lunedì 11 agosto 2014

Claudio Pavone, Ciò che rimase della Resistenza


Sulla moralità nella Resistenza
Conversazione con Claudio Pavone condotta da Daniele Borioli e Roberto Botta

da "Quaderno di Storia Contemporanea", n. 10, 1991, pagine 19-42





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L'accento che tu poni sul concetto di moralità, sul percorso faticoso e contraddittorio di costruzione e di pratica di nuovi valori rimanda, implicitamente, al problema di quanto il movimento partigiano ha lasciato in eredità non solo nella mentalità e nei modo di essere dei cosiddetti "militanti politici", ma sull'intera società italiana post Liberazione: la Repubblica italiana, in sostanza, è davvero nata dalla Resistenza? In una recensione al tuo libro comparsa sul "Corriere della Sera" Piero Melograni è propenso a rispondere no, traendo conforto proprio dalla lettura delle tue pagine (19). In effetti diversi passi, isolati dal contesto, possono dare questa sensazione. Un esempio per tutti: quando tu ricordi che Il una provincia partigiana e molto giellista come quella di Cuneo darà poi la maggioranza dei suffragi alla monarchia e alla Democrazia cristiana" (p. 247), si può maturare la sensazione che quello scontro riguardò solo due minoranze e non lasciò tracce vistose sulla popolazione.


Devo dire che questa considerazione sulla situazione della provincia di Cuneo, che tra l'altro è l'eco di una conversazione che ho avuto con Revelli, l'ho citata come segnalazione di un problema estremamente complesso e non come una prova di una verità generalizzabile. In verità io credo che esistano dei fatti che influiscono anche su chi non vi ha partecipato. Quindi che la Resistenza sia stata opera di una minoranza, tra l'altro più cospicua di quella fascista, è fuori discussione. Il ruolo delle minoranze attive nella storia non si può però valutare solo in rapporto al numero delle persone che costituivano la minoranza e nemmeno soltanto dalle loro biografie, cioè dal fatto che siano o no diventati influenti personaggi politici. La ricerca è più complicata: ricordo che nel finale di una comunicazione fatta anni fa a Milano, dal titolo Tre governi e due occupazioni, dicevo che forse, paradossalmente, la Resistenza è stata frustrata più sul piano politico (inteso come risultati) che sul piano socio-culturale. Essa ha infatti lasciato in eredità alcune grandi esperienze di massa, come quella della disobbedienza, ossia l'insegnamento che in determinate circostanze bisogna sapersela cavare rintracciando radici antiche delle proprie scelte. E qui il paragone con il Sessantotto è assai pertinente, perché anche quel movimento ha influito più sul piano del costume che sul piano politico, dove si proponevano slogan presto smentiti del tipo "fascisti, borghesi, ancora pochi mesi". Ma sul piano della "presa del potere" il Sessantotto non solo è fallito, ma qualche suo minoritario rivolo ha avuto anche strascichi terroristici, con il rischio che al potere arrivassero davvero i fascisti e i servizi segreti. Sul piano sociale invece i giovani di oggi, magari senza neanche rendersene conto, si trovano sistemati su un terreno assai diverso rispetto a quello che c'era prima del Sessantotto. Se analogamente si provasse a confrontare sotto tutti gli aspetti l'Italia del dopo Resistenza con l'Italia del fascismo si vedrebbe che le differenze sono grandi, e le si possono tuttora considerare tali. Esistono cioè elementi di rinnovamento profondo, che non fruttificano solo a breve termine. Naturalmente, quanto sto dicendo non intende porre fra parentesi né l'eredità positiva di carattere più propriamente politico istituzionale, cioè la Costituzione, che è la più studiata, né il sostanzioso residuo negativo che la Resistenza non e riuscita ad intaccare, cioè la continuità dell'apparato amministrativo.
A proposito delle recensioni che avete citato, trovo che Melograni fa un discorso un po' asfittico, prima ancora che fazioso, perché dire che la guerra contro la Germania nazista è stata vinta dagli eserciti alleati e sovietico è una cosa del tutto ovvia, perché nessuno ha mai pensato che le armata naziste potessero essere sconfitte da pochi partigiani italiani male armati. Ma questo non dimostra affatto l'irrilevanza della scelta partigiana. Proviamo ad abbozzare una storia controfattuale, proviamo cioè a immaginare cosa avrebbero detto i moralisti italiani se nessun italiano si fosse mosso. Oggi è facile dire - lo ha detto anche un eminente filosofo come Del Noce - che i resistenti erano una specie di esercito di opportunisti che saltavano sul carro del vincitore, ma immaginiamoci cosa si sarebbe detto se non si fosse sviluppato un movimento di Resistenza. Oggi ci troveremo di fronte a considerazioni di questo tipo: "Mentre tutti gli altri popoli non hanno aspettato che arrivassero gli eserciti alleati, ma sono insorti per libera iniziativa e hanno rischiato, i soliti italiani, figli dell'uomo del Guicciardini, hanno soltanto atteso l'arrivo dei vincitori". Si potrebbe cioè rovesciare completamente il discorso, e basta questo per mostrare la infondatezza di una considerazione come quella di Melograni, da ridimensionare anche sul terreno strettamente militare, come dimostrano fra l'altro le fonti tedesche.
E poi non di sola guerra guerreggiata si trattava, ma di lotta, e qui si può davvero assumere il termine caro a Guido Quazza, tra due civiltà, tra due modi di intendere l'avvenire dell'Italia e dell'Europa. Il quanto è addombrato nella copertina del mio volume. Quel quadro cinquecentesco sulla battaglia fra Dario ed Alessandro (tengo a sottolineare che l'ho suggerito io) può simboleggiare, almeno nella nostra tradizione occidentale, lo scontro per antonomasia fra due civiltà (21), uno scontro epocale in un senso che si ripropone anche nella Seconda guerra mondiale, dove è in gioco molto di più che la semplice sconfitta di un esercito. Anzi, l'esercito non era che lo strumento principale di un'altra versione del moderno Infatti il nazismo e il fascismo sono stati dei tentativi di dare una soluzione ai problemi della modernità, tentativi certo aberranti e per fortuna sconfitti, ma non si trattava di pura reazione, di un semplice tornare all'antico. Il fascismo e il nazismo rappresentavano un tentativo di risolvere i numerosi problemi della società di massa con certe soluzioni che potevano anche riuscire vittoriose. lo su questo punto insisto sempre anche con i miei studenti, perché bisogna avere ben chiaro che non vi è mai nulla di predeterminato, i rischi ci sono sempre e il farsene carico è un atteggiamento morale prima che militare.
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