domenica 9 giugno 2013

Machiavelli nostro contemporaneo

Marco Geuna


Una volta Eric Weil ebbe ad osservare che si possono distinguere due tipi di presenze di Machiavelli nella nostra cultura, che a volte si succedono le une alle altre, e a volte si sovrappongono: una fase, un momento, in cui gli interpreti discutono con acribia filologica della genesi della sua opera e del suo significato, ed altre fasi, altri momenti, in cui Machiavelli ritorna direttamente sulla scena politica, in cui si guarda alla sua opera per cercare una risposta possibile ai problemi del presente. Machiavelli, in quest’ultimo caso, diventa quasi un contemporaneo di chi lo interroga alla ricerca della natura della politica o di una definizione esigente di libertà. Un momento in cui Machiavelli sta nella sua distanza, dunque, e un momento in cui Machiavelli è nostro contemporaneo. Un momento in cui prevalgono le ragioni della discontinuità, in cui vengono in primo piano gli aspetti storicamente determinati del suo pensiero, e un momento in cui prevalgono le ragioni della continuità, in cui l’attenzione cade sugli aspetti teoricamente ancora attuali e inquietanti del suo pensiero. 



Non è facile dire quale fase stia attraversando la nostra cultura. Forse negli ultimi quattro decenni i due tipi di lettura, i due tipi di approccio, sono stati compresenti e a volte le rispettive argomentazioni si sono sovrapposte e intersecate. Questo, per lo meno, è sicuramente vero nel caso di Quentin Skinner. In una prima fase della sua ricerca, come si è visto, Skinner ha cercato di ricostruire la riflessione di Machiavelli nei contesti che riteneva più significativi, la riflessione storica e filosofica romana e la riflessione pre-umanistica e umanistica. In una seconda fase della sua ricerca è ritornato ad interrogare le pagine del Principe e soprattutto dei Discorsi con intento più teorico, alla ricerca del modo machiavelliano di concettualizzare la libertà, la legge, il rapporto tra legge e libertà. Ha ritenuto che fosse possibile identificare “un terzo concetto di libertà”, che a suo giudizio caratterizza e accomuna tutti gli scrittori che ha via via denominato neo-romani o semplicemente repubblicani. La sua riflessione è stata feconda ed intersecandosi produttivamente con quella di John Pocock e, in particolare, di Philip Pettit, ha contribuito ad alimentare non solo una straordinaria crescita di studi storici sulla tradizione repubblicana moderna, ma anche e soprattutto ha favorito la formazione di una complessiva filosofia politica di tipo repubblicano. Negli ultimi due decenni, in ambiti culturali anche molto diversi, abbiamo assistito, infatti, non solo ad una rivalutazione storica della tradizione repubblicana moderna, ma ad una vera e propria elaborazione di teorie repubblicane della libertà e della partecipazione politica per il nostro presente. Negli anni ottanta e novanta, numerosi filosofi del diritto e filosofi della politica, da Frank Michelman. allo stesso Philip Pettit, hanno tentato di ripensare il repubblicanesimo come una teoria della libertà e del governo per le società democratiche contemporanee. È emerso così un programma di ricerca di carattere normativo, preoccupato anche dei risvolti istituzionali delle sue proposte, un programma di ricerca sempre più spesso definito come neo-repubblicanesimo. In questo più ampio ambito di discussione, le elaborazioni di Skinner a proposito del terzo concetto di libertà, e dell’idea di costrizione ad esso soggiacente, sono state sottoposte a critica da parte di vari filosofi liberali, come ad esempio Ian Carter e Matthew Kramer. E Skinner è stato costretto a riformulare le proprie tesi e a precisare la nozione di libertà, di “Freedom as the Absence of Arbitrary Power”, per citare il titolo di un suo recente saggio. Ma quel che mi preme sottolineare, in questa sede, è che nel contesto del dibattito filosofico-politico contemporaneo la posizione di Skinner si caratterizza sì per una critica penetrante ad alcuni assunti delle filosofie politiche liberali, ma soprattutto per il fatto che la sua proposta si mantiene su un terreno rigorosamente individualistico, senza cedere alle premesse comunitarie, di impronta aristotelica o hegeliana. A suo giudizio, si possono coniugare punti di partenza individualistici e partecipazione politica, concezione negativa della libertà e quella che il vecchio Machiavelli chiamava virtù. Se si guarda ancora una volta, in via conclusiva e sintetica, al lavoro svolto da Skinner su Machiavelli tanto in ambito storico quanto in ambito teorico politico, si deve rilevare che emerge una forte continuità tra i due ambiti di ricerca. Machiavelli è ricondotto sì alla tradizione pre-umanistica e umanistica del repubblicanesimo classico, ma questo non vuol dire che sia considerato un autore premoderno. Perché quella tradizione, a giudizio di Skinner, contiene un “tesoro nascosto”, per usare le sue stesse espressioni. Quella tradizione è stata sì sconfitta con l’avvento della statualità moderna, e con le sue teorie di matrice hobbesiana. Ma contiene concetti di libertà e di cittadinanza di grande interesse che possono essere adeguatamente riformulati nel nostro dibattito contemporaneo. Ancora una volta Machiavelli, un certo Machiavelli, ritorna ad essere un nostro contemporaneo. 






Il Machiavelli repubblicano di Quentin Skinner (parte finale)
Reset, 14 maggio 2013