mercoledì 12 giugno 2013

Femminicidio: quando Adamo uccide Eva


Non vorrei partire da troppo lontano, ma è un fatto che i guai per le donne sono cominciati nel momento stesso in cui Dio le ha create  partendo da una costola dell’uomo: da quel momento il maschio si è sentito legittimato a considerare la donna come una cosa sua, anzi parte integrante del proprio essere… La cosa più incredibile è che, nonostante i millenni passati, questo modo di vedere le cose perduri. Non sto dicendo che tutti i maschi siano rimasti allo stato evolutivo dell’homo erectus, ma in alcuni di loro la negazione del fatto che la persona che dicono di amare sia altro da sé è cosi radicata nel subconscio che in determinate condizioni emerge in tutta la sua violenza.
Mi ha sempre colpito il fatto che quando si verificano questi crimini  si riscontrano alcuni elementi ricorrenti, che prescindono dallo status sociale, dall’età dei protagonisti e dalla localizzazione geografica: quasi sempre si tratta di delitti annunciati; le violenze si protraggono per anni e sfociano in omicidio quando si verifica da parte della donna un episodio di ribellione (vero o presunto che sia); i testimoni raccontano che l’assassino si comportasse con la vittima come il proprietario di un oggetto.
Ma com’è possibile che si riesca a maturare una relazione così malsana? Quali sono quelle condizioni di cui parlavo prima che costituiscono il terreno fertile per questa malapianta?
Lungi dal trovare giustificazioni per coloro che si macchiano di tali crimini, è un fatto che si verifichino in contesti nei quali un certo tipo di comportamento è socialmente tollerato. Mi ha molto colpito il racconto del padre di una delle ultime vittime di quel fenomeno ormai conosciuto col nome di femminicidio. Mi riferisco a quanto accaduto un mese fa a Corigliano  Calabro, dove un ragazzino di 17 anni ha brutalmente assassinato la sua fidanzatina di 15. Ai giornalisti che lo intervistavano il padre della vittima ha detto di aver più volte invitato il ragazzo a smettere di maltrattare la figlia perché “è troppo piccola”… come se invece lo stesso comportamento nei confronti di una trentenne fosse accettabile! La madre – sempre della vittima -  ha rincarato la dose sostenendo che l’assassino “è anche lui una vittima della società”… Comodo, troppo comodo. Comodo per il colpevole, ma comodo anche per tutti coloro che sapevano e si facevano i fatti propri. Troppo facile nascondersi dietro all’idea astratta di “società”. Ma sapete una cosa? La società siamo noi. E l’unico modo quindi di fermare queste violenze è smettere di essere complici facendo finta di non vedere, voltando la testa dall’altra parte pensando “sono cose che non mi riguardano”. Non dico che sia facile, anzi so benissimo che si tratta di un grande sforzo. Ma solo facendo sentire a questi soggetti il peso della riprovazione sociale è possibile che si possa istaurare un circolo virtuoso che, alla lunga, porti ad un duraturo cambiamento. D’altro canto non si può pensare né che questi maschi cambino spontaneamente,  né che le loro vittime riescano a liberarsi da sole: qui si che è dovere di una società intera intervenire.