giovedì 25 dicembre 2014

L'amicizia secondo Montaigne

Perché era lui; perché ero io  

Del resto, quelli che chiamiamo abitualmente amici e amicizie, sono soltanto dimestichezze e familiarità annodate per qualche circostanza e vantaggio, per mezzo di cui le nostre anime si tengono unite. Nell'amicizia di cui parlo, esse si mescolano e si confondono l'una con l'altra con un connubio così totale da cancellare e non ritrovar più la connessura che le ha unite. Se mi si chiede di dire perché l'amavo, sento che questo non si può esprimere se non rispondendo: 'Perché era lui; perché ero io'. C'è, al di là di tutto il mio discorso, e di tutto ciò che posso dirne in particolare, non so qual forza inesplicabile e fatale, mediatrice di questa unione. Ci cercavamo prima di esserci visti e per quel che sentivamo dire l'uno dell'altro, il che produceva sulla nostra sensibilità un effetto maggiore di quel che produca secondo ragione quello che si sente dire, credo per qualche volontà celeste: ci abbracciavamo attraverso i nostri nomi. E al nostro primo incontro, che avvenne per caso, in occasione di una grande festa e riunione cittadina, ci trovammo tanto uniti, conosciuti e legati l'uno all'altro, che da allora niente fu a noi tanto vicino quanto l'uno all'altro.

Si può aggiungere Voltaire?

[L’amicizia] E’ un contratto tacito fra persone sensibili e virtuose. Dico sensibili perchè un monaco, un solitario, può essere una persona dabbene e vivere senza conoscere l’amicizia; dico virtuose perchè i malvagi hanno solo dei complici, i libertini dei compagni di bisboccia, gli affaristi dei soci, i politici raccolgono dei faziosi, la maggior parte degli sfaccendati ha delle relazioni, i principi hanno dei cortigiani: solo gli uomini virtuosi hanno degli amici. Cetego era complice di Catilina, e Mecenate cortigiano di Ottaviano; ma Cicerone era amico di Attico. (Dictionnaire philosophique)


Etienne de la Boétie

C’est cela que certainement le tyran n’est jamais aimé ni n’aime. L’amitié, c’est un nom sacré, c’est une chose sainte : elle ne se met jamais qu’entre gens de bien et ne se prend que par mutuelle estime, elle s’entretient non pas tant par bienfaits que par bonne vie. Ce qui rend un ami assuré de l’autre, c’est la connaissance qu’il a de son intégrité: les répondants qu’il en a c’est son bon naturel, la foi et la constance. Il ne peut y avoir d’amitié là où est la cruauté, là où est la déloyauté, là où est l’injustice ; et pour les méchants, quand ils s’assemblent, c’est un complot, non pas une compagnie ; ils ne s’entraiment pas, ils s’entrecraignent, ils ne sont pas amis, mais ils sont complices. (Discours de la servitude volontaire)

http://www.cairn.info/revue-imaginaire-et-inconscient-2007-2-page-15.htm 
Sull'importanza di La Boétie per la genesi degli Essais, F. Garavini, Montaigne, Dictionnaire des philosophes, Encyclopaedia Universalis, pp. 1083-84.
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Pietro Citati

Prima di cominciare a scrivere gli Essais , Montaigne conobbe Étienne de La Boétie: nel 1559, quando aveva ventisei anni, La Boétie era un poco più anziano di lui: l'amicizia durò, intensissima, per quattro o cinque anni; e poi finì improvvisamente con la morte di La Boétie, lasciando Montaigne in un infinito dolore.
L'amicizia cominciò lentamente, alludendo a qualcosa di imprecisabile e senza volto. Poi diventò «non so quale forza inespicabile e fatale, mediatrice di questa unione». Montaigne non aveva mai conosciuto né conoscerà mai nulla di simile: il mistero, la fatalità, la sovranità astrale nei sentimenti umani, lui che abitava di solito negli ondeggiamenti e nelle variazioni dell'anima. Se vogliamo usare le dubbie parole del linguaggio filosofico, fu una grande amicizia stoica.
Nel Rinascimento neoplatonico, che Montaigne costeggiò, una tenerezza sensuale e lirica invadeva le anime. Ma l'amicizia di Montaigne per La Boétie non aveva nulla di neoplatonico. Era un'amicizia assoluta: un'amicizia perfetta e indivisibile. «Se mi si chiede perché l'amo, sento che non posso, esprimermi se non rispondendo: "perché è lui"; "perché sono io". Ciascuno si dava al proprio amico, tanto intensamente che non gli restava nulla da spartire con gli altri». Le due anime si immersero l'una nell'altra fin nel profondo delle viscere: non solo Montaigne conosceva l'anima dell'amico come la sua, ma certo si sarebbe affidato a lui più volentieri che a se stesso. C'è un'espressione bellissima che torna continuamente negli Essais : tuffarsi, perdersi. «Mi tuffai e mi persi nella sua volontà e lui si tuffò e si perse nella mia»: «viveva, godeva, vedeva per me e io per lui, altrettanto pienamente che se fosse stato per me». L'amicizia era l'assoluta conquista dell'altro e l'assoluta perdita di sé: la perfetta conquista di sé e la perfetta perdita dell'altro.
Quando La Boétie morì nel 1563, Montaigne comprese che il suo compito era, in primo luogo, quello di diventare il guardiano della tomba dell'amico. Non smise mai: diciotto anni dopo la sua morte, aveva ancora fitte dolorosissime e intollerabili, pensando a quell'anima e a quel volto amici. Non faceva che languire sulla traccia del proprio ricordo.