martedì 2 dicembre 2014

Concetto Marchesi spirito laico e libero
















Severino Galante

Vediamolo [...] questo deputato comunista alla Costituen-
te, nella notte del 25 marzo 1947, alzarsi dal suo seggio nell’As-
semblea e allontanarsi dall’Aula – egli, il celebre uomo di cultura,
accompagnato dall’operaia comunista Teresa Noce, la combattiva
«Estella» della clandestinità – per non votare quell’articolo 7 del-
la Costituzione che il gruppo dirigente del partito (Togliatti in pri-
mo luogo) aveva deciso di approvare, e che egli invece non condi-
videva ritenendo che i Patti Lateranensi non dovessero entrare
«nell’ossatura» e non dovessero diventare «parte organica del
nuovo Stato». Un gesto di indisciplina politica plateale (e non era
il primo), in quegli anni inconcepibile per qualsiasi altro rappre-
sentante comunista presente nelle Istituzioni, ma che Marchesi
volle e seppe compiere non soltanto perché in qualche modo era
protetto dalla sua funzione intellettuale esterna al PCI, ma anche
perché in lui il nesso tra ragione critica e attività politica non era
meno forte di quello tra passione politica e ricerca critica: il co-
munista non rinunciava a essere intellettuale e dunque alla propria
totale libertà di giudizio, così come l’intellettuale non cessava di
essere comunista, e anche nel momento del dissenso pubblico con-
servava la convinzione che il suo partito fosse organo insostituibi-
le «di vera ed effettiva democrazia e di costruzione nazionale».
Vediamolo, infine, questo militante comunista – giunto al Par-
tito comunista d’Italia dall’originario anarchismo sulla spinta del-
la Terza Internazionale, con una fede sostenuta per decenni dalla
«luce» dell’URSS staliniana, corroborata dalla straordinaria vitto-
ria militare sul nazifascismo, alimentata dai successi del dopo-
guerra: quelli che affascinavano non soltanto i comunisti, ma mi-
lioni di uomini e donne in tutto il mondo, che comunisti non era-
no o erano addirittura anticomunisti, eppure consideravano Giu-
seppe Stalin una delle maggiori personalità positive della storia
contemporanea, vediamolo dunque dal podio dell’VIII Congres-
so del PCI nel dicembre del 1956, due mesi prima di morire, lan-
ciare la nota invettiva antikruscioviana, avvolta anch’essa nel con-
sueto involucro retorico classicheggiante: «Tiberio, uno dei più
grandi e infamati imperatori di Roma trovò il suo implacabile ac-
cusatore in Cornelio Tacito, il massimo storico del principato. A
Stalin, meno fortunato, è toccato Nikita Krusciov».

https://fcdsrv01.camera.it/sites/default/files/1-concetto_marchesi_discorsi_parlamentari_1945-1957.pdf 



Concetto Marchesi
Storia della letteratura latina

L’arte ha bisogno di uomini commossi, non di uomini riverenti.
I grandi avvenimenti possono dare fondamento agli imperi, ma non 
suscitare le opere d'arte, le quali debbono la vita al genio dell'individuo;
le storie dei popoli, rispetto all'arte, sono più anguste del mondo 
interiore di un solo uomo: e la voce della poesia è più viva e più vera 
che le voci di tutte le storie.  

 












Marchési, Concetto. - Storico italiano della letteratura latina (Catania 1878 - Roma 1957); prof. dal 1915, insegnò nelle università di Messina, Pisa e Padova di cui fu anche rettore (1943); socio nazionale dei Lincei (1946). Tra le sue opere, oltre le edizioni critiche di Apuleio (De Magia), Ovidio (Ars Amatoria), Arnobio (Adversus nationes), particolarmente importanti le monografie su Marziale (1914), Seneca (1920), Giovenale (1921), Fedro (1923), Tacito (1924), Petronio (1940) e la Storia della letteratura latina (2 voll., 1925-27). Critico letterario di grande gusto e intelligenza, portò nello studio della letteratura latina una profonda sensibilità morale, fuori da ogni schema accademico, e una sicura conoscenza del mondo antico. La sua vena morale trovò espressione anche in saggi di varia letteratura (Voci di antichi, 1946; Il libro di Tersite, 1950; Divagazioni, 1951; Il cane di terracotta, 1954; ecc.). Politico militante, fu socialista (dal 1893), poi comunista (dal 1921). Rettore dell'univ. di Padova dopo il 25 luglio 1943, si dimise dopo l'8 settembre, con un appello agli studenti nel quale li esortava alla lotta per la liberazione. Consultore nazionale per il PCI, fu poi deputato alla Costituente (1946) e al parlamento (1948 e 1953). (Treccani)

Palmiro Togliatti in occasione dei funerali