domenica 23 giugno 2013

Il viaggio, la sosta, il ritorno

Claudio Magris
L'infinito viaggiare
Mondadori, Milano 2005







... Il viaggio dunque come persuasione. Forse è soprattutto nei viaggi che ho conosciuto la persuasione, nel senso dato a questa parola da Carlo Michelstaedter; quella vita autosufficiente, libera e appagata che Enrico, il personaggio del mio romanzo Un altro mare, insegue con autodistruttivo e vano accanimento. La persuasione: il possesso presente della propria vita, la capacità di vivere l’attimo, ogni attimo e non solo quelli privilegiati ed eccezionali, senza sacrificarlo al futuro, senza annientarlo nei progetti e nei programmi, senza considerarlo semplicemente un momento da far passare presto per raggiungere qualcosa d’altro. Quasi sempre, nella propria esistenza, si hanno troppe ragioni per sperare che essa passi il più rapidamente possibile, che il presente diventi quanto più velocemente futuro, che il domani arrivi quanto prima, perché si attende con ansia il responso del medico, l’inizio delle vacanze, il compimento di un libro, il risultato di un’attività o di un’iniziativa e così si vive non per vivere ma per avere già vissuto, per essere più vicini alla morte, per morire. Il viaggio incalzante e incalzato, imposto sempre più freneticamente dal lavoro e dalla sua necessaria spettacolarizzazione - specialmente a quel manager di se stesso e dello Spirito che è l’intellettuale, enfasi e caricatura del manager industriale -, è la negazione della persuasione, della sosta, del vagabondare; assomiglia piuttosto a quella eiaculazione precoce che Joseph Roth, riprendendo nel suo romanzo I cento giorni un pettegolezzo in materia riguardante Napoleone,attribuisce all’Empereur, il quale non vuol tanto fare all’amore, quanto averlo subito già fatto, sbrigato e liquidato. Il viaggio del conferenziere, tra un aeroporto o un albergo e l’altro, non è dissimile da questo orgasmo assillato. Ma quando viaggiavo nei vasti paesi danubiani o nei periferici microcosmi, avviandomi in una certa direzione, sempre disponibile a digressioni, soste e deviazioni improvvise, vivevo persuaso, come davanti al mare; vivevo immerso nel presente, in quella sospensione del tempo che si verifica quando ci si abbandona al suo scorrere lieve e a ciò che reca la vita - come una bottiglia aperta sott’acqua e riempita del fluire delle cose, diceva Goethe viaggiando in Italia. In un viaggio vissuto in tal modo i luoghi diventano insieme tappe e dimore del cammino della vita, soste fugaci e radici che inducono a sentirsi a casa nel mondo. C’è il viaggio al di là delle colonne d’Ercole e quello minimo di Pickwick alle sorgenti di Hampstead o quello da una stanza all’altra della propria abitazione, spedizione non meno avventurosa né meno ricca d’incanti e di rischi. I capitani fiumani e triestini di lungo corso che attraversavano gli oceani chiamavano beffardamente "capitan de cadin" (di catino) quelli che percorrevano solo piccoli tratti fra Trieste e l’Istria o tra Fiume e le vicine isole del Quarnero, ma anche in quel golfo la bora provoca tempeste in cui si può naufragare.Pure nei capitoli di questo libro si va agli antipodi ma anche nei microcosmi dei bisiachi o nei nanocosmi della Ciceria e il passo del viaggiatore vorrebbe assomigliare all’andatura di Lawrence Sterne. Viaggiare sentendosi sempre, nello stesso momento, nell’ignoto e a casa, ma sapendo di non avere, di non possedere una casa. Chi viaggia è sempre un randagio, uno straniero, un ospite; dorme in stanze che prima e dopo di lui albergano sconosciuti, non possiede il guanciale su cui posa il capo né il tetto che lo ripara. E così comprende che non si può mai veramente possedere una casa, uno spazio ritagliato nell’infinito dell’universo, ma solo sostarvi, per una notte o per tutta la vita, con rispetto e gratitudine. Non per nulla il viaggio è anzitutto un ritorno e insegna ad abitare più liberamente, più poeticamente la propria casa. Poeticamente abita l’uomo su questa terra, dice un verso di Hòlderlin, ma solo se sa, come dice un altro verso, che la salvezza cresce là dove cresce il pericolo. Nel viaggio, ignoti fra gente ignota, si impara in senso forte a essere Nessuno, si capisce concretamente di essere Nessuno. Proprio questo permette, in un luogo amato divenuto quasi fisicamente una parte o un prolungamento della propria persona, di dire, echeggiando don Chisciotte: qui io so chi sono.