniero del cibo o della sua stessa immagine.
WM: Se dovesse dare un consiglio ai genitori di un adolescente in merito a regole, cattiva condotta e trasgressione, cosa direbbe loro?
MR: Quello che fa bene ai giovani non è voler fare il loro Bene. Anche perché quando qualcuno vuole fare il bene di qualcun'altro non c'è, solitamente, più limite al male. Quello che i genitori possono fare è offrire ai loro figli una testimonianza di come si può unire il desiderio al senso del limite. Desiderare non significa semplicemente praticare una libertà senza vincoli; desiderare significa fare del proprio desiderio una vocazione, un impegno, una possibilità che non esclude il senso del limite ma lo implica profondamente.

https://www.wellme.it/approfondimenti/interviste-recensioni/4152-elogio-del-fallimento
il libro: Massimo Recalcati, Elogio del fallimento. Conversazioni su anoressie e disagio della giovinezza, Edizioni Erickson 2011.