lunedì 7 luglio 2014

Herzen, Ritratto di Garibaldi

A.I. Herzen
Mazzini e Garibaldi
Edizioni E/O, 1995, trad. di C. Coisson
  

Conobbi Garibaldi di persona nel 1854, a Londra. allorché, tornando dall'America del Sud, si ancorò nei Docks delle Indie Occidentali. Andai da lui con un suo compagno d armi della guerra di Roma e con Orsini. Garibaldi, con un pesante pastrano chiaro, una sciarpa al collo a colori vivaci e col berretto in testa, mi fece l'impressione del vero uomo di mare più che di quel glorioso condottiero dei volontari romani, le cui statuette, in costume di fantasia, si vendevano in tutto il mondo. La semplicità bonaria del tratto, l'assenza d'ogni pretesa, la cordialità con la quale mi accolse, disponevano in suo favore. Il suo equipaggio era formato quasi per intero di italiani, egli era il capo e un'autorità, un'autorità severa, ne sono convinto, ma tutti guardavano a lui lietamente e con affetto, erano fieri del loro capitano. Garibaldi c'invitò a colazione nella sua cabina, ci offerse ostriche dell'America del Sud preparate in modo speciale. frutta secca, vino di Porto; ad un tratto balzò in piedi, dicendo: «Aspettate, berremo insieme un altro vino» e corse di sopra; dopodiché un marinaio portò una bottiglia. Garibaldi la guardò con un sorriso e riempì il bicchiere a ciascuno di noi... Che cosa non ci si poteva aspettare da un uomo giunto da oltre oceano? Era semplicemente il vino di Nizza, sua terra natale, che aveva portato con sé a Londra dall'America.
Intanto nel suo conversare semplice e alla buona a poco a poco si faceva sentire la presenza d'una forza: senza. frasi, senza luoghi comuni, il condottiero di popolo che aveva stupito i vecchi soldati col suo valore, si veniva rivelando, e nel capitano di mare era già facile ravvisare il leone ferito che, mostrando i denti a ogni passo, si ritirava dopo la caduta di Roma, e, avendo perso tutti i suoi seguaci, chiamò di nuovo a raccolta soldati, contadini, banditi e chiunque capitasse sotto mano in San Marino, a Ravenna, in Lombardia, nel Tirolo e nel Canton Ticino, per colpire di nuovo il nemico, mentre aveva accanto il corpo della sua compagna, che non aveva resistito agli strapazzi e alle privazioni della campagna. Nel 1854 le sue opinioni divergevano già sensibilmente da quelle di Mazzini, sebbene fosse con lui in buoni rapporti. In mia presenza egli disse che non bisognava irritare il Piemonte, che lo scopo essenziale era per allora di liberarsi dal giogo austriaco e dubitava molto che l'Italia fosse pronta all'unità e alla repubblica, come Mazzini riteneva. Era assolutamente contrario a ogni tentativo o esperimento d'insurrezione. Quando salpò per andare a far carbone a Newcastle e di là si diresse verso il Mediterraneo, gli dissi che la sua vita di mare mi piaceva moltissimo e che fra tutti gli emigrati, egli aveva scelto la parte migliore. «E chi gl'impedisce di fare altrettanto?» replicò con ardore. «Era questo il mio sogno prediletto, ridetene pure, se volete, ma mi è caro anche adesso. In America mi conoscono; potrei avere sotto il mio comando tre, quattro, cinque navi come questa. Vi imbarcherei tutti gli emigrati: marinai, ufficiali. operai, cuochi, tutti sarebbero emigrati. Che c'è da fare oggi in Europa? Avvezzarsi alla schiavitù, tradire se stessi oppure chieder l'elemosina in Inghilterra. Stabilirsi in America è peggio ancora; quella è la fine, è il paese de "1'oblio della patria". è una patria nuova; laggiù vi sono altri interessi, tutto è diverso; la gente che rimane in America esce dalle file. Che c'è di meglio della mia idea (e il suo volto s'illuminò), che c'è di meglio che raggrupparsi attorno ad alcuni alberi di nave e scorrazzare l'oceano, temprandosi nella dura vita del mare, nella lotta con gli elementi. col pericolo? Una rivoluzione navigante, pronta ad attraccare a questa o a quella sponda, indipendente e irraggiungibile:». In quel momento egli m'apparve come un eroe classico, un personaggio dell'Eneide... attorno al quale, se fossi vissuto in altra epoca, si sarebbe formata una leggenda, un Arma virumque cano!



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Herzen ‹hèrzën›, Aleksandr Ivanovič (russo Gercen; pseudon. Iskander). - Pensatore e uomo politico russo (Mosca 1812 - Parigi 1870). Figlio illegittimo di un aristocratico, fu in gioventù animatore di circoli radicali, motivo per cui scontò varî anni di confino. Studioso di Hegel e autore (primi anni Quaranta) di rilevanti saggi sul pensiero scientifico settecentesco, giunse a conclusioni analoghe a quelle della sinistra hegeliana e fecero presa su di lui le idee socialiste di Saint-Simon e di Proudhon. Dopo aver messo sotto accusa la morale dominante con il romanzo Kto vinovat? ("Di chi la colpa?", 1845-47), lasciò la Russia e visse in varî paesi, in contatto con M. Bakunin e altri rivoluzionarî quali L. Blanc, L. Kossuth, Mazzini, Garibaldi. Dopo il 1848 intuì che in Russia avrebbe potuto svilupparsi un movimento rivoluzionario ancorato alle tradizioni del collettivismo agrario; per facilitarlo fondò a Londra le testate Kolokol ["Campana"] e Poljarnja zvezda ("Stella polare", 1854), che ebbero notevole influenza in patria. L'autobiografia Byloe i dumy ("Passato e pensieri", 1867; trad. it. 1949), capolavoro letterario e testo fondamentale del populismo russo, è la vivida descrizione delle passioni di una generazione europea.(Treccani)