martedì 25 giugno 2013

Il caso Lysenko in Italia

La resistenza all'ideologia tra gli scienziati

 
Nel rapporto con la cultura, e con la cultura scientifica in specie, la presunzione ideologica dei comunisti staliniani fu sconfinata e trascinò nell'errore numerosi uomini di cultura, tra cui Emilio Sereni e Italo Calvino, senza contare gli stessi biologi aderenti al partito. E tuttavia, come scrive qui sotto Mauro Capocci nella sua recensione al fondamentale studio di Francesco Cassata in materia,  "molti furono gli scienziati che pur schierati politicamente con il Pci o comunque a sinistra (citiamo tra gli altri, Giuseppe Montalenti e Adriano Buzzati-Traverso) evidenziarono da subito le falle scientifiche e ideologiche del lysenkoismo. Ciò che crollò, con la fine dello stalinismo, fu dunque non solo un'ipotesi biologica completamente sballata, ma anche l'idea che il materialismo dialettico potesse apportare significativi contributi nel campo della scienza".
 
Antonio Carioti
Corriere della Sera, 19 giugno 2008

Aveva ragione Trofim Lysenko? Si potrebbe pensarlo, nel sentire chi oggi attacca darwinismo e biologia moderna quali matrici dell' eugenetica e del razzismo. Questo infatti, come emerge dal saggio di Francesco Cassata Le due scienze (Bollati Boringhieri), era uno degli argomenti usati dai tifosi dell' agronomo sovietico, le cui teorie ostili alla genetica mendeliana, prive di ogni base scientifica, piacevano tanto a Stalin. Il lysenkoismo, grottesco connubio fra cecità ideologica e disonestà intellettuale, fu osannato anche in Italia, dove si distinse nel propagandarlo Emilio Sereni, responsabile culturale del Pci, che incontrò scarsa resistenza da parte degli scienziati del partito: nemmeno i più seri, come Massimo Aloisi ed Emanuele Padoa, osarono dissociarsi pubblicamente. Riuscì a salvarsi l' anima Giulio Einaudi, che evitò di legittimare Lysenko con il prestigio della sua casa editrice. Invece Italo Calvino e il filosofo Antonio Banfi tributarono imbarazzanti elogi alla biologia sovietica. Quando poi la stella di Lysenko declinò, Franco Fortini rimproverò ad Aloisi il modo «sgradevole» in cui finalmente prendeva le distanze. Ma il vizio di opporre una scienza «proletaria» a quella «borghese» non scomparve, tanto che negli anni Settanta Lucio Colletti avrebbe ammonito il fisico Marcello Cini (ora tornato alla ribalta per la disputa sul Papa alla Sapienza) a non ricalcare le orme di Lysenko.
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Mauro Capocci
La bufala del "contadino" Lysenko:
quando l'ideologia dettava la biologia


Liberazione, 2 luglio 2008

Nel giro di pochi mesi un altro libro di storia della scienza rimette in ballo la figura di Emilio Sereni e il ruolo del Pci nella politica culturale italiana. Dopo Il caso Pontecorvo di Simone Turchetti (già recensito su queste pagine), è ancora un giovane storico ad affrontare un altro "caso" della scienza italiana. Mentre nel caso Pontecorvo fu un italiano che varcò la cortina di ferro, qui troviamo un percorso inverso: dall'Urss staliniana giunsero in Europa occidentale le idee ‘rivoluzionarie' di un agronomo, destinate a generare dibattiti decennali e ad addurre molti lutti - non solo metaforici, purtroppo - nella comunità dei biologi. È questo viaggio concettuale che viene descritto da Francesco Cassata in Le due scienze. Il caso Lysenko in Italia, da poco uscito per Bollati Boringhieri [...].
Trofim Denisovic Lysenko, in base a esperienze pratiche maturate nei campi sovietici, sostenne di aver dimostrato la possibilità di trasformare specie vegetali e animali: non mediante la selezione artificiale sulle mutazioni casuali all'interno di una popolazione, come si è fatto per millenni, ma direzionando il cambiamento verso le caratteristiche volute. Lysenko riproponeva, sotto altro nome, l'eredità dei caratteri acquisiti (lamarckiana), e asseriva quindi di poter produrre nuove varietà di grano e di altre specie di interesse agricolo capaci di sovvertire i normali cicli biologici: per esempio, piante da seminare in primavera e raccogliere in autunno, così da evitare i pericoli delle gelate. Una rivoluzione scientifica, accompagnata da una dura critica nei confronti della genetica nata nei paesi capitalisti, darwiniana e fortemente centrata sulla distinzione tra il germe e il soma, ovvero tra le immutabili particelle ereditarie e le cellule che compongono l'organismo adulto. Lysenko e un ristretto numero di altri scienziati vedevano invece nelle loro teorie l'applicazione dell'aspirazione socialista a cambiare il corso della natura, laddove la scienza capitalista era conservatrice, reazionaria, nella sua metafisica meccanicista che negava la possibilità di un cambiamento rapido e direzionale. L'opposizione al lysenkismo nell'accademia sovietica, che pure era all'avanguardia nella genetica e vantava di gran credito anche all'estero, fu rapidamente stroncata dall'efficiente apparato staliniano. Nikolaj Vavilov, direttore dell'Istituto di Genetica nell'Accademia delle Scienze e principale avversario del nuovo corso della genetica sovietica, rimosso da ogni carica, fu condannato nel 1941 per spionaggio (aveva mantenuto rapporti con i suoi colleghi inglesi) e morì in carcere nel 1943.
In Italia, alcuni biologi interni al Pci si fecero portavoce della nuova istanza scientifica che proveniva dall'Urss. Francesco Cassata ha ricostruito nel dettaglio questo caso di cieca obbedienza ideologica, fortemente caldeggiata dal Partito, che si tradusse in una sconfitta culturale epocale e che ha influenzato quasi 4 decenni di dibattito interni al marxismo e sul rapporto tra ideologia e scienza. Emilio Sereni, la cui fedeltà all'Urss lo portò a più di un errore (ça va sans dire, con il senno di poi), fu sicuramente il più attivo esponente del partito nel predicare il verbo lysenkoista. Con articoli su riviste, convegni, pubblicazioni, Sereni impiegò ogni mezzo di propaganda culturale, mettendo in moto la vasta rete di contatti su cui poteva contare il partito per mettere in crisi il modello scientifico della genetica occidentale. Con lui si mossero in molti, mettendo in luce più che gli aspetti strettamente biologici e sperimentali della scienza sovietica (peraltro estremamente deboli nel caso di Lysenko & co.), il nuovo rapporto che in Urss esisteva tra ricerca e società. La dimensione applicativa era predominante, in contrasto con la scienza di laboratorio che caratterizzava le strutture di ricerca capitaliste. Il "contadino" Lysenko era superiore ai tanti professori in camice bianco che invece di studiare il grano o le patate si affannavano a capire i segreti di un inutile insetto, la drosofila, oggetto della ricerca nel capitalismo decadente.
Furono diversi i biologi che si esposero in favore della biologia sovietica: ricordiamo tra tutti Massimo Aloisi (attivo sostenitore del ruolo del materialismo dialettico nella scienza, ma con numerose riserve sul lysenkoismo e per questo più volte richiamato da Sereni) e Franco Graziosi, protagonisti di molte pagine di questo libro. La lotta fu comunque durissima, e molti furono gli scienziati che pur schierati politicamente con il Pci o comunque a sinistra (citiamo tra gli altri, Giuseppe Montalenti e Adriano Buzzati-Traverso) evidenziarono da subito le falle scientifiche e ideologiche del lysenkoismo. Ciò che crollò, con la fine dello stalinismo, fu dunque non solo un'ipotesi biologica completamente sballata, ma anche l'idea che il materialismo dialettico potesse apportare significativi contributi nel campo della scienza.
L'ottimo lavoro di Cassata, che utilizza una montagna di documenti inediti provenienti da numerosi archivi, non si ferma tuttavia al "caso". Se da un lato mette a fuoco anche il formarsi della genetica come disciplina istituzionale in Italia, dall'altro osserva l'ombra di Lysenko, dura a morire. A ogni tentativo di analizzare in modo critico le influenze socio-politiche sulla scienza, l'ambiente culturale italiano - anche legato al Pci - ha reagito con una difesa della scienza "pura", libera da qualsivoglia legame con la società che la produce, e il nome di Lysenko tuttora emerge per screditare chi "viola" il tempio positivista della scienza, magari facendo solamente notare che la ricerca risponde sempre più a logiche economiche. Ben venga quindi un libro che va alle radici di un tic culturale tipicamente italiano e che fa riflettere sull'incapacità di questo paese di produrre una seria riflessione sul rapporto tra scienza e società. Un'assenza culturale che purtroppo si rispecchia nella mancanza di una vera politica scientifica, che non sia asservita a polemiche da cortile (come nel caso dell'uso delle cellule staminali embrionali) e abbia un orizzonte più ampio dei soli interessi del mercato e della difesa (o più raramente della riforma) dei poteri accademici.

Si veda inoltre  la recensione dedicata da Alessandro Delfanti al libro di Cassata in Le Scienze, luglio 2008