venerdì 26 dicembre 2014

Clausewitz, la guerra reale

La guerra di una comunità - di popoli interi e segnatamente di popoli civili - viene fuori sempre da una situazione politica e viene suscitata soltanto da un motivo politico. E' dunque un atto politico. Se fosse un atto compiuto in sé, immutato, un'espressione assoluta di violenza - quale si deve dedurre dal suo mero concetto - allora dovrebbe prendere il posto della politica, dal primo momento in cui è suscitata da essa come qualcosa di assolutamente indipendente. Dovrebbe cacciarla e seguire soltanto le proprie leggi, come una mina che, una volta innescata, non segue altra direzione e indicazione che quella che gli è stata predisposta. In effetti si è pensato così ogni qualvolta che una mancanza di armonia tra politica e conduzione della guerra ha portato a distinzioni teoriche di questo genere. Ma non è così, anzi questa rappresentazione è fondamentalmente sbagliata. La guerra del mondo reale [...] non è l'estremo che libera la sua tensione in un'unica scarica, ma è l'agire di forze che non si dispiegano completamente in modo uguale e in egual misura.  
Carl von Clausewitz, Della guerra, 1832


Mario Ragionieri

Generalmente si pensa che il modello teorico della guerra sia quello che Clausewitz chiama guerra assoluta, mentre il modello reale dovrebbe essere costituito dalla guerra come strumento della politica. Se la guerra fosse solo strumento della politica la guerra sarebbe limitata e la violenza bellica sarebbe condizionata dalla importanza degli obiettivi politici da raggiungere; in questo modo avremmo una subordinazione totale della guerra alla politica. In pratica però difficilmente si realizzano le condizioni per cui la guerra è sempre subordinata alla politica. Nella decisione di iniziare una guerra entrano in giuoco purtroppo anche altri fattori, spesso irrazionali ed emotivi, come pure la carenza di informazioni ed errori di valutazione. Un altro fattore importante che entra in giuoco è quello per cui sia il capo politico che quello militare sono certi di avere il completo dominio ed il controllo delle organizzazioni che dipendono da loro e che sono costituite da esseri umani e non da semplici macchine. Questo purtroppo comporta che la razionalità di ogni comportamento strategico può avere solo una limitata razionalità.
Tutto questo impedisce che l'esito della guerra possa essere predeterminato anche solo in linea di massima e che conseguentemente la decisione di entrare in guerra si possa basare solo su un razionale e preciso confronto tra guadagni, rischi e costi. Nel corso di un conflitto, vuoi per tutta una serie di motivi anche quelli sopra esposti, succede che sono gli obiettivi militari estremi ad imporsi ai politici. Caso classico è la teoria di Roosevelt del "victory first" nella Seconda Guerra Mondiale per cui all'escalation della violenza si accompagna quella dei fini.
Dunque in pratica la teoria di Clausewitz della guerra come strumento della politica costituisce un modello estremo come quello della guerra assoluta.
Questo modello estremo sarebbe in pratica quello che assumerebbe la guerra nel caso in cui potesse essere solo un puro strumento della politica completamente determinabile e controllabile con metodi razionali. La guerra politica e la guerra assoluta costituiscono i due limiti entro i quali può spaziare la guerra reale. Ne deriva che la guerra reale costituisce un qualcosa che si colloca fra i due estremi ; è una combinazione che può avvenire con varie gradazioni di intensità, fra violenza armata e l'attività politica, fra la passione e la razionalità.

Raymond Aron 
Paix et guerre entre les nations, première partie, chapitre I

Clausewitz éprouve devant la guerre poussée à l'extrême une sorte d'horreur sacrée, de fascination, com­parable à celle que les catastrophes cosmiques éveillent dans l'âme. La guerre dans laquelle les adversaires vont jusqu'au bout de la violence, afin de vaincre la volonté ennemie qui obstinément résiste, est, aux yeux de Clausewitz, gran­diose et horrible à la fois. Chaque fois que de grands intérêts seront aux prises, la guerre se rapprochera de sa forme absolue. Philosophe, il ne s'en félicite ni ne s'en indigne. Théoricien de l'action raisonnable, il rappelle aux chefs de guerre et de paix le principe que tes uns et les autres doivent respecter : le primat de la poli­tique, la guerre n'étant qu'un instrument au service de buts fixés par la politique, un moment ou un aspect des relations entre États, chaque État devant obéir à la politique, c'est-à-dire à l'intelligence des intérêts durables de la collectivité. Convenons d'appeler stratégie la conduite d'ensemble des opérations militaires, convenons d'appeler diplomatie la conduite du commerce avec les autres unités politiques. Stratégie et diplomatie seront toutes deux subordonnées à la poli­tique, c'est-à-dire à la conception que la collectivité ou ceux qui en sont respon­sables se font de « l'intérêt national ». En temps de paix, la politique se sert des moyens diplomatiques, sans exclure le recours aux armes, au moins à titre de menace. En temps de guerre, la politique ne donne pas congéà la diplomatie, puisque celle-ci conduit les relations avec les alliés et les neutres et qu’implicite­ment elle continue d'agir à l'égard de l'ennemi, soit qu'elle le menace d'écrase­ment, soit qu'elle lui ouvre une perspective de paix.