martedì 2 dicembre 2025

Elogio di Jane Austen

Susanna Basso

Sara Scarafia
Susanna Basso: "Traduco Jane Austen con molto orgoglio e senza alcun pregiudizio"

La Repubblica, 1 dicembre 2025

Sette anni per sei romanzi. Susanna Basso, signora della traduzione italiana, voce di McEwan e Barnes, Strout Munro, Ishiguro e Amis, confessa che quando ha ricevuto la proposta di ritradurre per I Meridiani l’intera opera austeniana (i sei romanzi completati e i due rimasti incompiuti) ha tentato in tutti i modi di dire di no: «Poi mi è arrivata a casa la cassa dei volumi bellissimi della Cambridge University Press: tutta Jane Austen. Di fronte a quella meraviglia ho pensato che non si potesse dire di no. Ho accettato ma con grandissimo spavento». Basso vive a Torino, il suo studio è una grande scrivania che fronteggia una libreria colorata dai dorsi della sua biblioteca. Sul divano decine di taccuini di appunti vergati dalla sua grafia minuta. 

Aveva già tradotto Austen, cosa la spaventava?

«Questa è stata l’impresa della mia vita. La prima volta, nel 1996, era stata per la collana “I classici classici ” diretta al tempo da Aldo Busi. Il grandissimo spavento dei miei sessant’anni non corrisponde alla disinvoltura con la quale a quaranta avevo accettato».

Un traduttore è prima di tutto un attento lettore: cosa ci restituisce oggi Jane Austen, a 250 anni (il 16 dicembre) dalla sua nascita?

«A me verrebbe da dire: sembra ieri. Virginia Woolf secondo me aveva capito tutto: individua quella grandezza quando dice di essere presa al laccio dalle frasi di Austen. Ed è proprio quello che succede».

Qual è la sua forza?

«La scomparsa di Dio e dell’Io. Austen non scrive mai di Dio nonostante sia figlia di un pastore protestante. Poi c’è lei, inafferrabile: Jane non è in casa, non la si trova nei suoi testi. La sua è scrittura pura, che non concede spazio ai giochi di prestigio. Poche descrizioni, un affondo psicologico che rende i suoi personaggi indimenticabili. Quelli che Ishiguro definisce i nostri amici artificiali».

Lei traduce le grandi e i grandi contemporanei. Com’è cambiata la lingua del romanzo nel tempo?

«Quello che posso dire è che in tutte le grandi voci che ho avuto il bene di frequentare si può riconoscere una fortissima impronta vocale. L’impronta vocale di un autore come Ian McEwan, come Julian Barnes, come Ishiguro: la senti nelle frasi e, nel mio caso privilegiato, la risenti andando avanti tornando più volte a tradurla. Vale per le geometrie linguistiche di McEwan, l’eleganza sublime di Ishiguro, per il flusso di coscienza stroutiano e poi per quella inafferrabile quiete apparente di Alice Munro».

Qual è il libro che ha amato di più tradurre?

«Experience di Martin Amis è forse quello che mi ha dato più filo da torcere: l’ho detestato per tutto quello che comportava in termini di senso di inadeguatezza, di realizzazione che qualcosa non stava funzionando. E poi a un certo punto è diventato una meraviglia».

Che rapporto ha con gli autori e le autrici che traduce: aneddoti? Ricordi?

«A differenza di alcune colleghe e colleghi che avviano corrispondenze intense e proficue con gli autori che traducono, io non riesco a trasformare questi rapporti in scambi personali: è una mia forma di timidezza, suppongo. Gli incontri comunque sono stati tutti felicissimi, desiderati e quindi anche molto felici. Mi piace raccontare di aver incontrato Alice Munro quando aveva già smesso da molto tempo di lasciare il Canada. Ed è stato sorprendente».

Perché?

«Io mi aspettavo che fosse una donna molto minuta e invece era una signora alta e con una bellissima figura, anche importante. E poi ho avuto la conferma della sua voce, perfino della sua voce in termini acustici, della sua allegria e della sua perfidia. Eravamo in un hotel di Roma, una Roma torrida, caldissima, era il 10 di luglio. Munro ha capito che con me poteva fare pettegolezzi sui suoi personaggi, come fossero persone di quel villaggio nel quale tutte e due eravamo state, di quella geografia immaginaria».

Gli amici artificiali, appunto. McEwan e Ishiguro?

«McEwan l’ho incontrato molte volte, fino a pochi giorni fa. Sono sempre stati incontri affettuosi. Ormai parliamo dei nostri nipoti, ci mostriamo le foto a vicenda. Ishiguro è di una gentilezza e di una modestia assolute: è esattamente come le sue parole, sobrio come la sua prosa. Barnes, un uomo divertentissimo: ho trascorso con lui un paio di giorni meravigliosi e indimenticabili a Capri per il premio Malaparte».

McEwan ha appena pubblicato in Italia un libro (“Quello che possiamo sapere”) accolto come un capolavoro.

«McEwan attraversa i suoi molteplici saperi che vanno dalla musica classica, leggera e jazz, alla scienza, al diritto, all’arte e alla religione».

I grandi autori anticipano il futuro?

«No, capiscono il presente che secondo me è la cosa più straordinaria che si possa fare. Perché se del futuro non sappiamo nulla, è il presente che già ci sfugge. Pensiamo alle quattro famiglie di campagna di cui parla Jane Austen, che in realtà si affacciano sulle guerre napoleoniche, sulla schiavitù. Non è vero come si dice che Austen è fuori dal suo tempo, e Nabokov l’aveva capito benissimo».

L’amore resta la spina dorsale del romanzo?

«Sì, certo, l’amore è un motore narrativo meraviglioso, come la morte. Ma l’amore in Austen non è affatto banale. L’altro luogo comune è che lei non racconti cosa succede dopo il matrimonio. Tutti i matrimoni che racconta, tranne uno, quello dell’ammiraglio, sono noiosi, di convenienza, tollerati, finiti, in più casi, già vedovanze».

Qual è stato il primo vero libro che ha tradotto?

«Il mio primo lavoro è stato l’epistolario delle sorelle Brontë, tradotto sotto l’egida di Barbara Lanati, la mia insegnante, e con la revisione di Angelo Morino. Il primo libro importante è stato Bambini nel tempo di McEwan: lì ho capito che si era aperta la strada».

C’è un libro che avrebbe voluto tradurre?

«Ce ne sono tantissimi, ma c’è un autore, anzi un’autrice sulla quale mi piacerebbe tanto lavorare: George Eliot».

Lei è stata anche un’insegnante. Ha ancora senso scrivere, leggere, parlare di letteratura?

«Basta conversare con qualcuno per sentire quanto bisogno abbiamo delle bugie che ci raccontiamo, dell’invenzione che proponiamo agli altri di noi stessi».


Sara Scarafia 
Liliana Rampello: "Jane Austen? La grande narratrice dell'eros"

La Repubblica, 4 ottobre 2025

Altro che zitella, Jane Austen è la grande narratrice dell’eros. Parola di Liliana Rampello. Critica letteraria e saggista, per anni docente di Estetica all’Università di Bologna, Rampello è stata la curatrice dei due Meridiani Mondadori (pubblicati uno nel 2024 e l’altro nel 2025) dedicati alla grande Austen e, nell’anno che celebra i 250 anni della nascita della scrittrice inglese, ha curato per Neri Pozza una deliziosa antologia, Un anno con Jane Austen: un brano da uno dei suoi sei romanzi perfetti (Rampello per il Saggiatore aveva scritto il saggio Sei romanzi perfetti) per ciascuno dei 365 giorni. Una sorta di viaggio tematico – incipit, matrimoni, seduttori, balli e tanto altro – per rinnovare la scoperta di un’autrice che continua ad affascinare milioni di lettori e lettrici in tutto il mondo.

Rampello, Austen maestra dell’eros?

“Leggendo e rileggendo Austen, grazie anche alla meravigliosa palestra dei Meridiani, ho notato quanto sia sottile il suo modo di lavorare il tema dell’erotismo. Pensiamo al ballo, che considero una metafora dell'incontro tra i sessi. In una sequenza di movimenti prestabiliti, Austen esprime l’attrazione, questo sottile erotismo, in molti modi: dal sorriso all’assenza di sorriso, dal silenzio alla parola, dallo sfiorarsi alla presa più forte, più decisa. Le relazioni, che lei narra magistralmente, sono tutte giocate sul desiderio. La tensione sessuale è fortissima”.

Per questo Austen parla ancora alle nuove generazioni?

“Quella che lei racconta è una dinamica fortissima nell’adolescenza, il momento della scoperta dell’altro. Pensiamo a quando Lizzy Bennet si infuria perché Darcy al ballo dice che è passabile ma non abbastanza bella: la rabbia di lei è anche per lo sguardo maschile che non la vede. I suoi romanzi sono pieni di cose importantissime e attuali”.

Cosa la rende una narratrice così sorprendente?

“È un'autrice spartiacque: c’è un prima e un dopo di lei. La forza della sua scrittura è ovviamente nello sguardo, questo sguardo così acuto, così preciso. Nella capacità di ribaltare il senso comune a favore del buon senso. Ma anche nell’intuizione che il cuore di qualsiasi narrazione sono le relazioni umane. Lei racconta in fondo di una ragazza che insegue il proprio desiderio di felicità: anche questo fa di lei una inarrivabile scrittrice, la più perfetta, appunto, delle scrittrici inglesi. Senza contare l’ironia e la capacità di parlare dei sentimenti, compresa la vergogna sia femminile sia maschile. I suoi protagonisti maschi si sentono in dovere di riparare il torto fatto da altri uomini alle giovani donne: questo è un grande elemento di modernità. E poi ha inventato il discorso indiretto libero”.

Ogni rilettura è una scoperta?

“Nelle sue pagine c’è sempre qualcosa che non avevi notato: una sfumatura, un elemento dell'intreccio, la costruzione di un capitolo che ti era sfuggita. Leggerla in questi anni è stata per me una continua riscoperta che mi ha lasciata piena di meraviglia e questa meraviglia la condivido con milioni di lettori e lettrici. Non si capirebbe altrimenti perché un romanzo che parla di innamoramenti, amore, matrimoni, balli, carrozze e soprattutto perché un romanzo dell'inizio dell'Ottocento, sia ancora così amato”.

Come ha potuto una ragazza dell’Ottocento con una vita così normale, raggiungere questi livelli di perfezione? Come è possibile il miracolo Jane Austen?

“Impossibile scoprire come mai è un genio. Ma sappiamo che ha fatto delle scelte anche di grande sacrificio personale: ha scelto di essere una scrittrice e non solo perché non ha incontrato qualcuno da sposare. Una delle poche informazioni certe che abbiamo su di lei è che ha rifiutato una proposta di matrimonio che aveva accettato la sera prima. Lei sapeva che sposarsi significava fare figli, correre il rischio di morire di parto, e non voleva pagare un prezzo così alto rinunciando al suo talento. Continua a scrivere nonostante la fatica che le costa, nonostante i primi rifiuti editoriali. Cura da sola i diritti dei suoi libri, una scelta che indica una tenace determinazione. Allo stesso tempo il suo talento è stato accompagnato da studio e da lettura”.

Per chi non la conosce ancora: come leggere i romanzi di Austen?

“Io direi che durante l'adolescenza, si potrebbe cominciare con Northanger Abbey, dal sapore gotico, e da Ragione e sentimento che racconta il dolore dell’amore quando il cuore è ancora molto giovane. Poi, più avanti, per divertirsi, Orgoglio e pregiudizio ed Emma: entrambi allegri, spumeggianti. A seguire Persuasione, perché è in qualche modo molto maturo, e infine Mansfield Park che ha bisogno di un'attenzione particolare, perché con la sua protagonista non sviluppiamo una immediata empatia”.

Che cosa avrebbe scritto se fosse vissuta più a lungo?

“Avrebbe finito Sanditon e ci avrebbe fatto capire, da scrittrice materialista quale era, come il capitale finanziario stava sostituendo la rendita fondiaria in Inghilterra. La trasformazione di un piccolo paese di mare in una stazione balneare è un’idea geniale”.

Tra le scrittrici di oggi c’è qualcuna che ha raccolto il suo testimone?

Sally Rooney: ha la stessa capacità nel raccontare la sua generazione che ha avuto Jane Austen. Tutti i libri di Rooney sono incentrati su quello che lei fa, che sperimenta, che vede: anche lei non si occupa dei grandi temi del mondo ma di Normal People”.

L'ammiraglio scatenato

Mario Sechi
L'ammiraglio gioca alla guerra

Libero, 2 dicembre 2025

Quando ieri mattina ho letto l’intervista al Financial Times di Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, mi sono venute in mente le parole di Georges Clemenceau: «La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai generali». Cavo Dragone viene dalla Marina, ma la frase del due volte primo ministro francese vale anche per lui. L’ammiraglio ha commesso tre errori, di metodo, di merito e di tempo, vediamoli.

1) Gli attacchi preventivi (anche e soprattutto quelli cyber, che sono parte della silenziosa e letale guerra ibrida) non si annunciano, si fanno, altrimenti si perde l’effetto sorpresa che è l’arma più letale in battaglia. Il risultato della pensata dell’ammiraglio è che da ieri la Russia sa che la Nato valuta di fare la mossa, che c’è un ragionamento (lo fa lui, Cavo Dragone) sulla dottrina del “primo strike” in ambiente cyber;

2) Non può essere un pur alto ufficiale della Nato a lanciare sul quotidiano più importante d’Europa ipotesi su un attacco preventivo alla Russia (che sia cyber non ne muta il peso, Mosca è una potenza nucleare con la quale formalmente non siamo in guerra), può farlo (e ci metto un “forse” davanti, vista la gravità dell’argomento) il segretario generale Mark Rutte, un politico navigato che non a caso finora si è mosso con prudenza, ma solo dopo aver sentito l’orientamento del Consiglio Nato dei ministri della Difesa e, soprattutto, i leader delle nazioni che fanno parte dell’Alleanza Atlantica;

3) Parlare di «attacco preventivo» della Nato mentre in queste ore sono in corso delicatissimi colloqui tra gli Stati Uniti, la Russia e l’Ucraina per apparecchiare almeno una tregua, è un grave errore che rimbalza sullo scenario politico. La prova è nel fatto che la Russia ne ha approfittato per incunearsi nella breccia, affermando che quelle dell’ammiraglio sono «dichiarazioni irresponsabili che dimostrano la volontà di escalation».

Matteo Salvini ieri ha detto che «serve responsabilità, non provocazioni» e non si può dire che abbia torto, visto che l’Ucraina è piombata in una fase difficilissima, le inchieste sulla corruzione e le dimissioni di Andrii Yermak - il braccio destro di Volodymyr Zelensky indeboliscono la posizione di Kiev nel negoziato, e i giochi di guerra squadernati da Cavo Dragone non aiutano il popolo ucraino. Giorgia Meloni ha costruito la sua autorevolezza in politica estera con una scelta atlantista, occidentale, per la libertà, contro l’aggressione russa di una nazione sovrana. Lo ha fatto ricordando sempre che l’impegno dell’Italia ha un perimetro (l’Ucraina), un limite (la Costituzione) e uno scopo preciso (aprire il tavolo della pace). Un comandante militare che parla troppo non è la soluzione, diventa un problema. Dare a Mosca l’occasione di apparire di fronte all’opinione pubblica come una colomba - quando in realtà è il falco - è una stupidaggine strategica.



lunedì 1 dicembre 2025

Ricordo di Nicola Pietrangeli

Gianni Clerici
Pietrangeli: “Caro Clerici, ti racconto la mia vita. Non l'ho mai detto a nessuno, ma sarei il conte Nicola Shirinsky”
la Repubblica, 8 settembre 2013, ripubblicato il primo dicembre 2025

ROMA - E allora non potei fare a meno di guardarlo. Come avevo fatto con oggetti di autentica meraviglia, il San Giovanni Battista di Caravaggio, la frase di Proust sulla Marchesa di Guermantes, lo stop al volo di un ormai decrepito Meazza. Quello che guardavo, con gli occhi di chi in fondo già capiva di essere uno spettatore, dotato della consapevolezza dell'ammirazione, era un ragazzino di sedici anni. Nel viso paffuto sotto i riccioli, nell'espressione concentrata e dolcemente impegnata dei bambini quando giocano. Così come questa mattina di fine estate ci troviamo al Foro Italico, allora ci trovavamo su un campo del vecchio Tennis Parioli, nell'antica sede di viale Tiziano. Ero lì nella speranza di vincere un nuovo torneo di seconda categoria, un torneo che, a vent'anni compiuti, mi avrebbe avvicinato o ammesso all'agognata prima categoria. E quell'insolito avversario del secondo turno, ammesso forse perché figlio di un socio, perché raccomandato, mi aveva appena trafitto con un passante di rovescio come mai ne avevo visti, io che già avevo incontrati Gianni Cucelli e Marcello Del Bello, i nostri eroi di Coppa Davis.

Un passante giocato dall'angolo sinistro, due metri fuori dal campo, a me che stavo a rete, ad aspettare una sicura, facilissima volée. Decisi di credere a un colpo di fortuna, ma già sapevo, in fondo, quel che sarebbe avvenuto cinque punti più tardi, nella medesima, identica circostanza. Avvenne, infatti, senza che il bambino mostrasse segni di sorpresa, o di entusiasmo, e fui costretto a rassegnarmi al fatto che avesse un talento ben superiore al mio, e che in un prossimo futuro mi avrebbe superato: oh, di quanto! Mi rassegnai dunque a vincere la mia banale partita rimanendo indietro a palleggiare, soprattutto sul diritto, meno pericoloso, e a stancarlo.

E così accadde, in un paio d'ore di banali ribattute e di corse, solo a tratti interrotte da uno di quei suoi rovesci iridescenti. Ma le sorprese non erano finite. Dopo avermi stretto la mano con un angelico sorriso, quasi la nostra fatica altro non fosse stata che un gioco, il bambino svicolò dal campo. Lasciata la sua unica racchetta in un angolo, lo vidi scavalcare una siepe, e affrettarsi verso il vicino rettangolo verde del campo della Lazio, dove fu accolto da grida gioiose di coetanei, e subito ammesso alla partitella degli Allievi, e rimproverato per il ritardo da un anziano allenatore.

Fu, quello, il mio primo incontro con Nicola, un amico che avrei rivisto centinaia, forse migliaia di volte, nella nostra lunga vita, e del quale il giornale mi ha chiesto un'intervista per celebrarne l'ottantesimo compleanno. Ci incontriamo davanti allo stadio del tennis che porta il suo nome, caso più unico che raro per un ex sportivo vivente, il campo sul quale ha vinto due Internazionali d'Italia: "Ho chiesto a Petrucci, ex presidente del Coni, perché non mi avesse intitolato invece del vecchio il nuovo campo centrale: "Perché il vecchio è monumento nazionale e nessuno lo può toccare, Nicola, quell'altro no...". Per quell'altro "c'è tempo".

L'intervista non è di quelle facili, come sempre accade quando il giornalista conosce troppo bene l'intervistato, tanto bene da aver rifiutato, anni addietro, di scriverne una biografia. Il lettore, certamente uno dei nostri, un aficionado, capirà quindi benissimo perché, in un simile ricordo, lo scriba abbia privilegiato un paio di flash a una scheda biografica che potrebbe comunque cominciare pressappoco così.

"Nasco a Tunisi da madre russa e padre italiano. Non l'ho mai detto a nessuno, ma avrei potuto farmi chiamare conte. I miei nonni russi erano nobili e poiché mia madre non aveva fratelli maschi trasmise il suo titolo a me. Sarei il conte Nicola Shirinsky Pietrangeli. Quanto al mio nonno paterno era tedesco e aveva la moglie svedese. Insomma, sono un bel bastardo. Durante la guerra i francesi ci cacciarono da Tunisi. Passammo la notte di Natale del '46 su una nave per Marsiglia, come emigranti. Quando arrivai a Roma avevo tredici anni e diventai molto popolare a Piazza di Spagna. Ero "Er Francia". Non capivo una parola di italiano, solo russo e francese. Poi il russo l'ho dimenticato, per imparare male l'italiano. Papà diventò rappresentate di Lacoste, dopo aver visto giocare Cucelli e Del Bello secondo lui con vestiti non adatti al tennis. Nei primi anni '50 in un anno riuscì a vendere 280 mila magliette, ognuna costava 2.800 lire. Gli dissi: "Papà aggiungi cento lire in più per me". Ma lui disse di no. Ho fatto i calcoli: mi sarei comprato quattro appartamenti".

Un altro flash. Dopo il primo, quello di un'intuizione non meno sicura che ovvia, me ne ritorna subito alla mente un secondo: la vittoria del Roland Garros del 1960, la seconda dopo quella del '59. Pensate che, giovane inviato de Il Giorno, il mio amato direttore, Italo Pietra, non aveva ritenuto importante la trasferta dell'anno precedente, una vittoria contro il poco conosciuto sudafricano Vermaak, il cui serve and volley era stato sommerso dai passanti di Nicola. Questa volta dovetti tuttavia insistere, garantire verbalmente che una seconda vittoria sarebbe stata sicura, e mi assisi, unico giornalista italiano, nello stadio che già avevo visitato tre volte da mediocre giocatore.

Infine raggiungemmo - anzi, mi scuso - Nicola raggiunse la finale contro Ayala. Ero ottimista sul risultato, ma meno ottimista di me era il mio ospite, un genio chiamato Gil de Kermadec, già tennista francese del mio livello, segretario di Samuel Beckett tanto lucido da decidere di cessare di scrivere "perché è migliore lui", futuro factotum del tennis francese, inventore di una macchina cinematografica perché "i campioni si rendano conto dei loro punti deboli". Gil, che scriveva per Paris Presse, temeva che quel maratoneta presuntuoso del cileno riuscisse ad allungare la partita tanto da logorare il talento di un Nicola "troppo pigro per allenarsi alla corsa". Nicola era, tra l'altro, segretamente preoccupato per l'importanza di una vittoria, storicamente insolita, di un secondo Roland Garros, torneo Slam iniziato soltanto nel 1925, ultimo dei Big Four. Passavamo quindi la sera, per distrarci, in un ristorante vicinissimo al famose night club di Regine, una dama allora famosissima, delle cui amiche eravamo amici. Raccontarono, i giornalisti italiani assenti, che avessimo trascorso la serata ballando sfrenatamente sui tavoli, in preda all'alcool, mentre a mezzanotte salutammo e raggiungemmo le nostre abitazioni.

"Da Regine ci andavamo tutte le sere perché se non passavamo portava iella. Ma a mezzanotte a casa, e quanto al resto hai ragione tu: soltanto gossip".

L'amico de Kermadec aveva, al solito, visto giusto. Invece che tentare, come i precedenti avversari, una partita d'attacco, Ayala cercò, sin dall'inizio, di logorare Nic. Rispondeva ai profondi rovesci del nostro con un malefico rovescetto avvelenato, ribatteva ai suoi dropshot con tocchi ancor più corti, insomma, come scrisse il grandissimo Antoine Blondin "non perdeva la ruota sull'Izoard". Erano, a quei tempi, almeno per un (ora ex) addetto ai lavori, accessibili gli spogliatoi. Ricordo di aver evitato ogni suggerimento come vidi il medico del torneo che, insieme alle calze, liberava Nic anche della pelle dei piedi. Quello che fu, più tardi, ritenuto un "campione snob", uno che "avrebbe fatto meglio ad allenarsi", dopo sofferenze degne di un martire riuscì ad allungare tanto da consentirsi una serie decisiva di winners nell'ultimo set.

"Finita la partita avevo i calzini rossi di sangue. Per due giorni sono andato in giro in ciabatte".

Per rimanere al Roland Garros, lo stadio che consacrò Pietrangeli numero uno mondiale sul rosso, è giusto ricordare l'anno seguente che condusse Nic vicinissimo - un set - da una tripletta sino ad allora mai realizzata. Fu probabilmente un eccesso di disinvoltura e insieme di umanità a privare Nicola del terzo titolo. Testimone e insieme amico, ricordo di aver palesato un timido dubbio quando mi informò di aver chiesto al giudice arbitro Ostertag, solitamente burocraticissimo, due giorni di libertà per tornare a casa.

"Susy, mia moglie, era incinta del nostro primo figlio. E allora io vado dal giudice e gli dico "parto!". La domenica sono partito, mio figlio è nato e ancora oggi non so perché l'ho fatto ma sono rimasto a Roma altri tre giorni. Ritorno il giovedì e scopro che mi hanno aspettato: ero il più forte in quel momento".

Fin lì Nicola aveva dominato il torneo, e il suo avversario, lo spagnolo Santana, era sì promettentissimo, ma non ancora affermato come poi sarebbe divenuto. Inventore, sui campi rossi, di colpi liftati, Santana si impose, nel quarto e quinto, a un avversario che, secondo me, era mentalmente uscito dal torneo. Secondo Nicola, perché Santana era l'unico a credere di poterlo battere.

"Santana vince, io salto la rete ma dall'altra parte non trovo nessuno. Era passato sotto, emozionato. E mi disse che era passato sotto la rete perché era così che faceva quando era un povero raccattapalle. Lui piangeva e io ridevo".

Quel 1960 fu un anno capitale nella vita di Pietrangeli. Dopo il Roland Garros giunse Wimbledon, che la rapidissima erba dei tempi precludeva, per solito, a tennisti tipici della terra battuta. La semifinale contro Rod Laver finì tanto tardi, al quinto set, che mi costrinse, come accade nel giornalismo sportivo, a stilare due pezzi, nel primo dei quali Nicola vinceva il match, nel secondo lo perdeva. Mentre compitavo il secondo, maledicevo il primo game del quinto, in cui Nicola aveva servito male, e subìto un break che non riuscì mai a recuperare, nonostante lo scout della partita, nelle teche del Wimbledon Museum, ancora rechi una somma di punti a lui favorevoli. In finale, ad attendere uno dei due, già era pronto Neale Fraser, che poi vinse. Vecchio amico, partner di frequenti doppi a carriera finita, Neale fu spesso battuto da Nicola, come a Parigi nel 1959, e in più di una occasione ebbe a confidarmi che aveva temuto di fronteggiarlo in finale, a disagio com'era, lui mancino, nel confronto tra i reciproci rovesci. Ma ho parlato di un anno capitale, per Nic. Fu, il 1960, quello delle Olimpiadi romane. Dopo le ultime affermazioni, Pietrangeli era stato considerato più che degno da Jack Kramer di far parte della sua troupe. Erano i tempi in cui i tennisti si dividevano in due gruppi di appartenenza. I professionisti, in grado di essere remunerati per le loro esibizioni, e i dilettanti, che per diletto avrebbero giocato i tornei tradizionali, e in realtà percepivano modesti guadagni in nero dagli organizzatori o dalle Federazioni. L'offerta di Kramer fu tale che, mentre Nicola avrebbe desiderato acquistare una Maserati, la moglie Susy preferiva un appartamento ai Parioli. Ma, una volta di più, finì per prevalere il cuore di Nic. Durante la cerimonia di apertura dei Giochi, cui entrambi presenziammo, Pietrangeli si commosse all'idea di un mondo che, per denaro, stava per svendere.

"Mi misi a piangere. Avevo fatto quella scelta, i professionisti li battevo tutti in allenamento, era l'unico modo per guadagnare qualcosa: e mi consideravano un fuorilegge". E, dopo ore difficili, telefonò a Tony Trabert, che rappresentava Kramer. Stracciò il contratto, e me ne diede notizia che non tardai a comunicare, nella mia cinica professione di autore di scoop. "Oggi i giovani non capirebbero".

Non fu quella l'unica occasione in cui un uomo nato a Tunisi, che avrebbe potuto rappresentare Tunisia o Francia in Coppa Davis, dimostrò amore per l'Italia. "A diciott'anni potei scegliere se avere il passaporto italiano oppure no, se giocare con la Francia o la Tunisia oppure no. Scelsi di stare qui, e non so se oggi lo rifarei". Alla fine di una carriera che ancora lo vede come il giocatore mondiale con il maggior numero di presenze, 164, in Coppa Davis, (110 singoli e 54 doppi), Nicola, ormai capitano non giocatore di Davis, si ritrovò di fronte la metà di un Paese che la storia, anche recente, vede diviso nelle antiche fazioni di guelfi o ghibellini. Per la terza volta in finale di Davis (dopo le due perdute contro l'Australia proprio da Pietrangeli con il mio ex partner Sirola), l'Italia, avvantaggiata da un ritiro politico dell'Urss, si ritrovava nel 1976 favorita in finale, sempre fuori casa, con il Cile. Era, il Cile, vittima di una dittatura di destra, guidata dal Generale Pinochet, che aveva estromesso un governo condotto dal socialista Allende. Iniziò, allora, in Italia, una campagna disinformata quanto faziosa, campagna della quale fui io stesso oggetto, mentre sia Nicola che lo scriba, tutt'altro che pro-Pinochet, erano serenamente favorevoli alla sfida tennistica. Nicola fu minacciato, così come i quattro membri della squadra Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli, da gruppi di quelli che osai definire "gli squadristi rossi", uno dei quali si segnalò gettando macchine per scrivere dalla finestra di una Federtennis della quale sarebbe divenuto in seguito segretario. Il brillante cantautore Modugno ("Volare, oh oh") divenne ancor più noto con due storici versi che assursero a slogan: "Non si giocano volée con il boia Pinochet". Nicola resistette con felice pacatezza alle provocazioni e alle minacce, affermò - come Panatta - che avrebbero dovuto sequestrargli il passaporto per impedirgli la trasferta, e riuscì infine a convincere gli interessati pacifisti del governo Andreotti, e segretamente l'onesto incaricato del Pci, onorevole Pirastu, in favore dell'ostacolatissima partenza.

"Non mi sono mai occupato di politica, ma nel '76 ero diventato popolarissimo, o impopolarissimo, in Italia solo perché ogni santo giorno cercavo di convincere tutti ad andare a giocare a Santiago. A me di Pinochet non me ne fregava nulla. Avevo la macchina della polizia sotto casa 24 ore su 24. Sotto le finestre mi urlavano "brutto fascista ammazziamo te e la tua famiglia". Ma io insistevo. Andiamoci a Santiago, andiamoci perché sarà l'unica Coppa Davis che potremo portarci a casa. E cosi siamo partiti scortati dai carabinieri. Le stesse cose le sostenni contro gli Usa quando decisero di boicottare i giochi di Mosca del 1980, però in quel caso mi diedero tutti ragione... ".

Giunti in Cile, ci ritrovammo di fronte, nelle vesti di capitano, lo stesso Ayala che Nicola aveva superato al Roland Garros e, dopo aver apprezzato la sportività di un pubblico grato per la decisione della trasferta, una squadra che, come scrisse per primo lo scriba "era zoppa dalla gamba destra", a causa di uno stiramento sofferto dal suo numero uno, Jaime Fillol. L'incontro fu quindi una passeggiata, complicata dalla reticenza politica di un nuovissimo presidente, l'avvocato Galgani, tanto che, al sorteggio, la squadra rifiutò di annodarsi la cravatta della Federtennis, e preferì quella celebrativa del Club dello Scriba, che Nic mi onora di portare anche oggi. Fu una facile vittoria, che rimane la nostra sola in Davis. Anche al ritorno il successo non ottenne i favori che avrebbe meritato, tanto che, priva di un luogo di sicuro deposito, la Coppa dovette trascorrere una notte in attesa tra le braccia di Nic, nella sua stanza da letto romana.

"Al ritorno ci accolsero a insulti: dovemmo scappare come ladri da un'uscita secondaria, roba da pazzi". Come premio di tutto ciò, dopo una sconfitta mal digerita della finale dell'anno seguente, a Sydney, Nicola si ritrovò licenziato da una squadra ingrata, e dal suo presidente Galgani, che avallò un colpo di stato condotto da un geloso direttore tecnico, Belardinelli.

"Parce sepulto" mi dice Pietrangeli, al termine di questo incontro che spero vedrete integralmente su Repubblica Tv. Un dialogo che ripercorre la sua vita certo meglio di questo scritto, e al termine del quale l'aficionado si domanderà perché non l'abbia scritto quel libro su Pietrangeli. Me l'ha chiesto un grosso editore, confesso, così com'è accaduto per altri tre miei famosi amici, ormai scomparsi. Ma sono convinto di non poter scrivere biografie su gente che ho conosciuto troppo bene. È, probabilmente, un limite professionale. Non certo umano.

L'erotismo al femminile


Juliette Deborde
Alla fiera della letteratura erotica: "C'è stato un prima e un dopo nella mia sessualità"
Libération, 30 novembre 2025

Laetitia si è avvicinata alla letteratura erotica sette anni fa, dopo aver scoperto Cinquanta sfumature di grigio . A pensarci bene, la trentenne non lo ammette del tutto. Ma leggere il bestseller ha avuto il merito di aprirle le porte a questo genere letterario fino a quel momento sconosciuto, di cui ora è una devota fan. Tanto che domenica 30 novembre è partita dagli Alti Pirenei per partecipare alla nona edizione della fiera della letteratura erotica. "La letteratura erotica permette di scoprire tantissime cose. C'è stato davvero un prima e un dopo nella mia sessualità", spiega la giovane donna nel trambusto della fiera, che si tiene a La Bellevilloise a Parigi. Questa passione, a cui ha persino convertito alcuni colleghi, è qualcosa di cui Laetitia dice di parlare "in tutta libertà", "senza vergogna".

Tra i suoi libri preferiti ci sono la trilogia SM di Emma Cavalier , "The Manor ", che ha suscitato in lei "un'enorme rivelazione" , e le opere di Chloé Saffy. Questi autori erano presenti in gran numero questa domenica e ora sono alla guida di questo genere letterario un tempo molto maschile. "Prima, la letteratura erotica era scritta da uomini per uomini. Negli ultimi anni, la situazione si è completamente invertita", osserva Anne Hautecoeur, direttrice di La Musardine, casa editrice e libreria partner della fiera del libro. Dei quindici titoli pubblicati dalla sua casa editrice nel 2025, undici sono scritti da donne .

Questo cambiamento è evidente anche tra le lettrici, numerose tra le corsie di La Bellevilloise. Da La Musardine, le clienti sono spesso donne. Donne "che non trovano necessariamente quello che cercano nella pornografia", spiega Anne Hautecoeur, e che si identificano maggiormente con le visioni trasmesse da una nuova generazione di autrici, che tengono conto "dell'affermazione del desiderio" e delle fantasie femminili. E del rispetto del consenso, che dopo #MeToo , "si è affermato dove prima la questione non veniva realmente sollevata", sottolinea Flore Cherry, fondatrice e organizzatrice della fiera del libro, che ritiene che il movimento abbia aperto "spazi in cui le donne possono esprimersi".

Sguardo femminile

Dietro il suo stand, l'autrice Rose Brunel accoglie con favore l'emergere di questo "sguardo femminile" nella letteratura erotica, anche se "il dominio patriarcale prevale ancora", anche nella scrittura femminile. Tuttavia, si rifiuta di puntare il dito contro le giovani fan del dark romance , accusate di normalizzare la violenza, il che, secondo lei, equivarrebbe a "fare la predica alle donne su ciò che leggono". Il suo ultimo romanzo, Rouge humide (Rosso bagnato), racconta la storia della scoperta della sessualità da parte di un'adolescente nell'era post-#MeToo. L'autrice ha tratto ispirazione, in particolare, dalle domande sollevate durante i gruppi di discussione sulla sessualità che conduce con i padri e i loro figli. L'autrice, che ha iniziato a scrivere perché non riusciva a trovare ciò che cercava nella letteratura erotica troppo intrisa di cultura dello stupro , afferma di prestare particolare "attenzione al consenso" e agli stereotipi di genere, ad esempio invertendo i ruoli femminili e maschili in uno dei suoi racconti: "Questi sono vincoli che mi impongo, senza censurarmi".

Sebbene il movimento #MeToo e le sue conseguenze influenzino inevitabilmente la sua scrittura, Chloé Saffy non si tira indietro. Il suo ultimo libro, La Vocation (La Vocazione), pubblicato da Cherche Midi questo autunno, racconta la storia della sottomissione volontaria di una giovane donna a una coppia benestante. "Anche se ci sono eccessi, la comunità BDSM riflette molto sul consenso", sottolinea l'autrice 44enne tra una sessione di autografi e l'altra. Secondo lei, gli scrittori erotici stanno cambiando la percezione, soprattutto non trascurando "ciò che accade nella mente". "Quando scrivo una scena di sesso, mi assicuro di includere molti dettagli nella narrazione: la sudorazione, il momento in cui si indossa il preservativo, andare in bagno dopo... Ciò che amo è l'erotismo della vita quotidiana!". Un modo per i lettori di identificarsi maggiormente con i personaggi: "Questo permette loro di dire a se stessi : 'Potrei provare anche io questa esperienza !'"

"Sviluppare la propria immaginazione"

In Carnes, il suo primo romanzo pubblicato all'inizio del 2025 da Pauvert , Esther Teillard voleva includere scene di sesso "piuttosto fredde", quasi cliniche e prive di qualsiasi abbellimento estetico. Perché "le prime esperienze sessuali sono spesso catastrofiche" e alcuni di questi "fallimenti possono essere esilaranti", afferma la ventiquattrenne autrice marsigliese, che voleva anche rappresentare la realtà delle "zone grigie del consenso". Se il suo libro può aver "eccitato vecchi lascivi, anche le giovani donne si sono identificate con esso", aggiunge con soddisfazione.

Al piano superiore, presso lo stand ben fornito della libreria Musardine, sono esposti saggi femministi, romanzi BDSM, raccolte di racconti, graphic novel, classici della letteratura erotica e cruciverba erotici. "Tutti i generi letterari sono rappresentati", insiste Anne Hautecoeur. Tuttavia, i librai generalisti, esitanti ad abbracciare il genere, faticano a promuoverlo, considerandolo ancora una nicchia. Anche se "ha un potenziale reale e attrae un vasto pubblico", osserva l'editore. E questi libri possono avere uno scopo educativo e un potere liberatorio.

A La Musardine, aggiunge Anne Hautecoeur, alcune giovani donne vengono addirittura "su consiglio del loro sessuologo, per sviluppare la loro immaginazione". Capucine, cliente della libreria nell'XI arrondissement di Parigi, disgustata dai circoli "perversi" che frequentava in passato e dalle app di incontri, trova nella letteratura uno spazio più sicuro, "un modo di vedere la sessualità in modo diverso, senza che sia squallida". Anche se la liberazione è "un viaggio", è ancora lontana dall'averlo completato.

I cattivi presagi di una ebrea

Anna Foa
I cattivi presagi di Arendt su sionismo e Palestina
La Stampa, 28 novembre 2025

Quando nel 1933 Hitler prese il potere in Germania, Hannah Arendt aveva ventisette anni. Laureata in filosofia e teologia, aveva studiato con i maggiori filosofi del tempo, Heidegger, Jaspers e Bultmann. Fu arrestata perché i suoi studi sull’antisemitismo erano considerati illegali, ma fu poi liberata e riuscì a lasciare la Germania per Parigi, dove visse fino a quando, allo scoppio della guerra, fu internata come straniera nemica nel campo di Gurs. Liberata, nel 1941 riuscì a fuggire attraverso la Spagna raggiungendo gli Stati Uniti e stabilendosi a New York. Qui la giovane profuga cominciò a collaborare regolarmente al giornale che ben presto divenne il maggior giornale ebraico in lingua tedesca degli Stati Uniti, Aufbau.

Questo libro raduna appunto i suoi scritti su Aufbau fra il 1941 e il 1945, cioè lungo tutta la durata della guerra, con una lunga interruzione però fra il 1942 e il 1943, quando smise di scrivervi perché in disaccordo con la linea politica del giornale. Sono brevi saggi che ci mostrano le riflessioni e le posizioni che la giovane filosofa traeva dalle notizie terribili che arrivavano dall’Europa. Allo stesso tempo, questi sono gli anni più intensi dell’impegno sionista della Arendt, impegno che la aveva già spinta nel suo periodo parigino a lasciare la filosofia per la politica. Aveva finito a Parigi di scrivere il suo libro su Rahel Varnhagen, una critica netta dell’assimilazione degli ebrei. Scrive ora sul sionismo, sulla prospettiva di uno Stato ebraico in Palestina e sul ruolo che il popolo ebraico avrebbe dovuto avere in quella guerra e poi nel dopoguerra. Ampia era in quegli anni l’adesione al sionismo dei tanti profughi ebrei negli Stati Uniti, e nette le divergenze e i conflitti fra le diverse anime del movimento. Un mondo politico diversificato che Arendt pone sotto la sua acuta lente di ingrandimento e di cui analizza il ruolo, prima che la nascita dello Stato di Israele diventasse un’opzione attuabile e prima che tramontasse la prospettiva del mantenimento del protettorato britannico sulla Palestina. Come Enzo Traverso sottolinea nell’introduzione, lo sguardo di Arendt è uno sguardo potremmo dire viziato da “orientalismo”, ed è fortemente europeo anche nell’adesione al sionismo. Per lei, lo Stato di Israele, se si fosse realizzato, avrebbe dovuto essere un’emanazione della vecchia Europa, della sua cultura, del suo ebraismo.

Era però, quello di Hannah Arendt, un sionismo molto speciale, come ancora ci dice Enzo Traverso. Un sionismo, come lei stessa lo definirà più tardi, legato direttamente alla guerra di Hitler contro gli ebrei e alla necessità di combattere l’antisemitismo. È in quest’ottica, non in quella di una vicinanza al gruppo sionista revisionista che anche sosteneva la necessità della formazione di un esercito ebraico, che bisogna interpretare la sua decisa battaglia per la costituzione di questo esercito, allo scopo di combattere il nazismo e restituire dignità al popolo ebraico. E fu proprio il naufragare di questa prospettiva che la spinse, fra il 1942 e il 1943, a non scrivere per un anno su Aufbau, mentre nel 1944 le notizie che giungevano sulla Resistenza ebraica e sulle rivolte dei ghetti la spinsero a riprendere questa battaglia in un’ottica leggermente diversa. È comunque l’ottica che ritroveremo nel suo seminale volume sulle origini del totalitarismo del 1951, della critica alla mancanza di autonomia del popolo ebraico, la critica insomma al parvenu e l’esaltazione del paria consapevole e rivoluzionario.

È quello di Arendt uno sguardo complessivo non solo sul mondo ebraico ma in generale sulle trasformazioni che la guerra stava introducendo ovunque, con la diffusione di una massa ingente di profughi, apolidi e senza patria. Era la prospettiva di un superamento dell’immagine di un antisemitismo onnipresente e eterno su cui si sarebbe costruito lo Stato di Israele? Certamente la riflessione successiva di Arendt sarebbe andata nella direzione di una critica radicale alle fondamenta ideologiche del nuovo Stato, quella che all’epoca del processo Eichmann e dei suoi scritti sulla banalità del male l’avrebbe spinta a rompere col suo vecchio amico Gershom Scholem, che la accusò di non amare abbastanza Israele, e a riconsiderare ulteriormente la questione palestinese, già presente nei suoi scritti del 1944. La stessa preoccupazione che già nel 1948 la aveva spinta, insieme ad Albert Einstein e ad altri 28 intellettuali ebrei, a scrivere una lettera al New York Times in cui si denunciava il massacro di palestinesi compiuto da membri della destra israeliana diretta da Menachem Begin, una lettera che ebbe vasta risonanza.

Oggi, che i nipoti degli autori di quel massacro e di altri simili sono al governo in Israele, vale forse la pena di rileggerla e meditarla.

La natura antipolitica della violenza


Francesca Mannocchi
La violenza che rende vuoto il dissenso
La Stampa, 1 dicembre 2025

Il dissenso, se vuole restare democratico, ha bisogno di luoghi dove possa essere raccontato e riconosciuto. Una redazione è uno di quei luoghi e assaltarla significa decidere che il dissenso non deve essere esercitato dentro la democrazia, ma contro di essa. Un gesto di violenza come l’assalto alla sede de La Stampa rivela con chiarezza una deriva pericolosa, in cui il dissenso viene sostituito dalla coercizione: chi irrompe in una redazione non sta dicendo soltanto “non sono d’accordo”, sta pretendendo di decidere unilateralmente cosa sia legittimo dire e cosa no, chi possa raccontare e chi debba tacere, affermando con la forza che la propria voce valga più delle altre. Un simile gesto non esprime una critica al potere: manifesta la volontà di esercitarlo, di esercitarlo con violenza.

Chi lavora in una redazione non chiede immunità dalle critiche. Le redazioni possono sbagliare: talvolta si chiudono in sé stesse, altre volte mancano di ascolto, e le piazze - quando sono vive - possono ricordare al giornalismo ciò che rischia di non vedere, le fratture sociali, le biografie che restano ai margini del discorso pubblico. Quel confronto è necessario e, quando serve, deve essere anche duro. Ma esiste un limite che, se superato, svuota la critica del suo senso: quando il confronto degenera in violenza, non si pretende più di migliorare il lavoro dell’informazione, si mette in discussione la sua stessa ragion d’essere, quella di costituire uno spazio pubblico in cui una comunità può riconoscersi, interrogarsi, trasformarsi, perché in un momento storico in cui la realtà rischia di frantumarsi in narrazioni isolate, la stampa difende la possibilità che il reale non sia soltanto percezione individuale, ma una dimensione comune su cui misurarsi da costruire insieme. Non su posizioni, ma su contraddizioni.

La delegittimazione della stampa è il segnale di una società che da tempo ha cominciato a smontare i propri strumenti critici, ma forse dovremmo tenere a mente un po’ di più che la relazione tra un giornale e i suoi lettori non è una dinamica unidirezionale: è una forma di collaborazione alla costruzione del reale. I lettori non sono consumatori di notizie, ma co-autori del senso che alle notizie viene attribuito. Ogni articolo è un invito alla discussione, non una sentenza chiusa. Una società resta viva finché chi racconta e chi ascolta riconoscono di essere parte della stessa ricerca di verità: un processo sempre aperto, sempre esposto al rischio del conflitto, sempre perfettibile. La violenza, invece, interrompe questo processo: trasforma la parola in possesso, la verità in proprietà privata, e l’informazione in campo di battaglia. Non rappresenta un eccesso di radicalità politica: è la sua cancellazione. Perché rinuncia alla costruzione condivisa di senso e sceglie l’imposizione, sostituendo la responsabilità del confronto con la pretesa di avere l’ultima parola. Cioè il verbo.

Quando una redazione viene colpita, il bersaglio non è il giornalista che scrive: il bersaglio è il lettore, perché la libertà di informare è inseparabile dalla libertà di essere informati. Chi attacca la prima sta minacciando la seconda, e quindi la capacità stessa della società di comprendere ciò che accade e di formare un giudizio, e in una democrazia, l’informazione non è un privilegio di categoria: è un bene comune che si alimenta proprio del confronto più critico e serrato con i suoi destinatari.

Essere giornalisti non significa sottrarsi alle contestazioni - significa accoglierle, farne carburante per migliorare il proprio sguardo, correggere errori, includere ciò che rischia di essere escluso. La critica è parte del metabolismo della stampa, senza di essa il giornalismo si spegne nel compiacimento o nel dogma. Ma proprio perché la critica è imprescindibile, la violenza la tradisce: la svuota, la rende cieca e regressiva. Quando si tenta di intimidire o zittire una redazione, non si sta chiedendo più voce: si sta negando lo spazio in cui tutte le voci dovrebbero poter risuonare. La violenza sottrae l’informazione al pubblico dibattito, la strappa al lettore e la riduce a terreno di conquista. Ogni forma di censura - compresa quella che passa per il terrore - non colpisce chi scrive perché ha scritto, ma chi legge perché deve poter leggere.

La libertà di essere informati è la forma contemporanea della sovranità popolare: senza di essa, la partecipazione politica si riduce a scenografia, per questo attaccare una redazione significa colpire al cuore la possibilità che una comunità possa riconoscersi nei fatti e nelle parole che la riguardano, e possa criticarle per trasformarle. Difendere la stampa, dunque, non significa proteggerla dalle critiche, ma salvarne la condizione che rende possibile criticarla ancora. Per questo oggi dobbiamo ribadire che la parola non è un ornamento della politica, ma il suo cuore: è la parola che rende il conflitto pensabile prima che sia praticato, discutibile prima che sia agito, trasformabile prima che degeneri.

Ogni attacco a una redazione mira dunque a sottrarre alla comunità uno dei suoi strumenti essenziali di mediazione: se viene meno il luogo in cui le differenze si esprimono e si riconoscono reciprocamente, ciò che rimane non è un dissenso più radicale, ma l’impossibilità stessa del dissenso. È qui che il gesto violento rivela la sua natura profondamente antipolitica: ogni volta che un giornale viene attaccato non sta accadendo “troppa” politica: ne sta accadendo troppo poca. Perché la politica - quella degna di questo nome - è ciò che riconosce la parola dell’altro come condizione della propria. La vera radicalità, oggi, non è sfondare una porta: è rimanere nel conflitto delle idee senza cercare di abolire chi le oppone. È assumersi la responsabilità di stare dentro la democrazia, persino quando la democrazia ci frustra, ci delude, ci contraddice.

La violenza è il ritiro dal campo della politica.

La parola è il suo presidio più esigente.