lunedì 25 agosto 2014

Croce e la bella Angelina

Nello Ajello
Solo per amore
la Repubblica, 22 marzo 1994

Lei si chiamava Angelina Zampanelli, aveva ventitré anni. Era romagnola, di Savignano in provincia di Forlì. Bella, alta, estroversa, intelligente anche se non di molti studi, apparteneva a una famiglia modesta. Lui, Benedetto Croce, di anni ne aveva ventisette. Si conobbero casualmente a Salerno. Era il 1893. Lungo i successivi vent' anni il filosofo e la donna sarebbero convissuti a Napoli, mentre la fama del primo cresceva e l' unione con la sua compagna - diventata Angelinella, poi "Donna Nella" - acquistava molti crismi di legittimità, tranne quello ufficiale del matrimonio. Agli occhi del pubblico, conoscenti, colleghi studiosi, giornalisti, uomini politici, artisti, la giovane è, senz' altro, "la signora Croce". Lei stessa firma a volte le lettere "Angelina (o Nella) Croce". Per gli amici più assidui che si riuniscono la sera in casa dell' autore dell' Estetica - Salvatore Di Giacomo, Giustino Fortunato, Michelangelo Schipa, Roberto Bracco, Francesco Torraca, l' editore Riccardo Ricciardi - la sua è una presenza gradita, con quel tanto di passionale vitalità attribuito al prototipo romagnolo: sul quale viene a innestarsi il cliché napoletano. Croce cambia più volte abitazione, in quel ventennio, da viale Elena a via Atri, prima di approdare nel 1911 all' indirizzo definitivo di palazzo Filomarino. Angelina lo scorta in questi traslochi. Come una consorte "di fatto". I due viaggiano molto: visite a Parigi, puntate a Firenze, lunghe villeggiature in Romagna e poi in Abruzzo, permanenze a Perugia, a Palermo (in casa dei Gentile), sul lago Maggiore, in Svizzera. L' indaffarato Croce riconosce alla sua donna il "diritto di svago in comune". Fuori di casa, Angelina si conferma "vivace", "fresca", "allegra", così come la descriverà più tardi, rimpiangendola, il filosofo. Giovanni Gentile, Giuseppe Prezzolini, Renato Serra saranno variamente attratti dalla sua avvenenza priva di fatuità. Il direttore della Voce la definirà "donna di imperiale bellezza". Non le mancano i corteggiatori, scoraggiati dalla sua tenera dedizione a Benedetto, tetragono, per parte sua, ad ogni accesso di gelosia. Una convivenza felice, durata fino al 1913, che ora Antonio Cordeschi racconta minuziosamente nel volume Croce e la bella Angelina. Storia di un amore (Mursia, pagg. 150, lire 25.000). La ricostruzione non ha nulla di pettegolo, anche se il biografo si riconosce un ruolo di "avventurato ricercatore". Autodefinizione in parte giustificata, poiché il ménage fra Benedetto e Angelina è rimasto a lungo sepolto nella dimenticanza. Con il risultato di tramutarlo in leggenda, esporlo al gioco delle indiscrezioni o, peggio, offrirlo alle malignità di qualche "antipatizzante" del filosofo. Mentre Fausto Nicolini nella sua ricca biografia di Croce non accenna mai a donna Angelina in maniera decifrabile, un crociano di assai minore fama, Edmondo Cione, ne parla come di "un' antica attrice di café chantant": il massimo della dissipazione morale fine secolo. Mormorii che affioreranno assai più tardi nei Ricordi di un filosofo di Nicola Abbagnano, il quale preferirà il vocabolo "sciantosa", e aggiungerà un particolare infondato: Croce avrebbe sposato la sua donna quando lei era in punto di morte. Questa notizia delle nozze in extremis aveva trovato credito presso un altro filosofo, Augusto Guzzo, che però ammirava Angelina: a suo parere, nel "momento più creativo della carriera di scrittore", Croce "ha lavorato da innamorato, perdutamente innamorato della sua cara". A fare chiarezza su simili argomenti ha molto contribuito il libro di Gennaro Sasso, Per invigilare me stesso, redatto sui "taccuini di lavoro" di Croce e pubblicato nel 1989 dal Mulino. Che Angelina fosse di aspetto assai piacevole lo testimoniano le rare fotografie e alcuni ritratti che restano di lei. Uno, dipinto da Salvatore Postiglione, è sempre rimasto nella biblioteca crociana di palazzo Filomarino. "Donna Nella" vi appare nella grazia matronale dei suoi ventinove anni, avvolta in un abito vaporoso. Il simbolo stesso della salute. Una floridezza illusoria, essendo la donna di fibra delicata. I primi malanni spuntarono nel 1905. Angelina soffriva di cuore. Per la coppia, i viaggi si diradavano. Croce si muoveva spesso da solo, e ne soffriva. Gli amici si mostrano pieni di sollecitudine per le condizioni della Signora. Quando la cardiopatia si aggrava, nella primavera del 1913, lo scrittore Enrico Ruta raccomanda per lettera a Prezzolini di non mostrarsi colpito, incontrando Angelina, dal "suo deperimento". Notizie sullo stesso tema si scambiano Gentile, lo stesso Prezzolini e Torraca. Quanto a Croce, il suo stato d' animo di fronte a queste infermità più che a un' angoscia - testimonia Ruta - somiglia a un' "agonia". "Donna Nella" muore a Raiano, un paesino abruzzese la cui aria si pensava le giovasse. Ha quarantatré anni. Diagnosi: broncopolmonite con sopraggiunta pleurite. Croce subisce un crollo psicologico di cui soltanto gli intimi comprendono la gravità. Comunicando la notizia a Prezzolini, l' amico Ruta lacera l' aureola di impassibilità professorale che circonda, nell' opinione dei più, il filosofo: Benedetto, scrive, "il freddo loico, l' uomo che tiene una femmina per igiene e per divertirsi come con un grazioso cagnolino, ha pianto con me tutte le sue lacrime... Non ho mai visto un uomo che ama la sua donna con tale passione". Alla cugina Teresina, Croce confida: "La ferita che mi si è aperta nel cuore non si rimarginerà mai". E con Renato Serra esamina più in profondità il proprio stato d' animo: "Noi dobbiamo amare e legarci, ma dobbiamo essere pronti a distaccarci senza cadere. E per non cadere, non c' è altro modo che svolgere in sé il senso dei doveri verso la vita. Altrimenti cosa resta? Il lurido suicidio o il lurido manicomio". Cinque mesi più tardi, Enrico Ruta completa il quadro delle alternative. "Davanti a Croce", scriverà, "era un trivio: uccidersi, impazzire o ammogliarsi. La casa vuota era intollerabile". E infatti,la casa non è più vuota. Il 7 marzo 1914, Croce ha sposato Adele Rossi, una giovane torinese che, venuta a Napoli per preparare una tesi laurea, ha frequentato il filosofo legandosi di affetto anche alla povera Angelina. Della quale tuttavia nessuno, in quelle stanze, parlerà più: tranne quel ritratto gioioso su una parete della biblioteca.