lunedì 4 agosto 2014

Ilaria del Carretto, il simulacro e la poesia lontana











Salvatore Quasimodo
Davanti al simulacro d’Ilaria del Carretto


Sotto la terra luna già i tuoi colli,
lungo il Serchio fanciulle in vesti rosse
e turchine si muovono leggere.
Così al tuo dolce tempo, o cara, e Sirio
perde colore, e ogni ora s’allontana,
e il gabbiano s’infuria sulle spiagge
derelitte. Gli amanti vanno lieti
nell’aria di settembre, i loro gesti
accompagnano ombre di parole
che conosci. Non hanno pietà; e tu
tenuta dalla terra, che lamenti?
Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto
forse è il tuo, uguale d’ira e di spavento.
Remoti i morti e più ancora i vivi,
i miei compagni vili e taciturni.

Ed è subito sera, 1942



Jacopo della Quercia, Monumento funebre di Ilaria del Carretto, 1406-1407


Pier Paolo Pasolini  

Appennino

...
E’ assente dal suo gesto Bonifacio,
dal reggere la fionda nella grossa
mano di Davide, e Ilaria, solo Ilaria…


Dentro nel claustrale transetto
come dentro un acquario, son di marmo
rassegnato le palpebre, il petto

dove giunge le mani in una calma
lontananza. Lì c’è l’aurora
e la sera italiana, la sua grama

nascita, la sua morte incolore.
Sonno, i secoli vuoti: nessuno
scalpello potrà scalzare la mole

tenue di queste palpebre.

Jacopo con Ilaria scolpì l’Italia
perduta nella morte, quando
la sua età fu più pura e necessaria.


Le ceneri di Gramsci, 1957