giovedì 24 luglio 2014

La vergine Camilla in battaglia

CAMILLA (lat. Camilla). - La storia della vergine Camilla è raccontata da Diana nell'Eneide (XI, 532 segg.). Suo padre era Metabo, re della volsca Privernum, che, costretto a fuggire dalla città, si prese in collo la figlioletta. Giunto alla sponda dell'Amaseno e temendo di passarlo a nuoto con la bimba, la legò, chiusa in una corteccia di sughero, alla sua grande asta, la consacrò a Diana (e di qui gli antichi spiegavano il suo nome; v. camillo) e la scagliò sopra la corrente. Passò quindi il fiume a nuoto e trovò sull'altra riva C. salva per opera di Diana. Metabo nutrì la figlia di latte di cavalla selvaggia, e appena poté l'armò di giavellotto, d'arco e di frecce; vestita di pelli di tigre, essa cacciava, invano desiderata come nuora dalle madri tirrene. Alleata dei Latini e di Turno contro i Troiani di Enea, l'Amazzone italica compare alla testa d'uno squadrone di cavalieri nella rassegna del libro VII (v. 803 segg.), compie prodigi di valore nella grande battaglia del libro XI (v. 648 segg.), finché viene uccisa dall'etrusco Arunte.
Alcuni ritengono che Virgilio abbia dato veste poetica a una antica leggenda locale volsco-latina o ne abbia preso alcuni elementi; altri invece ritengono la storia di C. composta da Virgilio stesso, che solo ne parla, specie sul modello del mito greco di Arpalice; anche la figura di Pentesilea sarebbe stata presente al poeta. (Plinio Fraccaro, Treccani 1930)

Dopo questi giunse Camilla di stirpe volsca guidando
una schiera di cavalieri e squadre fulgenti di bronzo, guerriera,
lei non avvezza alla conocchia ed ai cestelli di Minerva 805
con le mani femminee, ma a sopportare da ragazza i duri
scontri e con la corsa a piedi precedere i venti.
Ella volerebbe anche sulle cime degli steli di una messe
intatta né avrebbe sfiorato con la corsa le tenere spighe,
pure sospesa nel mezzo del mare su flutto rigonfio 810
correrebbe la rotta né bagnerebbe con l'acqua le celeri piante.
La ammira tutta la gioventù riversata dalle case e dai campi
e la folla delle madri e la contempla mentre avanza,
con gli animi attoniti, a bocca aperta, come il regale onore
veli le spalle graziose, come la fibbia d'oro intrecci 815
la chioma, come lei porti la licia faretra
e il pastorale mirto con in cima una punta.

VII, 803-817, traduzione di Luca Canali


In mezzo agli eccidi Amazzone esulta, scoperto
un solo lato del petto per combattere, la faretrata Camilla;
e ora raccoglie nella mano flessibili dardi saettandoli,
ora con la destra, instancabile, impugna la valida scure;
aureo le risuona sulle spalle l'arco, e le armi di Diana.
Inoltre ella, se talvolta respinta indietreggia,
volgendosi scocca con l'arco frecce durante la fuga.
Le sono intorno elette compagne, la fanciulla Larina
e Tulla, e Tarpea che brandisce la scure di bronzo,
Italidi, che la ninfa Camilla scelse, onore a sé,
e valide ancelle di pace e di guerra:
come le tracie Amazzoni quando percuotono le rive
del Termodonte e combattono con armi dipinte,
o intorno a Ippolita, o quando la marzia Pentesilea
ritorna sul carro, e con grande tumulto ululante
le schiere femminee esultano con gli scudi lunati.
Chi abbatti per primo col dardo, o vergine fiera,
chi per ultimo? o quanti corpi morti rovesci in terra?
Per primo Euneo, figlio di Clizio: a lui che le si oppone
apre e attraversa il petto con la lunga asta;
egli cade vomitando fiotti di sangue, e morde
la terra cruenta, e morendo si rotola sulla ferita.
Poi Liri, e su lui Pagaso; di essi, Luno
mentre rovesciato dal cavallo trafitto raccoglie le redini,
L'altro mentre accorre e tende la destra inerme al caduto:
crollano insieme. Ad essi aggiunge Amastro
Ippotade, e insegue incalzando da lontano con l'asta
Tereo e Arpalico e Demofoonte e Cromi;
quanti furono i dardi che la vergine scagliò con la mano,
tanti caddero guerrieri frigi. Lontano trascorre
Ornito cacciatore con armi ignote e su un cavallo iapige:
gli copre le larghe spalle mentre combatte la pelle strappata
a un torello, gli proteggono il capo lenorme bocca
spalancata e le mascelle d'un lupo dai bianchi denti,
e gli arma la mano un rustico spiedo; saggìra
in mezzo alle torme e di tutto il capo le sovrasta.
Ella lo sorprese (non le fu difficile per il volgersi
della schiera), e lo trafisse, e ostilmente parlò:
"Pensavi, o etrusco, di cacciare fiere nei boschi?
Venne il giorno che confuta le vostre parole
con armi muliebri; tuttavia riporterai ai Mani dei padri
una gloria non piccola: cadesti per il dardo di Camilla".
Di seguito Orsiloco e Bute, due corpi giganti
fra i Teucri: ma trafisse Bute con l'asta da tergo
tra l'elmo e la corazza, dove traluce il collo di chi siede
in arcione, e lo scudo pende dal braccio sinistro;
invece fuggendo in un grande cerchio inganna
Orsiloco con un giro più stretto, e insegue l'inseguitore;
alta levandosi, replica il colpo della robusta scure
sull'armi e sulle ossa dell'uomo che implora e molto prega;
lo squarcio riga il volto di caldo cervello.
Si imbatté in lei. e atterrito dalla vista improvvisa
ristette, il figlio guerriero di Auno abitatore dell'Appennino,
non ultimo dei Liguri, finché il fato gli permise
di tramare insidie. Appena vide che ormai con nessuna fuga
poteva evitare lo scontro o sviare la regina incalzante
cominciando a tendere tranelli con ingegno ed astuzia,
insinua: "Che c'è di tanto glorioso se, donna,
confidi in un forte cavallo? Smetti di fuggire, e discendi
con me su un terreno piano, e accingiti a un duello a piedi:
saprai a quale rovina conduca una gloria vana".
Disse; quella, furente, e accesa da aspro dolore
affida il cavallo a una compagna, e si pianta con armi pari,
a piedi, con la nuda spada, impavida con lo scudo senza fregi.
Ma il giovane, credendo di avere vinto con l'inganno, si invola,
e d'un tratto, voltate le briglie, s'allontana in fuga
e tormenta lo spronato cavallo coi talloni ferrati.
Ligure bugiardo, e invano esaltato con animo
superbo, inutilmente tentasti insidioso i patrii artifici:
la frode non ti ricondurrà incolume al fallace Auno.
Così parla la vergine, e fulminea coi rapidi piedi
sorpassa il cavallo, e di fronte, afferrato il morso
lo assale, e prende vendetta dal sangue nemico:
così facilmente lo sparviero, volatile sacro, dal sommo
di una rupe, raggiunge a volo un'altissima colomba
in una nube e lafferra e la tiene, e la sventra con gli artigli;
allora sangue e penne strappate cadono dal cielo.
Ma l'alto genitore degli uomini e degli dei siede in vetta
all'Olimpo, con occhi attenti osservando queste vicende:
il padre sprona il tirreno Tarconte a crudele
battaglia, e gli infonde con aspri stimoli lira.
Dunque, tra eccidi e schiere vacillanti, Tarconte
avanza a cavallo, e incita con varie grida le squadre,
chiamando ciascuno per nome, e rincuora a battaglia i vinti.
"Quale terrore vi prese, o voi che tutto sopportate,
o sempre inerti Tirreni? Quale grande viltà invase gli animi?
Una femmina vi mette in fuga e travolge queste schiere!
Perché impugniamo il ferro e gli inutili dardi?
Ma non indolenti nelle notturne battaglie di Venere,
o quando il ricurvo flauto invita alle danze di Bacco,
aspettate le vivande e le coppe sulla mensa ricolma
(questa è la passione, questo è lo zelo), finché l'aruspice
propizio annunzia il sacrificio, e una pingue vittima vi chiama
nei boschi profondi!". Detto così, sprona il cavallo nel folto.
pronto a morire, e torvo si scaglia su Venulo,
e strappa il nemico da cavallo e lo avvinghia con la destra,
e lo porta davanti a sé in grembo a galoppo sfrenato.
Si leva al cielo un clamore, e tutti i Latini
volgono gli occhi. Vola fulmineo sul piano
Tarconte, portando le armi e l'uomo; spezza il ferro
dalla punta dell'asta di Venulo, e cerca le parti scoperte
dove colpire a morte; ma l'altro lottando trattiene
la destra lontano dal collo e schiva la forza con la forza.
Come in alto volando una fulva aquila porta
un serpente ghermito, e vi avvinghia le zampe e lo artiglia,
mentre il serpente ferito si snoda in anelli sinuosi,
e drizza irto le squame e sibila con la bocca
protendendosi in alto; ma l'aquila incalza col rostro
adunco il ribelle, e insieme flagella con le ali il cielo:
così Tarconte rapisce trionfante la preda dalla schiera
tiburte; seguendo l'esempio e il successo del capo,
i Meonidi assalgono. Allora il predestinato Arrunte,
con la lancia e con molta maggiore astuzia, insidia la veloce
Camilla, e tenta la via più agevole della fortuna.
Dovunque la vergine furente si porta in mezzo alla schiera,
là Arrunte s'insinua, e silenzioso ne scruta i passi;
dovunque quella ritorna vittoriosa e si ritrae dal nemico,
là di nascosto il giovane volge le celeri briglie,
e già percorre questi e quei passaggi e perfido scuote l'asta sicura.
Per caso Cloreo, un tempo sacerdote consacrato
al Cibelo, riluceva lontano nell'armi frigie,
e spronava uno schiumante cavallo, coperto di una pelle
con squame di bronzo simili a pinne e con fibbie doro.
Splendente di esotica porpora ferrigna,
egli scagliava frecce gortinie con l'arco licio,
aureo l'arco gli pendeva dalle spalle, aureo il veggente
aveva l'elmo; aveva raccolto in un nodo la crocea clamide
e le pieghe di mussola fruscianti di fulvo oro,
aveva la tunica ricamata e barbarici schinieri alle gambe.
La vergine cacciatrice, sia per appendere al tempio
armi troiane, sia per incedere adorna d'oro predato,
inseguiva cieca lui solamente di tutta
la mischia della battaglia, e incauta per tutta la schiera
ardeva di femmineo amore della preda e delle spoglie:
quando infine dallagguato, còlto listante,
Arrunte scaglia la lancia, e prega così i celesti:
Sommo degli dei, Apollo custode del santo Soratte,
tu che primi tra tutti veneriamo, a cui alimentiamo le
fiamme con cataste di pino, e, fidando nella pietà, camminiamo,
noi tuoi adoratori, tra il fuoco e su molta brace,
concedi, o Padre, di cancellare codesta vergogna
con le nostre armi, tu che puoi tutto. Non chiedo
le spoglie e il trofeo della vergine sconfitta; le altre
imprese mi daranno fama: purché la crudele rovina
cada per il mio colpo, ritornerò oscuro nella città patria.
Febo udì, e diede che si avverasse una parte
del voto, L'altra parte disperse nelle alate brezze:
consentì al supplice di abbattere con una subitanea morte
Camilla accecata; non permise che lo vedesse reduce
lalta patria, e le tempeste rapirono la voce tra i venti.
Dunque, appena l'asta scagliata sibilò nell'aria,
tutti i Volsci protesero i fervidi animi e posarono
lo sguardo sulla regina. Ella non s'avvide di nulla,
dell'aria, del sibilo, o del dardo che veniva dal cielo,
finché l'asta, arrivata sotto la nuda mammella
vi rimase confitta e bevve profondamenre il virgineo sangue.
Le compagne accorrono trepidanti, e sostengono la regina
che cade. Fugge atterrito prima di tutti Arrunte,
diviso tra giubilo e timore, e non osa più
affidarsi alla lancia, né esporsi ai colpi della vergine.
E prima che lo raggiungano i colpi nemici,
torbido Arrunte si sottrasse alla vista
e contento della fuga si mischiò in mezzo alle armi:
come un lupo, ucciso il pastore o un grande giovenco,
si cela subito sugli alti monti, lontano da ogni sentiero,
consapevole dell'impresa temeraria, e ripiega strisciando
la coda tremante al di sotto del ventre, e cerca le selve.
Quella, morente, tenta di strappare la lancia,
ma la punta di ferro sta con profonda ferita tra le ossa
del costato. Cade esangue; cadono fredde di morte
le palpebre; il colore prima purpureo lasciò il volto.
Allora spirando parla così ad Acca,
una delle coetanee, tra tutte la più fedele a Camilla,
con cui divideva gli affanni, e le dice così:
"Fin qui, sorella Acca, potei; ora un'acerba
ferita mi spegne, e tutto mi si oscura di tenebre.
Corri, e riferisci a Turno questo estremo messaggio:
entri in battaglia e difenda la città dai Troiani.
E ora addio". Insieme con queste parole abbandonava
le redini, scivolando involontariamente a terra; a gradi
si sciolse fredda da tutto il corpo e posò il languido
collo e il capo preso dalla morte; le armi la lasciano,
e la vita con un gemito fugge dolente tra le ombre.
Allora un immenso grido sorgendo ferisce le auree
stelle; la battaglia si fa più crudele, abbattuta Camilla;
assalgono folti, insieme, tutto l'esercito dei Teucri
e i capi tirreni e le arcadi squadre di Evandro.
Ma la scolta di Trivia, Opi, da tempo siede
alta sulla vetta dei monti, e osserva imperterrita la battaglia;
e come scorse lontano, tra il clamore dei giovani
furenti, Camilla colpita da triste morte,
gemette, e dal profondo del cuore espresse queste parole:
"Ahi troppo, o fanciulla, troppo crudele pena
hai pagato, tentando di provocare a guerra i Troiani!.
A te, solitaria nei boschi, non giovò avere onorato
Diana, o aver recato sospesa alla spalla la nostra faretra.
Ma non senza onore la tua regina ti lasciò
nell'estremo momento della morte; la tua fìne non sarà
senza nome tra i popoli, e non soffrirai fama di invendicata.
Infatti chiunque abbia violato il tuo corpo di ferita,
pagherà con giusta morte". Ai piedi di un alto monte
v'era su un terrapieno il grande sepolcro del re Dercenno,
antico laurente, protetto da un ombroso elce;
qui prima la bellissima dea si posa con rapido
balzo, e spia Arrunte dall'alto del tumulo.
Come lo vide esultante e vanamente orgoglioso:
"Perché - esclamò - ti allontani? Dirigi qui il passo,
qui, o morituro, vieni per ricevere un premio degno
di Camilla. E tu non cadrai per i dardi di Diana?".
Disse, e la tracia cavò dalla faretra d'oro un'alata
saetta, e la tese minacciosa nellarco,
e la trasse indietro finché le ricurve estremità
si congiunsero tra loro, e le mani toccarono, a pari altezza,
la sinistra la punta del ferro, la destra e il nervo il seno.
D'un tratto Arrunte udì lo stridere del dardo
e il sibilo dell'aria e insieme il ferro gli s'infisse nel corpo.
I compagni dimentichi lasciano nell'ignota polvere
dei campi lui che spirava e dava gli estremi singulti;
Opi sallontana a volo verso l'etereo Olimpo.
Fugge per prima, perduta la sovrana, la lieve
squadra di Camilla; sconvolti fuggono i Rutuli, fugge
l'aspro Atina, e i capi dispersi e i manipoli abbandonati
cercano luoghi sicuri e galoppano in rotta alle mura.
Nessuno vale a trattenere con le armi i Teucri
che incalzano e seminano strage, o a resistere allurto;
riportano sulle spalle languenti gli archi allentati,
e lo zoccolo dei cavalli scuote nella corsa il molle terreno.
Si volge alle mura una polvere torbida di nera
caligine, e le madri dalle rocche, battendosi il petto,
levano un femmineo clamore alle stelle del cielo.
Quelli che irruppero per primi di corsa nelle porte dischiuse,
la turba nemica li incalza, mischiate le schiere;
non sfuggono a una misera morte, e proprio sulla soglia,
dentro le patrie mura e tra le case sicure,
trafitti esalano la vita. Altri chiudono le porte;
e non osano aprire la via ai compagni, né accogliere
tra le mura gli imploranti; nasce una miserevole strage
di chi difende laccesso con le armi, e di chi sulle armi si getta.
Gli esclusi, davanti agli occhi e al volto dei genitori
piangenti, parte sospinti dalla ressa precipitano nei fossati,
parte, ciechi al galoppo sfrenato, cozzano con furia
contro le porte e i battenti serrati da spranghe.
Anche le madri dalle mura, nell'estremo cimento
(come il vero amore di patria insegna), emulando Camilla,
trepidanti gettano dardi, e con rami di dura quercia
e pali aguzzati al fuoco imitano il ferro e savventano;
ardono di morire per prime in difesa delle mura.
Frattanto il crudele annunzio investe Turno nei boschi
e Acca riferisce al giovane il grande disastro:
disfatte le schiere dei Volsci, caduta Camilla,
i nemici assalgono minacciosi; col favore di Marte
invadono tutto, il terrore dilaga alle mura.
Egli furente (così richiede il crudele volere di Giove)
abbandona i colli occupati, lascia i boschi selvaggi.
Appena uscito dal luogo di vedetta, teneva il carnpo
quando il padre Enea, penetrato nelle libere gole,
supera il giogo e sbocca dall'ombrosa selva.
Così ambedue si dirigono rapidi alle mura
con tutta la schiera, e distano poco tra loro;
e insieme Enea scorse lontano la pianura
fumare di polvere e vide le schiere laurenti
e Turno riconobbe Enea terribile nell'armi
e udì l'avanzare dei passi e l'ansito dei cavalli;
subito entrerebbero in battaglia e tenterebbero lo scontro,
se il purpureo Febo non bagnasse già i cavalli stanchi
nell'onda iberica e, cadendo il giorno, non riportasse la notte.
Si accampano davanti alla città e trincerano le mura.

XI, 648-915, traduzione di Luca Canali