giovedì 31 luglio 2014

Il Novecento di Giovanni Arrighi

Benedetto Vecchi
Novecento. La casa editrice il Saggiatore ripropone a venti anni dalla prima pubblicazione «Il lungo XX secolo» di Giovanni Arrighi. Un appassionante affresco sullo sviluppo del capitalismo storico che mantiene ancora intatta la sua forza analitica 
il manifesto,  31 luglio 2014


Uno dei più impor­tanti libri delle scienze sociali di fine Nove­cento. È cosi che Mario Pianta defi­ni­sce Il lungo XX secolo nella pre­fa­zione che accom­pa­gna la nuova edi­zione del libro di Gio­vanni Arri­ghi voluta da Sag­gia­tore nel ven­ten­nale della prima pub­bli­ca­zione ita­liana. Un giu­di­zio con­di­vi­si­bile, non per motivi «disci­pli­nari», bensì per la capa­cità del sag­gio di Arri­ghi di for­nire una let­tura «forte» del capi­ta­li­smo sto­rico, espres­sione mutuata dal com­pa­gno di strada Imma­nuel Wal­ler­stein, che l’economista ita­liano conobbe in Africa e con il quale, dopo il suo tra­sfe­ri­mento defi­ni­tivo negli Stati Uniti, con­di­vise le sorti del Fer­nand Brau­del Cen­ter. Come ogni let­tura «forte» che si rispetti, anche il Lungo XX secolo non è esente da limiti, ma ha comun­que rap­pre­sen­tato una ven­tata di aria nuova, con­tri­buendo a dira­dare la neb­bia che avvol­geva, negli anni Novanta del Nove­cento, il pen­siero cri­tico sta­tu­ni­tense.  Quello di Arri­ghi, assieme agli studi di Saskia Sas­sen sulla glo­ba­liz­za­zione e per altri versi Impero di Michael Hardt e Toni Negri hanno infatti rap­pre­sen­tato i ten­ta­tivi più impe­gnati, negli Stati Uniti, nella ripresa di una pun­tuale e ade­guata cri­tica mar­xiana del capi­ta­li­smo contemporaneo.

Una ten­denza di lunga durata

Il Lungo XX secolo arriva nelle libre­rie una man­ciata di anni dopo la pub­bli­ca­zione delle Con­se­guenze della moder­nità di David Har­vey e della Logica cul­tu­rale del tardo capi­ta­li­smo di Fre­dric Jame­son, inno­va­tive rico­gni­zioni del post­mo­derno, una pro­spet­tiva filo­so­fica che, a dif­fe­renza dell’Europa, costi­tuiva negli Stati Uniti un’elaborazione che l’establishment cul­tu­rale col­lo­cava alla sini­stra del pan­theon acca­de­mico. A dif­fe­renza di Har­vey e Jame­son, Arri­ghi era però inte­res­sato a rin­trac­ciare le inva­rianti dello svi­luppo capi­ta­li­stico, alla luce del ruolo sem­pre più rile­vante assunto dalla finanza nel ridi­se­gnare le gerar­chie sociali e poli­ti­che sia a livello «locale» che pla­ne­ta­rio. Da que­sto punto di vista, Il lungo XX secolo secolo è da con­si­de­rare un punto di svolta nella pro­du­zione teo­rica di Arri­ghi.
I libri che segui­ranno, a par­tire dal sag­gio scritto a quat­tro mani con Beverly Sil­ver sul caos deri­vato dalla crisi irre­ver­si­bile dell’egemonia sta­tu­ni­tense nel capi­ta­li­smo mon­diale (Caos e governo del mondo, Bruno Mon­da­dori) e Adam Smith a Pechino (Fel­tri­nelli) si con­cen­trano infatti sul mondo emerso dal venir meno della forza pro­pul­siva dell’egemonia sta­tu­ni­tense. E se il caos raf­forza il mili­ta­ri­smo del capi­tale, la Cina è inter­pre­tata come un modello sociale che ha le carte in regola per aspi­rare a diven­tare il cen­tro di un nuovo ciclo di espan­sione eco­no­mica, in virtù del fatto che non è più una società socia­li­sta, ma non è però diven­tata un paese capi­ta­li­sta. Dun­que, non un nuovo modello di capi­ta­li­smo, bensì una società di mer­cato che man­tiene alcune carat­te­ri­sti­che «socia­li­ste» del recente pas­sato, men­tre ne ha adot­tate alcune «capi­ta­li­ste». In chiu­sura del libro «cinese», l’autore annun­cia una ulte­riore tappa del suo nuovo per­corso teo­rico, che non sarà però resa pos­si­bile a causa della sua morte nel 2009.
Quel che emerge dalla rilet­tura del Lungo XX secolo è la scelta di Arri­ghi di un’analisi sulla lunga durata dello svi­luppo eco­no­mico, carat­te­riz­zato da un anda­mento ciclico, dove alla fase auro­rale, che pone le basi di un’egemonia eco­no­mica e poli­tica di una realtà locale, ne segue una espan­siva, che sta­bi­li­sce un rap­porto di inter­di­pen­denza tra il cen­tro dello svi­luppo e le zone di influenza, che ven­gono pla­smate in base ai vin­coli posti dalla cre­scita eco­no­mica. È all’azimut del ciclo, qua­li­fi­cato come siste­mico, che si mani­fe­stano le con­trad­di­zioni, i limiti di quel modo di pro­du­zione ege­mo­nico. Ed è in que­sta con­tin­genza che, mar­xia­na­mente, la finanza diviene momento di sta­bi­liz­za­zione, di gestione della crisi, senza che però possa arre­stare il declino del cen­tro del sistema-mondo che quel ciclo ha prodotto.

Il nuovo bari­cen­tro atlantico

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La crisi non coin­cide mai, tut­ta­via, con la fine di un modo di pro­du­zione, bensì con una sua tra­sfor­ma­zione coin­ci­dente con uno spo­sta­mento «geo­gra­fico» del cen­tro dello svi­luppo eco­no­mico. Sono tutt’ora pagine belle da leg­gere quelle dove Arri­ghi descrive l’ascesa, nel XIV secolo, di Genova come una potenza eco­no­mica che arriva a con­di­zio­nare il regno impe­riale spa­gnolo, per poi pas­sare lo scet­tro a Vene­zia. E quando la Sere­nis­sima arriva al mas­simo del suo splen­dore, assi­stiamo alla prima crisi siste­mica. È in que­sta con­tin­genza che emerge l’Olanda come paese ege­mone del capi­ta­li­smo sto­rico, prima di cono­scere l’inevitabile declino a favore dell’Inghilterra. Con il Regno Unito, ini­zia il terzo ciclo siste­mico del regime di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stico, che si con­clu­derà solo negli ultimi anni del Nove­cento, con la crisi del 1973, anno tote­mico per indi­care l’inizio del declino sta­tu­ni­tense. Ogni ciclo siste­mico vede un’innovazione tec­nica: nella tec­ni­che di costru­zione delle navi per Genova e Vene­zia, che con­sen­tono alle due città ita­liane di con­se­guire un van­tag­gio com­pe­ti­tivo rispetto alle pos­si­bili con­cor­renti, ma anche nello sfrut­tare e sta­bi­lire rap­porti pri­vi­le­giati con realtà eco­no­mi­che emer­genti nella lavo­ra­zione del cotone (Lione), nello sfrut­tare tec­ni­che «finan­zia­rie» inno­va­tive (le let­tere di cam­bio e la con­ta­bi­lità svi­lup­pate a Firenze); nell’accedere alle riserve di argento e oro del Nuovo mondo. L’Olanda invece rie­sce, al tra­monto della Repub­blica di Vene­zia, a sfrut­tare il dina­mi­smo dell’industria tes­sile inglese e nelle nuove tec­ni­che di lavo­ra­zione dei metalli messe in campo nell’attuale Ger­ma­nia. L’Inghilterra si farà forte invece della sua rivo­lu­zione indu­striale.
Come testi­mo­niano le appas­sio­nate e appas­sio­nanti rico­stru­zioni sto­ri­che di Arri­ghi, nel ciclo siste­mico dell’accumulazione capi­ta­li­stica con­ver­gono ele­menti esterni (l’oro e l’argento pro­ve­niente dalle Ame­ri­che, ad esem­pio) che interne all’attività eco­no­mica, dove l’innovazione del pro­cesso lavo­ra­tivo e orga­niz­za­tiva hanno sem­pre una fun­zione pro­pul­siva e dina­mica. Fedele però alla gri­glia ana­li­tica di Fer­nand Brau­del, Arri­ghi intro­duce un altro fat­tore, il «ter­ri­to­ria­li­smo», cioè la posi­zione occu­pata da una città o da una nazione nei flussi di merci e mate­rie prime. Così, Genova e Vene­zia sono col­lo­cate in posi­zione stra­te­gica rispetto ai com­merci che met­tono in rela­zione l’«oriente» con l’Europa, men­tre l’Olanda è uno snodo nel tra­sporto dei metalli lavo­rati nel cen­tro Europa verso l’Inghilterra e il «Nuovo mondo». Lo stesso si può dire dell’Inghilterra nel periodo che vede una cen­tra­lità «atlan­tica» nello svi­luppo capi­ta­li­stico.
Non è certo una novità l’interesse di Arri­ghi verso la geo­gra­fia, intesa però come angolo di osser­va­zione dell’evoluzione del sistema-mondo. Lo testi­mo­nia il libro, da tempo intro­va­bile, sulla Geo­me­tria dell’imperialismo (Fel­tri­nelli), dove la geo­gra­fia è appunto intro­dotta come una varia­bile fon­da­men­tale per spie­gare le linee di ten­denza dello svi­luppo capi­ta­li­stico e gli assetti poli­tici che rego­lano il «sistema-mondo», espres­sione quest’ultima «presa in pre­stito» da Imma­nuel Wallerstein.

La cat­tiva transizione

Il ciclo siste­mico dell’accumulazione è così con­trad­di­stinto dalla tra­sfor­ma­zione di una inno­va­zione in un fat­tore pro­dut­tivo che con­sente un van­tag­gio com­pe­ti­tivo rispetto ai poten­ziali con­cor­renti; dalla posi­zione occu­pate nel flusso delle merci e delle mate­rie prime. Il terzo fat­tore è dovuto alla finanza. Quanto viene esa­mi­nato il suo ruolo nello svi­luppo eco­no­mico, Arri­ghi fa leva sulle tesi mar­xiane che vedono nella finanza una fun­zione rile­vante nella ripro­du­zione allar­gata del capi­tale. Diviene, e qui il Marx evo­cato è quello del terzo libro del Capi­tale, fun­zione paras­si­ta­ria quando la capa­cità inno­va­tiva viene meno e c’è con­tra­zione nella capa­cità di garan­tire inve­sti­menti pro­dut­tivi. È qui che comin­cia la fase discen­dente del ciclo siste­mico. Que­sto non signi­fica che si mani­fe­sti la crisi, ma che la finanza la dila­ziona nel tempo: ha cioè una fun­zione sta­bi­liz­za­trice del ciclo eco­no­mico, diven­tando però un osta­colo nel pro­durre nuove inno­va­zioni. È que­sta una fase di tran­si­zione tra un ciclo siste­mico di accu­mu­la­zione e un altro, che vedrà il suo cen­tro col­lo­cato altrove da quello in fase decli­nante.
La descri­zione che Arri­ghi for­ni­sce del pas­sag­gio che c’è tra un ciclo e l’altro ha le sue fonte in un paziente lavoro sto­rio­gra­fico che annulla le bar­riere disci­pli­nari. Il Lungo XX secolo non è infatti solo un libro di teo­ria eco­no­mica, ma anche e soprat­tutto un con­den­sato di sto­ria sociale, di antro­po­lo­gia. Per gli appas­sio­nati di una sto­ria delle idee, le radici teo­re­ti­che di Arri­ghi stanno certo in Marx, ma anche nelle teo­rie del ciclo eco­no­mico di Kon­dra­tieff, negli «Anna­les» fran­cesi, nell’antropologia strut­tu­ra­li­sta di Levi-Strauss, nella socio­lo­gia eco­no­mica di Joseph Shum­pe­ter, di Karl Polany e di Max Weber. Assenti sono però alcune varia­bili indi­pen­denti, come ad esem­pio la lotta di classe.

Il trit­tico del capitale

Gio­vanni Arri­ghi è stata una figura impor­tante nel Ses­san­totto mila­nese. For­ma­tosi alla Uni­ver­sità Boc­coni, già allora cuore delle teo­rie eco­no­mi­che libe­rali, si tra­sferì gio­va­nis­simo in Africa dove inse­gnò all’università dell’allora Rho­de­sia, l’attuale Zim­ba­bwe. È durante il periodo afri­cano che incon­tra Imma­nuel Wal­ler­stein, con il quale avvia un forte e dura­turo soda­li­zio intel­let­tuale. Tor­nato in Ita­lia par­te­cipa al Ses­san­totto e fonda, assieme a molti altri mili­tanti del movi­mento stu­den­te­sco, il gruppo Gram­sci, gruppo che si carat­te­rizza per la sua atti­vità poli­tica nelle fab­bri­che dell’hinterland mila­nese. E tut­ta­via negli scritti di Arri­ghi, la lotta di classe svolge un ruolo sem­pre secon­da­rio rispetto l’analisi delle ten­denze in atto nel capi­ta­li­smo. Alle cri­ti­che che sot­to­li­nea­vano que­sta assenza, Arri­ghi ha sem­pre rispo­sto che il ruolo del con­flitto di classe e dell’azione poli­tica del movi­mento ope­raio nella pos­si­bi­lità di con­di­zio­nare le dina­mi­che imma­nenti al ciclo eco­no­mico era dato per scon­tato. Lo ricorda anche nella post­fa­zione pre­sente nel volume, scritta nel 2009 pochi mesi prima della sua morte. Ma la lotta di classe è un «impre­vi­sto» che non mette in discus­sione il ciclo eco­no­mico, che ha quasi una sua «natu­rale ogget­ti­vità».
Nel tempo, poi, nell’analisi pro­po­sta da Arri­ghi il capi­ta­li­smo sto­rico è sovrap­po­sto all’economia di mer­cato, facendo così venire meno quella pecu­lia­rità messa in evi­denza da Marx, che è la com­parsa del lavoro sala­riato e il trit­tico di plu­sva­lore rela­tivo, asso­luto e plu­sla­voro che spiega lo sfrut­ta­mento del regime di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stico. Per Arri­ghi, invece, il capi­ta­li­smo è un regime sociale e eco­no­mico che si base su una distri­bu­zione ine­guale della ric­chezza, spie­gata però come l’esito di una appro­pria­zione pri­vata attra­verso l’uso della forza. Per que­sto, ad esem­pio, Adam Smith a Pechino si chiude con la denun­cia del mili­ta­ri­smo e delle pra­ti­che di espro­pria­zione delle mate­rie prime che ha carat­te­riz­zato il «lungo nove­cento», non­ché que­sto primo decen­nio del nuovo mil­len­nio. Non è quindi un caso che Arri­ghi si sia dimo­strato sem­pre restio a defi­nire la Cina con­tem­po­ra­nea come una società capi­ta­li­stica governa da un par­tito comu­ni­sta, pre­fe­rendo qua­li­fi­carla come una società di mer­cato.
Il valore della rifles­sione di Arri­ghi non sta però nelle fedeltà o meno ai testi mar­xiani, bensì sulla capa­cità di offrire uno sguardo d’insieme e una con­te­sto sto­rico allo svi­luppo capi­ta­li­stica. Un ordine sociale, poli­tico e eco­no­mico, cioè, che non ha nulla di natu­rale e che è desti­nato a lasciare il posto ad altre for­ma­zioni sociali e poli­ti­che. Sta dun­que alle azioni degli uomini e delle donne la pos­si­bi­lità di tra­sfor­mare la mise­ria del pre­sente attra­verso quella ric­chezza del pos­si­bile che la coo­pe­ra­zione pro­dut­tiva e sociale rie­sce ad esprimere.