lunedì 19 settembre 2016

Islam radicale?


 
Roberto Casati
Islam non radicale ma distorto
Il Sole 24ore, domenica 18 settembre 2016


I media presentano i fatti di terrorismo legati all’ISIS attribuendoli all’“Islam radicale”. I governi europei, quello francese in primis, hanno intrapreso campagne di “de-radicalizzazione”, per contrastare, per l’appunto, una pretesa “radicalizzazione”. Esistono delle scale di “radicalità” che le forze di polizia usano per misurare la pericolosità dei sospetti e dei sorvegliati speciali. Il discorso sembra identificare radicalità con estremismo politico e con comportamenti violenti e aberranti. Ma ci sono delle buone ragioni per evitare questo modo di esprimersi. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha più volte ribadito che si rifiuta di usare il termine “Islam radicale” in relazione a fatti di terrorismo; ha risposto in modo assai articolato a chi gli rimprovera di non usarlo, e invitato i suoi detrattori ad astenersi al loro volta da quello che egli considera come un vero e proprio gettare benzina sul fuoco che favorirà gli interessi dell’ISIS. Molte forze progressiste in Europa si sono pronunciate conto l’amalgama tra Islam e terrorismo. Mi sembra che gli argomenti invocati siano sostanzialmente corretti: il fantasma dell’ISIS è di creare una specie di chiamata alle armi di tutti i mussulmani contro un altrettanto fantomatico Occidente, e non può che venir aiutato dall’identificazione della religione islamica con le manifestazioni estreme violente di una piccola minoranza; un processo che sarà sempre e comunque marginale, limitato al reclutamento di alcune teste calde che se pur potranno fare danni spettacolari e infliggere dolore estremo a ripetizione, non cambieranno sostanzialmente gli assetti sociali e politici.
La correttezza di queste analisi non ci dispensa dal riflettere alle parole che usiamo. “Radicale” ci porta alle radici, e parlare di “Islam radicale” significa sostanzialmente far passare il messaggio che le posizioni dei simpatizzanti dell’ISIS assurgano a una forma di purezza, di ritorno alle origini, di ritrovamento di un ipotetico vero Islam. Non sorprende che il termine “radicale” possa piacere sia ai simpatizzanti dell’ISIS sia agli islamofobi; sempre pronti, questi ultimi, a cercare conferme dei loro pregiudizi; attratti dall’amalgama ulteriore tra “arabo” e “mussulmano”, è musica per le loro orecchie la lista dei cognomi degli attentatori degli ultimi mesi in Europa. E anche alcuni commentatori non certo in odore di anti-progressismo pensano che il termine “Islam moderato” sia un vero e proprio ossimoro. La stampa (occidentale!) ci mette del suo quando chiama gli attentatori addirittura “martiri” e le loro vittime “crociati” o “infedeli”, senza nessuna presa di distanza.
Qualcuno penserà che sia tardi per frenare la diffusione dell’aggettivo “radicale”, ma vale sempre la pena di fare un tentativo. Ecco alcune proposte avanzate in varie sedi. Obama parla di “twisted Islam”; di contorsione, di distorsione quindi. Non ci sarebbero un Islam moderato e un Islam radicale; c’è invece da un lato l’Islam (con le sue molte facce, certo) e contrapposto ad esso un pensiero distorto. Alcuni media francesi parlano di “fanatizzazione” e non di radicalizzazione. Altra possibilità: quello dell’ISIS è un Islam confuso, e certo le azioni dei terroristi in Francia negli ultimi mesi fanno pensare a notevoli forme di confusione, si badi: non soltanto umana o psicologica quanto intellettuale o politica. Si può anche più semplicemente dichiarare che quello dell’ISIS non è nemmeno Islam (come ha fatto il Fiqh Council of North America), o addirittura anti-Islam (come ha fatto la East London Mosque, una delle principali moschee britanniche). Quale che sia l’opzione scelta, resta che i termini “Islam radicale” e “radicalizzazione” sono veramente infelici e meriterebbero uno sforzo che li bandisse dal discorso pubblico.