mercoledì 23 luglio 2014

Fofi, l'Italia di Arbasino


Alberto Arbasino, Ritratti italiani
Adelphi, 552 pagine, 28 euro
recensione di Goffredo Fofi

“Meglio di un romanzo”. Scrittore finissimo, Arbasino ci regala una delle sue auto-antologizzazioni più istruttive: una storia d’Italia sregolata, più culturale e “centrale” che eterodossa e più giornalistica che saggistica, che ci conferma nell’ammirazione come nelle riserve per questo imprescindibile scrittore e personaggio. Ci sono tutti, in questi ritratti?
Mancano quelli di chi apparteneva a un mondo diverso da quello frequentato da uno scrittore sempre troppo “in” e “nel vento”, e che alla distanza risultano i rappresentanti di una diversità fortemente etica, studiosi e uomini d’azione che egli avrebbe ben potuto conoscere e ritrarre: da Parri a Olivetti (ma ci sono, molto timorati, gli incontri con Agnelli, Moro, Pertini, Umberto di Savoia), da Mazzolari a Milani (invece c’è Siri), da Salvemini a E. De Martino (ma per fortuna c’è Bobbio), da Morante e Ortese a Sereni e Giudici a Zanzotto e Rosselli. Non c’è, tra i boss, Eugenio Scalfari, che il monumento se lo fa da sé.
L’indice è rivelatore di logiche, curiosità, affinità. Consoliamoci: ci sono i grandi e gli ovvi e grandi marginali della cultura, che l’autore ha tutto il diritto di aver scelto di conoscere. Questi ritratti non bastano a “fare storia”, ma danno il quadro di un’epoca ricca di personaggi memorabili e di artisti, quella del boom e della progressiva italica decadenza.

Internazionale, numero 1060, 18 luglio 2014

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Questo libro di Alberto Arbasino è così straordinariamente bello e ricco che da ogni frase si può ricavare un intero romanzo. Non ci credete? Ecco le prove (a volte, ma di rado, mi sono permesso minimi aggiustamenti).
1) «Il Goffredo che avevo conosciuto a Milano negli anni Cinquanta era un giovanotto di successo…». Titolo: Parise, a noi due.
2) «Un’aura vedovile e scolastica sta avvolgendo la letteratura più originale e più autentica del nostro Novecento…». Titolo: Il lutto si addice alle Lettere.
3) «In un Balenciaga rosso squillante e magari una toque di scimmia, Mimì Pecci si accendeva sigarini e sigarette attraverso la veletta di pizzo…». Titolo: Mimì Marlene.
4) «L’ultima volta che ho visto Pertini, stavo conversando a un ricevimento del Quirinale, quando mi sono sentito due dita improvvisamente nel colletto. Era il Presidente, che andava in giro a controllare i cravattini, e ne aveva già trovato diversi col nodo già confezionato. Li trovava deplorevoli, e li redarguiva parecchio…». Il farfallino di Dinard.
5) «Nei tardi anni Cinquanta abitavo sui tetti di Via Frattina, con una scrivania monumentale senza cassetti (erano serviti a un trasloco di camicie di Franco Zeffirelli)…». Il gatto sul tetto che scotta.
6) «Da ragazzo, Moravia era seccante e antipatico. Raccontava un famoso clinico che quando loro giovanotti andavano a prendere le due sorelle maggiori per qualche thé dansant, e la mamma De Marsanich li accoglieva amabilmente, il giovane autore degli Indifferenti si divertiva a tagliare e cucire le loro maniche e tasche in anticamera…». Albertino disparu.
7) «Nel romanzo Roma, il 24 marzo 1944, Pio XII non è ancora il cadavere male imbalsamato dagli archiatri che esplode durante la veglia notturna a San Pietro, con le guardie svizzere che crollano per la gran puzza sotto il baldacchino del Bernini…». I sotterranei del Vaticano, un horror.
Non c’è una parola di più, una di meno. Solo le parole giuste. Magister.

Antonio D'Orrico
Corriere della Sera, La Lettura, sd